Natale

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«Per entrare nel presepe di Gesù, occorre farsi poveri come i pastori e assumere l’impegno del dono come i magi. Chi resta arroccato nei propri privilegi ne risulta estromesso, come Erode». È quanto ha affermato ieri l’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, nell’omelia durante la Messa per il Natale presieduta nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. 

«E’ il Natale dell’Anno Santo della Misericordia, perciò auguro a tutti di poter accogliere nella propria vita la misericordia di Dio, che Gesù Cristo ci ha donato, per essere misericordiosi con i nostri fratelli. Così faremo crescere la pace! Buon Natale!»

Con questo augurio, dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha salutato le decine di migliaia di fedeli venuti per il messaggio natalizio e la benedizione Urbi et Orbi. In questo giorno di misericordia e di pace, che è Gesù stesso, ha detto il Papa, ricordiamo che solo Lui ci può salvare.

“Oggi il Figlio di Dio è nato: tutto cambia. (…) non siamo più soli e abbandonati”. Papa Francesco ha aperto così la sua omelia della Messa per la Notte di Natale, celebrata nella Basilica Vaticana. Per questo non c’è più posto per il dubbio, da lasciare agli scettici, né per l’indifferenza “che domina il cuore di chi non riesce a voler bene”, né per la tristezza, “perché Gesù è il vero consolatore del cuore”.

Una speranza di pace per il mondo. E' l'augurio del Papa nel messaggio natalizio pronunciato dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro (testo integrale), prima della benedizione Urbi et Orbi. Il Pontefice ha ricordato i popoli che soffrono a causa dei conflitti ed ha rivolto un pensiero speciale ai migranti che fuggono dai propri Paesi alla ricerca di un futuro dignitoso.

Gli auguri di buon Natale dei rappresentanti delle comunità ebraiche, musulmane, buddiste e induiste presenti in Italia. Il Lama tibetano Paljin Tulku Rinpoche rivolge un pensiero particolare a Papa Francesco, «affinché la sua opera preziosa di rinnovamento si sviluppi e dia frutto a vantaggio della grande famiglia umana per il bene di tutti gli esseri».

Chiese che diventano presepi viventi, piene di fedeli che pure nella difficoltà del momento si ritrovano ai piedi della mangiatoia per pregare Gesù, principe della pace. Non si tratta di una rappresentazione e nemmeno di 'pastorelli' come tradizione recita, ma poveri, sfollati, rifugiati, malati, persone private della loro casa, costrette a fuggire dai Paesi di origine, Iraq e Siria in primis, per scampare alla violenza della guerra e dello Stato Islamico.

È la prima volta che succede da 457 anni. Don Cristiano Bettega (Cei): «È come due voci che possono intonare un canto insieme». E dalla Francia, padre Vincent Feroldi parla di «un segno di Dio, in questi tempi difficili in cui la pace annunciata dagli angeli, la notte di Natale, è minacciata dalla follia degli uomini».