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Ac, così la misericordia unisce la triplice famiglia abramitica

Per il «Progetto cittadinanza dell'Ac regionale, Domenica 6 marzo, a Firenze, mons. Mansueto Bianchi, l’imam Izzedin Elzir e il sindaco di Pozzallo Luigi Ammatuna si sono confrontati sull’esigenza di tradurre in gesti concreti di condivisione e tolleranza ciò che è alla base della fede in Dio.

Parole chiave: Lampedusa (121)
Progetto cittadinanza, l'incontro del 6 marzo al Palagio di Parte Guelfa, a Firenze

«Guardatevi dal trasgredire l’equa bilancia! – Pesate con giustizia, non diminuite il peso!» (Corano, sura 70, del Misericordioso, vv. 8-9). Le parole del Corano rappresentano un monito agli uomini a non modificare i «pesi» con cui Dio ha voluto disegnare i veri rapporti all’interno del creato e a non rompere quella equità prima di tutto spirituale che è il riflesso della volontà divina. Il versetto e più ampiamente l’intera sura costituiscono una dettagliata spiegazione di che cosa sia la misericordia di Dio, una misericordia che include in sé stessa la giustizia e la supera e trascende in un amore che pervade ogni realtà. Misericordia, del resto, è uno dei nomi con cui i credenti dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’Islam chiamano Dio.

Questa consonanza profonda della famiglia abramitica attorno ad un’idea di Dio «misericordioso» rappresenta, in questo anno giubilare della misericordia, uno stimolo per riprendere le fila di un dialogo fra credenti il cui valore va al di là della costruzione di un quadro di tolleranza culturale e religiosa. Tornare a scoprire la radice comune di quella famiglia abramitica che è unita da quel Mediterraneo che per Giorgio La Pira era un grande «lago di Tiberiade», vuol dire incarnare la misericordia nella storia e farsi nella concretezza del quotidiano operatori di pace fra gli uomini.

Guardando a questo orizzonte, l’Azione Cattolica toscana ha riproposto anche quest’anno il proprio progetto cittadinanza, nel quale la maturità dei cristiani adulti nella fede si salda con l’esigenza di abitare in pienezza la città dell’uomo. Lo ha fatto domenica 6 marzo a Firenze, al Palagio di Parte Guelfa, cercando di mostrare come la dimensione propriamente e primariamente religiosa della misericordia, che riunisce i credenti dei tre grandi monoteismi, esiga una traduzione nella vita, abbia bisogno di farsi azione politica, scelta, legge che dal cuore passa alla storia e ne illumina il vero volto con le sue contraddizioni e le sue possibilità. Per questo, a discutere di Città Fraternità Misericordia. Misericordia per una umanità smarrita si sono ritrovati mons. Mansueto Bianchi (assistente generale di Azione Cattolica), Izzedin Elzir (Presidente UCOII) e il sindaco di Pozzallo Luigi Ammatuna e solo una indisposizione ha impedito la partecipazione anche di Rav Joseph Levi (rabbino di Firenze).

La riflessione biblica e la meditazione sul Corano si sono così misurati con una realtà durissima e terribile, che se geograficamente si colloca sulle coste del nostro paese, ci arriva mediata e attutita da una informazione che non riesce a rendere ragione degli sguardi, delle sofferenze, dei dolori nella carne e nel cuore delle centinaia di migliaia in fuga da guerre e fame che arrivano a chiedere un nostro esercizio di misericordia. Eppure la risposta che fino ad oggi arriva dall’Europa a tutto questo è l’erigere muri, fare del nostro continente una sorta di nuova Gerico, una fortezza inespugnabile, una città di pietra che è riflesso di un cuore di pietra.

È la freddezza di questa Gerico che, come ha ricordato mons. Bianchi, Gesù ha attraversato e nella quale ha incrociato lo sguardo del «piccolo» Zaccheo, condannato per la sua miseria morale e religiosa eppure amato da Dio al punto da farsi casa per Dio e da trovare in Dio la propria casa. Farsi piccoli, più piccoli dei piccoli, questo è l’insegnamento di Gesù che non solo mostra compassione per Zaccheo ma opera con passione e fa della misericordia la grande forza di umanizzazione della storia. E del resto Gesù e tutti i profeti, come insegna il Corano, sono segno vivo della misericordia di Dio verso gli uomini, invito ad essere operatori di misericordia come misericordioso è il Dio che ci ha creati. Dalle parole dell’imam Izzedin Elzir sono così emersi quei valori comuni alle grandi fedi abramitiche, che alla misericordia legano inscindibilmente il perdono e la ricerca della pace, a formare un tutt’uno che il credente non può rompere.

Tutto questo chiede di essere portato sulle banchine del porto di Pozzallo, fra le migliaia di esseri umani che arrivano e che ricordano all’Europa uno dei suoi valori fondanti che è quasi la traduzione laica della misericordia dei credenti: la fraternità. In questo passaggio d’epoca, provare a misurare il nostro tempo con il metro della misericordia del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ci consente di cogliere come le mura di Gerico che siamo tentati di erigere siano la negazione del nostro essere figli di un Dio che è amore e proprio per questo sono la negazione di quella umanizzazione della società, delle istituzioni, della cultura che dovrebbe essere il cuore di una piena fraternità. Certo questo può costare critiche e obiezioni, può essere motivo di scandalo, come lo è la richiesta di Gesù al pubblicano Zaccheo: «scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). È solo facendosi misericordiosi, ponendo cioè il proprio cuore accanto al misero, al rifiutato, al maledetto, che si dà sostanza alla fraternità e così si costruiscono cammini possibili di pace fra gli uomini.

*Delegato regionale del Meic

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