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Le foreste dei monaci e dei frati

In Toscana ci sono esempi significativi di foreste legate alla storia di movimenti religiosi e in particolar modo ai monaci. La foresta è un elemento inscindibile dalla vita monastica, è il luogo fisico e psicologico per trovare quel silenzio e quella solitudine, indispensabile per l’incontro con Dio, che i monaci-eremiti orientali trovavano nel deserto. 

La Verna

Qualche breve richiamo storico, rispetto alla ricca documentazione esistente, può essere utile per introdurre l’argomento.

La foresta di Camaldoli (Arezzo)

Nel 1012 Romualdo edificò cinque celle e una chiesa in loco qui Campus Malduli dicitur facente parte di una proprietà di 500 ettari del Vescovo aretino Teobaldo costituita da silvae et iuga intonsa.  Romualdo sintetizza in una soluzione originale  l’eremitismo orientale e il cenobitismo benedettino, ossia che la vita dell’uomo ha bisogno sia della contemplazione che dell’azione. La foresta ha pertanto il duplice ruolo sia di assicurare all’Eremo l’isolamento necessario a una vita contemplativa che di ricavare il materiale per soddisfare le esigenze vitali. Per questo i monaci dedicarono fin dall’inizio molta attenzione alla gestione della foresta. Nel 1520 venne pubblicata la Regola della Vita Eremitica da parte del Beato Paolo Giustiniani, detta anche Codice Forestale, che conteneva la serie organica delle disposizioni, concernenti la conservazione e l’utilizzazione della foresta, emesse fin dai primi anni. Il Repetti descrive agli inizi dell’800 la foresta di Camaldoli con una prima notazione sul paesaggio e afferma che «queste selve però sono interrotte e rese più vaghe all’aspetto da vasti campi coperti di suffrutici e di delicate pasture». Poi chiarisce che i monaci «furono a tutti gli altri maestri nell’arte di custodire e trarre un maggior profitto possibile dalle foreste» e, con una notazione di selvicoltura, precisa che «i tagli sistematici che ad ogni centennio si eseguivano per ordine di età nelle vaste abetine di Camaldoli, il metodo costante di rimpiazzare le abbattute piante con un uguale e forse maggiore spazio di piantumaje, anno fatto sì che quel bosco variasse di aspetto e di località, ma non perisse mai». Della sensibilità paesaggistica dei monaci c’è ne da prova anche il Cacciamani quando riferisce che già nel ’500 «i due eremiti addetti a segnare gli abeti dovevano risparmiare per quanto fosse loro possibile, le vie pubbliche e le località di accesso a Camaldoli e a Fontebona per non deturpare inutilmente la bellezza del paesaggio».

La foresta di Vallombrosa (Firenze)

Nel 1036 un monaco benedettino Giovanni Gualberto si ritira in questa foresta allora chiamata Acquabella per disaccordi sia con il suo Abate che con il suo Vescovo. Nel 1058 venne costruita una chiesa in pietra. In seguito a vari ampliamenti tra il ’600 e il primo ’700 la chiesa assunse l’aspetto attuale. Nel 1713 il monastero fu elevato ad Abbazia. Le prime  notizie sulla coltivazione dell’abete risalgono al 1350 e a dal 1500 è documentata una intensa attività di piantagioni regolari di abete attorno all’Abbazia. Tra l’inizio del ’600 e la seconda metà dell’ ’800 si avrà il periodo della massima espansione di questa forma colturale, forse la più redditizia del tempo, che caratterizzerà il paesaggio forestale di Vallombrosa. Nel 1791 venne redatto ad opera dell’Abate Buccetti il Regolamento per la Macchia di Vallombrosa. I boschi creati dai monaci divennero «modelli di coltura forestale» secondo Di Berenger. L’Abate Forrnaini agli inizi dell’800 fece, in due memorabili opere, una sintesi dell’arte di coltivare gli abeti da parte dei monaci. Ed è proprio nell’Abbazia di Vallombrosa che nascerà nel 1869 la scuola forestale italiana (Regio Istituto Forestale). Nel 1951 San Giovanni Gualberto fu proclamato patrono del Corpo Forestale dello Stato e dei forestali italiani.

Altre foreste meno note. In Toscana ci sono altre foreste meno note, legate alle vicende monastiche, tra queste la selva dei monaci dell’Abbazia di Santa Trinita (à) in Alpe in Pratomagno (Arezzo).

La fondazione  dell’Abbazia di Santa Trinita (à) in Alpe (o in Alpi) si fa risalire tra il 950-970, quasi certamente il 960 quando Ottone I venne a Roma per essere incoronato Imperatore. Accompagnavano Ottone I, due sacerdoti  Pietro ed Eriprando i quali, al termine del viaggio decisero di rimanere insieme ad altri compagni tedeschi e fondarono un oratorio e un ospizio  in località  Fonte Bona. Nonostante una serie di vicende travagliate  costruirono una chiesa in onore della Santissima Trinità, di Santa Maria e San Benedetto e poi un monastero. I monaci eseguirono un’importante trasformazione del territorio circostante sia con seminativi che con la costituzione di una grande selva di castagni. Corsi Salviati da testimonianza alla fine dell’800 che «...a una mezz’ora di cammino dal villaggio (Carda), circondato da migliaia e migliaia di enormi alberi di castagno...» spicca un individuo eccezionale di 18 metri di circonferenza alla base. Quando tra il ’55 e il ’65 del secolo scorso vennero abbattuti la maggior parte dei castagni da frutto furono contati sulle ceppaie dai boscaioli anche 600 anelli. Qui non esiste la documentazione come nei casi precedenti in quanto l’Abbazia andrà in declino fin dal ’400 e annessa a quella di Vallombrosa.

La gestione forestale dei monaci. La peculiarità della gestione del patrimonio forestale dei monaci potrebbe essere sintetizzata, usando un linguaggio moderno, in "gestione forestale sostenibile" nella sua triplice dimensione: economica, sociale ed ecologica, cioè quella proposta dalla Conferenza su ambiente e sviluppo di Rio del 1992 e divenuta la linea di gestione delle foreste europee.

Una gestione economica. Dalla gestione della foresta si otteneva legname da costruzione tra cui quello prezioso di abete, legna da ardere, miele, castagne, funghi, carne e latte dagli allevamenti. A Camaldoli la raccolta e la trasformazione delle erbe medicinali sosteneva la farmacia e lo «spedale».

Una gestione sociale, attenta all’uomo. A Camaldoli le attività forestali potevano occupare da 20 a 40 operai con punte di 100. Con i proventi delle attività forestali si potevano sostenere le opere di assistenza ai malati e ai poveri, tra cui la dote per le ragazze delle famiglie meno abbienti.

Una gestione ecologica (intesa non nel significato moderno ma letta come uso conservativo del patrimonio naturale) che si rifaceva al principio biblico dell’uomo «custode e coltivatore» e di «amministratore responsabile» dei beni del Creato. Non un vuoto e ipocrita ecologismo di maniera. Quello che si proclama strenuo difensore dei boschi (tanto da dichiararli  soggetti di diritto) ma poi intriso di mancanza di rispetto degli uomini. Dice Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’: «Si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani», un ecologismo ideologico di fatto radicato nella «cultura dello scarto» sempre con Papa Francesco. Le documentazioni storiche hanno messo in evidenza il buono stato di conservazione delle foreste alla fine dell’800, anche se oggi non sempre viene riconosciuto, soprattutto se non si fa lo sforzo di calarsi nella realtà del tempo e se si pretende di giudicare l’opera dei monaci alla luce degli attuali orientamenti conservazionistici e della diversa sensibilità ecologica.

La gestione dei monaci si è basata su una relazione armonica tra uomo e natura non su un antropocentrismo assoluto. Si potrebbe dire che sono stati applicati ante litteram i criteri di quella che Papa Francesco ha chiamato «ecologia integrale».

Con le soppressioni venne meno questo sistema di gestione forestale. Quella granducale (1776) e quella napoleonica (1810) non ebbero effetti sensibili mentre fu molto più incisiva la soppressione sabauda (R.D. n. 3036 del 7 luglio 1866). Infatti il patrimonio fu messo all’asta e acquistato da privati, in altri casi fu affidato all’ Amministrazione forestale del nuovo Stato italiano. Senza entrare nel merito della gestione attuale, certo è che è venuta a mancare tutta quella componente valoriale, economica e sociale che ha contraddistinto la gestione dei monaci a vantaggio di criteri di gestione che trascurano il rapporto di reciprocità uomo-foresta che tra l’altro non appartengono alla cultura e alla storia locale.

Che cosa rappresentano oggi queste foreste? Un valore storico-culturale per la selvicoltura, Camaldoli è il luogo dove si è sviluppata la «selvicoltura camaldolese», per l’attività farmaceutica e i suoi prodotti tipici.

Un valore paesaggistico e ricreativo, le foreste di Camaldoli e di Vallombrosa sono state delle rinomate stazioni climatiche tra ’800 e ’900 e ora svolgono la funzione di foreste periurbane vista la prossimità ai grandi centri di Firenze e Arezzo. Alberi monumentali punteggiano il territorio: il faggio miracoloso di San Giovanni a Vallombrosa e il castagno Miraglia a Camaldoli.

Un valore ecologico in senso moderno e ampio, ossia foreste come mezzo efficace per la fissazione del carbonio e quindi per la lotta all’effetto serra,  per la conservazione del suolo, delle acque e della biodiversità.

Le popolazioni inurbate con un’accresciuta sensibilità ecologica sembrano apprezzare maggiormente, rispetto al passato, il patrimonio naturale che i monaci ci hanno tramandato.

Un valore trascurato ma oggi rivalutato: quello di foreste come luoghi del silenzio e della contemplazione.

Le foreste hanno pur sempre un valore economico legato al legno e ai prodotti del sottobosco. Questo è ora ritenuto un valore minore rispetto a quello ambientale, nonostante la crisi economica e occupazionale, ma una gestione che induce allo spreco delle risorse forestali non è paragonabile al deplorato spreco dell’acqua e del cibo?

Lo slogan lanciato qualche tempo fa: «Ridiamo la foresta ai monaci» significa  riscoprire le radici culturali, valorizzare i saperi e le conoscenze (Traditional Ecological Knowledge, TEK) che sono state acquisite nei secoli, ossia riportare lo spirito (non le tecniche e l’amministrazione) monastico nella gestione della foresta.

Il movimento francescano ha avuto, al pari del movimento monastico, un rapporto molto stretto con il bosco, forse, secondo alcuni, di minore impatto, più rispettoso, più ecologico si direbbe, impropriamente, oggi.

Illustri scienziati e pensatori di cose ambientali non di fede cattolica come John Passmore, Lynn White, Bill Devall, George Sessions, Antonio Cederna, hanno riconosciuto a Francesco di Assisi un rapporto particolare, sistemico con l’ambiente naturale: uomo come componente dell’ecosistema Terra. Discostandosi da un antropocentrismo «rigido, assoluto», quindi per dirla con Antonio Cederna un «eretico» da questo punto di vista, ma non tanto da essere trasformato in un precursore del biocentrismo come ha giustamente notato Bernard Przewozny.

Papa Francesco ha chiarito molto bene nell’Enciclica Laudato si’: «Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale… un mistico e un pellegrino che viveva  con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso». Parole inequivocabili: il protettore autentico della natura è colui che mantiene un rapporto armonico anche con Dio e con gli uomini, non è questione di comportamenti più o meno green o di essere più o meno romantici o di valutazioni di ordine etico, scientifico, economico.

Indubbiamente, i comportamenti di Francesco come li racconta Tommaso da Celano: la sua relazione dialogica con gli animali, il volere che una parte dell’orto rimanesse libera per dare spazio alle erbe selvatiche, l’invito ai frati a non sradicare gli alberi, ma a tagliarli alla base (perché potessero emettere nuovi germogli), hanno influenzato le scelte dei suoi seguaci quando si sono dovuti occupare direttamente o indirettamente della gestione dei boschi annessi ai loro conventi. In Toscana ci sono molti esempi significativi.

La foresta della Verna (Chiusi della Verna, Arezzo)

La foresta divenne nota quando il Conte Orlando Cattanei donò (?) a Francesco di Assisi nel 1213 il monte della Verna «molto solitario e salvatico». È il luogo in cui Francesco nell’estate del 1224 ricevette le Stimmate. I frati cominciarono ad abitarvi stabilmente nel 1255 quando furono completati i primi edifici in muratura che consentivano di passare il rigido inverno, e da allora sono rimasti lì nonostante le varie vicende storiche.

La foresta monumentale della Verna si articola in diverse tipologie e ricchezza di alberi: bosco misto faggio-abete, faggeta pura, boschi misti con abete bianco, faggio, aceri, frassini, carpini, querce, sorbi, maggiociondoli. Grandi alberi monumentali definiscono il profilo della foresta: abeti che raggiungono i 50 metri di altezza e oltre 300 anni di età, così come numerosi faggi e aceri. Per quanto riguarda l’abete bianco si tratterebbe di un probabile residuo di un’antica popolazione di origine naturale. La foresta è caratterizzata da una straordinaria ricchezza floristica (oltre 400 entità) dovuta anche alla presenza di pareti verticali, di fessurazioni e cavità  nella roccia, di piccole frane dove si sono create condizioni microambientali che consentono di conservare specie rare. Una foresta di alto valore scientifico, naturalistico e didattico, dove si custodiscono valori storici, culturali e paesaggistici, un luogo per la ricreazione del corpo e dello spirito. Un esempio di multifunzionalità della foresta, inclusa nella List of Religious Forest Sites dell’Oxford Biodiversity Institute. Attributi forti, tali da sostenere la candidatura del complesso storico-artistico e naturalistico della Verna tra i Siti Patrimonio dell’Umanità (World Heritage List) dell’Unesco, ma che per ora non sembra riscuotere molti consensi.

E che dire delle «Selvette Cappuccine», cioè dei boschi annessi ai conventi.

Per i Cappuccini inizialmente il bosco non doveva essere utilizzato per fare legna. Scrive Servus Gieben che «per le prime generazioni dei Cappuccini, il bosco doveva avere una funzione prettamente spirituale, che si collegava alla forte tendenza al ritiro, alla meditazione, all’austerità, alla penitenza, propria dei riformatori francescani del Cinquecento».

Le Celle (Cortona, Arezzo)

San Francesco entra in contatto con questo luogo «solitario e libero dalla turba e dallo strepito» nel 1211. L’ultima visita di San Francesco alle Celle risale a quattro mesi prima della sua morte, nel maggio 1226. Sarà Frate Elia (Beato Guido Vagnottelli), successore di Francesco alla guida dell’Ordine a far proseguire nel 1232 i lavori di ampliamento del complesso. Nel 1537, il Vescovo di Cortona Leonardo Bonafede concede il convento ai Padri Cappuccini. Il governo napoleonico emana l’ordine di soppressione nel 1810. Con un escamotage del Vescovo di Cortona, i Cappuccini rimangono fino al 1866 quando, con la soppressione sabauda, i religiosi vengono espulsi e il convento chiuso. Messo all’asta, l’immobile viene acquistato da due Padri nel 1870. La vegetazione naturale del bosco posto a monte del convento è dominata dal leccio con un  ricco strato arbustivo ed erbaceo (lentaggine, orniello, corbezzolo, alloro, fillirea, ciclamino, pungitopo, robbia selvatica, edera, ecc.). Il complesso delle Celle è stato incluso nella List of Religious Forest Sites dell’Oxford Biodiversity Institute.

Eremo della Maddalena (Montepulciano, Siena)

E' un luogo dove è segnalata la presenza degli «Eremiti della Maddalena» dal 1100. I Padri Cappuccini inizieranno la loro attività nel 1532. Alla soppressione sabauda seguì un periodo di decadenza e di sostanziale abbandono. Il complesso è stato completamente ristrutturato negli anni ’80 ed è ritornato ad essere un luogo di riferimento spirituale. L’eremo è circondato da un bosco di circa 22 ettari ricco di specie arboree, dove prevale il cerro con carpino nero, rovere, acero di monte, acero campestre e che si arricchisce ulteriormente, essendo una zona di transizione, nei versanti più caldi di  leccio, roverella, ciavardello, sorbo domestico, orniello, acero trilobo. Soggetti centenari di cerro e acero trilobo  si trovano attorno al muro di clausura.

Cenacolo di Montauto  (Anghiari, Arezzo)

San Francesco giunge al Castello di Montauto nel settembre del 1224 di ritorno dalla Verna dopo aver ricevuto le Stimmate. Il conte Alberto di Ranieri Barbolani l’accolse e gli diede ospitalità, ma lo pregò prima di allontanarsi, di lasciargli un ricordo. E  Francesco gli donò l’abito, quello stesso con il quale aveva ricevuto le Stimmate. Quest’abito rimase nella cappella della famiglia fino al 1503 quando i Fiorentini lo trafugarono e fu riportato alla Verna solo nel 2001. La promessa fatta al Santo di creare un convento francescano, fu mantenuta tre secoli dopo da Federico e Margherita Barbolani. Dalla edificazione (1565-1567) fino al 1958 è stato un convento cappuccino, poi dal 1960 diviene una casa di esercizi spirituali. Nel bosco, interamente circondato dal muro di clausura, prevale il leccio con altre latifoglie quali: cerro, orniello, castagno, tiglio, carpini, ciavardello, acero campestre, ciliegio, nocciolo. Un leccio monumentale, la cui origine risale al ’700, si trova nella parte posteriore della chiesa.

Convento  di Sargiano  (Arezzo)

Il primo documento che parla di «Heremitis Di Lignani. Sargiani Vallis» è del 1305 anche se la presenza di eremiti risale a molti secoli prima. Nel 1405 viene fondato un convento francescano, che avrà momenti di splendore, ma che la comunità francescana lascerà alla fine del secolo scorso. Questo luogo merita una menzione particolare per la valenza scientifica e l’importanza naturalistica del bosco di rovere (una quercia caducifoglia non proprio frequente in ambiente mediterraneo) incluso entro le mura del convento. Infatti negli anni ’90 viene riconosciuto come uno dei siti di rovere più importanti della Toscana. Ora il bosco è divenuto un’area protetta (ANPIL) del Comune di Arezzo e inclusa tra i Siti di Interesse Comunitario della Regione Toscana e nella List of Religious Forest Sites dell’Oxford Biodiversity Institute.

Anche ai francescani si deve molto per la loro opera nella conservazione della natura, della biodiversità, del paesaggio forestale.

Un patrimonio da salvaguardare, anche sul piano culturale da parte della Chiesa. Per rafforzare l’impegno a favore della natura occorre dialogare con la comunità scientifica e ambientalista laica e imparare ad usare il linguaggio scientifico, secondo la strada tracciata da Papa Francesco.

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