Cinema

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Il comico toscano (il nome completo è Roberto Remigio) è nato il 27 ottobre 1952 a Castiglion fiorentino (Ar) ma ha passato l'infanzia a Vergaio, frazione di Prato. Per Benigni, però, sarà un compleanno di lavoro: l'attore, infatti, è volato in Nord Europa per concentrarsi nella preparazione dello show in programma per il prossimo 17 dicembre su Rai 1

In questo film Paolo Virzì ingrana una marcia diversa rispetto al suo solito organizzando una sorta di inno alla vita, raccontando la storia di Guido e Antonia che, a dispetto di tutto, vogliono costruire qualcosa e trasmettendoci un’immagine meno desolante e pessimista dell’Italia di oggi.

Questo film di Audiard rafforza le nostre perplessità sul suo modo di fare cinema. Troviamo personaggi estremi si trovano in situazioni estreme che costringono a scelte che incidono sull’andamento di un’esistenza e provocano cambiamenti nei quali, a parer nostro, non è così facile credere.

I rischi impliciti in un'operazione come «Reality» sono evidenti: luoghi comuni, didascalismo, moralismo spicciolo, prevalenza dello stile sul contenuto, stratificazione degli elementi grotteschi fino ad arrivare alla rappresentazione di un mondo che non c'è. Matteo Garrone, però, è una persona intelligente e consapevole che, quando ci si danno dei limiti, bisogna rispettarli ad ogni costo.

A Giuseppe Piccioni non si possono non riconoscere coraggio, coerenza e stile. Il coraggio è quello di affrontare argomenti intimisti che potrebbero anche non raggiungere il consenso del grande pubblico. La coerenza è quella di proseguire su una strada di ricerca umana senza mai sentire il bisogno di alzare la voce. Lo stile racchiude in sé ciò che abbiamo appena detto e una sorta di pudore che allontana per principio elementi fortemente marcati a beneficio di una narrazione sommessa, attenta alle sfumature e caratterizzata da un'attenzione verso ogni genere di personaggio che elimina il rischio dello stereotipo e del cliché.

Esordio da regista single per Daniele Ciprì, finora conosciuto, sempre in collaborazione con Franco Maresco, come direttore della fotografia o come regista di film ruvidi, grossolani e talora in odor di blasfemia come «Lo zio di Brooklyn» e «Totò che visse due volte». «È stato il figlio», nella sua scrittura sopra le righe e con la sua galleria di personaggi borderline non esattamente realistici, è tutt’altro che un’esercitazione di bizzarrie fini a se stesse.

Dopo «La donna che canta» di Denis Villeneuve si ripresenta in «Monsieur Lazhar» di Philippe Falardeau il problema di un extracomunitario con ferite da guarire e che ha scelto proprio il Canada come nuova destinazione della propria esistenza.

Il film propone una sorta di catastrofe apocalittica circoscritta al microcosmo di Gotham City ma tra le righe estendibile al mondo intero (anche se forse più specificamente all'America).