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A colloquio con lo scienziato fiorentino Stefano Mancuso

Le piante? Sono più intelligenti di noi

«Gli manca solo la parola». Quante volte abbiamo sentito, se non detto, questa frase, parlando di un cane, un gatto o un cavallo particolarmente intelligenti? Un modo di dire usuale e senz’altro apprezzato come testimonianza di sensibilità verso «i nostri amici animali». Ma se dicessimo la stessa cosa delle rose sul balcone o dell’albero di cachi che cresce in giardino rischieremmo senza dubbio di essere presi per matti. Eppure Stefano Mancuso, professore associato presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e accademico dei Georgofili, dell’intelligenza delle piante è un convinto sostenitore.

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Stefano Mancuso

Il Linv, ovvero il laboratorio che dirige presso il Polo Scientifico di Sesto Fiorentino è il primo al mondo di neurobiologia vegetale, scienza da lui stesso fondata assieme a Frantisek Baluska, un collega tedesco dell’Università di Bonn. Il primo congresso internazionale della materia, svoltosi a Firenze nella sede dell’Accademia dei Georgofili, risale al 2005. La recente opera «Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale», scritta a quattro mani con la giornalista scientifica Alessandra Viola ed edita da Giunti (pagine 144, euro 14), contribuirà sicuramente alla diffusione delle sue teorie, ma ancor più efficace, a livello divulgativo, sarà senz’altro la sua partecipazione alla trasmissione di Fabio Fazio «Che tempo che fa» proprio nel giorno della ripresa del programma, domenica 29 settembre.

Lo incontriamo proprio nel suo laboratorio a Sesto, dove lavorano ricercatori di ogni parte del mondo. «Spesso – spiega – mi viene chiesto come mai le persone che parlano con le piante hanno in realtà piante molto belle: senza dubbio, chi parla alle piante capisce come funzionano e le cura nel modo adeguato. Solitamente invece si pensa che siano organismi semplici, mentre in realtà sono sofisticati, complessi, evoluti ma differenti dagli animali. Spesso non lo capiamo perché siamo portati ad avere sentimenti e comprensione verso tutto ciò che ci assomiglia. Un animale ci può piacere, spaventare ma sicuramente non ci lascia indifferente. Verso le piante invece non abbiamo sentimenti positivi o negativi; le ignoriamo e non ci accorgiamo che hanno un tipo di intelligenza diversa dalla nostra». Eppure, tra le tante sorprendenti informazioni contenute nel libro, si scopre che in termini di «peso» sulla terra i vegetali rappresentano oltre il 99% dell’intero mondo vivente. La maggior parte di loro potrebbe fare a meno del mondo animale (forse non le piante carnivore) ma sicuramente noi non possiamo vivere senza di loro.

Verde brillante. Un bel titolo per esprimere il concetto della sensibilità ed intelligenza del mondo vegetale. L’esatto contrario dei termini «vegetare» o «essere un vegetale» che lei contesta nel suo libro. Non è così?

«La nostra storia dimostra come non abbiamo mai compreso l’evoluzione delle piante, così anche nel linguaggio comune sono entrati termini come “vegetale” per indicare qualcosa di completamente insensibile: un uomo diventa un vegetale quando ha perso le funzioni intellettive. Le piante non sono affatto questo ma il contrario; paradossalmente una pianta è molto più sensibile di un animale, cioè capace di sentire il mondo intorno a sé e percepire tutto ciò che proviene dall’ambiente, in maniera molto sofisticata proprio perché non può scappare quando qualcosa va male o cambia nell’ambiente: quindi l’unica possibilità di sopravvivenza è quella di percepire i cambiamenti ambientali in una maniera più sensibile rispetto agli animali e si sono evolute per questo. Per cui dire “vegetale” per indicare la mancanza di sensibilità è proprio una stupidaggine».

Ma la scoperta dell’intelligenza nelle piante è proprio sua?

«È una nostra “invenzione”, ovvero mia e del collega tedesco Baluska, anche se del fatto che le piante fossero intelligenti si è sempre parlato nel corso della storia in maniera aneddotica, senza portare le prove scientifiche, fino ad arrivare a Charles Darwin che nel 1880 scrive “Il potere del movimento nelle piante”, un libro in cui prende in esame ogni possibile movimento che una pianta può fare soprattutto a livello delle radici, e nell’ultimo paragrafo del suo libro, per sottolineare la cosa più importante, dice di essersi convinto alla fine degli esperimenti che le piante posseggano all’interno dell’apice radicale, quindi della punta della radice, qualcosa che è simile al cervello di un animale inferiore come un verme, attraverso il quale loro possono muoversi nel terreno e trovare ciò di cui hanno bisogno. Partendo da questa intuizione, abbiamo studiato l’apice radicale e trovato quella che abbiamo chiamato “zona di transizione della radice”, in cui le cellule si scambiano messaggi elettrici tipo quello che fanno i neuroni nel nostro cervello. Il che non vuol dire che la pianta ha un cervello: anzi, ci tengo a sottolineare che non lo ha poiché questo fatto la rende ancora più interessante, dato che ci dimostra come non sia necessario avere un cervello per essere intelligente. Le piante sono organismi indubbiamente intelligenti ma che hanno manifestato un sistema diverso per arrivare alla risoluzione di problemi intellettuali».

Ci può spiegare come?

«Con gli esperimenti sugli apici radicali abbiamo dimostrato che ciascuna di queste puntine ha la sua zona di transizione e la cosa straordinaria è che lavorano insieme come uno sciame di insetti. Una formica da sola è uno degli animali più stupidi che esistano sulla faccia della terra, non è in grado di fare nulla, ma uno sciame di formiche dà luogo a una società talmente complessa e sofisticata da essere spesso stata paragonata a quella umana, e questo avviene perché riescono a coordinare le attività insieme. Le centinaia di milioni di apici radicali che abbiamo sotto terra agiscono tutti insieme come una società di formiche, quindi riescono a fare tante cose: questo lo abbiamo scoperto noi; abbiamo scoperto la zona di transizione e quello che succede dopo. Inoltre le piante devono essere viste come colonie: non hanno organi singoli come polmoni, bocca, stomaco, fegato, pancreas, eppure riescono a fare tutte le cose che fanno tutti questi organi. Una pianta respira senza polmoni, digerisce senza stomaco, mangia senza bocca, comunica senza corde vocali... fa così perché ha distribuito in tutto il suo corpo ciò che noi abbiamo concentrato nei singoli organi. E perché? Perché se arriva un insetto e le mangia l’80 per cento del corpo, se avesse avuto gli organi concentrati non avrebbe potuto sopravvivere: invece le piante si sono evolute per poter essere sottoposte a predazione».

Nel libro scrive che, oltre ai nostri cinque sensi, le piante ne hanno un’altra quindicina. Qualche esempio?

«Riescono a percepire i gradienti chimici: se in questa stanza c’è del nitrato di ammonio o del potassio noi non lo sentiamo; un singolo apice radicale è invece in grado di percepire quantità infinitesime di queste sostanze anche a diverse decine di metri di distanza. Riescono inoltre a percepire i campi elettromagnetici, riescono a percepire i metalli pesanti: hanno una “batteria” di sensi a noi sconosciuta».

La sua teoria può tornare utile per curare le piante?

«Le nostre scoperte possono avere applicazioni molto importanti in agricoltura a proposito della difesa dagli agenti patogeni. A livello domestico penso che alcune nozioni possano essere importanti, come il fatto che le piante non amano essere toccate perché percepiscono tutti i movimenti come un’aggressione. Un consiglio generale: pensare che l’apparato radicale è la parte più importante. Quando sta bene, anche la parte “estetica” sta bene. Per capire cosa vediamo della pianta bisogna immaginarla come un qualunque essere vivente in cui il polo intellettivo e quello riproduttivo stanno sempre su due parti opposte: dovremo quindi immaginare la pianta come un uomo con la testa per terra. La testa, parte senziente, non si vede e quella che vediamo è la parte riproduttiva. Quindi occhio a non tenere le piante in vasetti striminziti...».

Un paragrafo del libro s’intitola «Ogni pianta è una rete internet vivente». Che vuol dire?

«Significa che internet è stato costruito, seppur inconsciamente, come un apparato radicale e quindi per rispondere allo stesso problema. Nacque negli anni Settanta perché gli Stati Uniti avevano bisogno di una rete di difesa per resistere a un attacco nucleare: fino a quel momento avevano avuto tutti i loro dati in centri di calcolo unici, ed era evidente che se i russi li avessero distrutti erano fritti. Così inventarono la rete “arpanet” che era formata da tanti piccoli computer tutti collegati fra di loro che potevano mantenere il contatto. Per questo suggerisco di studiare molto le piante per vedere come hanno fatto le loro reti per avere informazioni su come costruire le nostre, perché loro hanno avuto un tempo di quattrocento milioni di anni per farlo».

Cosa dirà domenica da Fazio?

«Parlerò di questa sottovalutazione che le piante hanno sempre avuto e del fatto che studiandole potremmo avere accesso alla soluzione di un sacco di problemi tecnologici proprio perché, in quanto esseri così diversi da noi, hanno sviluppato tutta una serie di soluzioni interessantissime. Per esempio il modo in cui loro producono l’energia attraverso la fotosintesi e le foglie, immagazzinando energia dal sole. Come funziona la fotosintesi lo sappiamo sì e no, comunque non sappiamo tutti i passaggi e tantomeno riprodurla. Se riuscissimo a farlo vorrebbe dire che non avremmo più nessun problema energetico: potremmo usare l’energia solare per fare ciò che vogliamo; attualmente ne sfruttiamo credo solo un miliardesimo. Avremmo una fonte energetica infinita e pulita. Inoltre possiamo studiare nuovi materiali com’è stato per esempio per il velcro, classico esempio di un materiale nuovo studiato dalle piante, osservando i semi dei forasacchi. Nel mondo delle piante abbiamo le superfici più lisce che esistono in natura e anche queste potrebbero servire; non c’è campo in cui le piante non potrebbero essere sfruttate, tanto più che conosciamo meno del dieci per cento di quelle esistenti».

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