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San Giorgio, il profeta armato

San Giorgio è stato forse uno dei santi più conosciuti e onorati quando il mondo pregiava e apprezzava l’eroismo e i cavalieri; oggi, dopo un periodo di glorioso servizio, molti sono favorevoli al suo pensionamento, ma neppure il severo nuovo Calendario liturgico della Chiesa ha potuto mandarlo né in congedo, né in licenza premio. Il fatto è che sotto gli orpelli di una Passio, a dir poco stravagante, la cui prima versione risale almeno al V secolo, c’è un nucleo di verità che lascia credere storica una figura di testimone della fede, di martire soldato.

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San Giorgio,  il profeta armato

Agisce sul santo il modello del campione pagano, dell’eroe che, come Eracle, diviene con l’apoteosi un semidio. Naturalmente, sia pure in altro contesto e con diverse premesse, l’eroe pagano volge la sua opera in difesa degli oppressi, dei deboli, ovvero contro i tiranni (primo fra tutti Prometeo che si oppone addirittura a Giove), soffrendo e lottando fino a restaurare come Teseo una società oppressa e degenerata contro la violenza di Minosse e il Minotauro.

Il modello del campione cristiano che lotta con un potere ingiusto ha come schema fondamentale Giovanni Battista, che volge la sua azione alla restaurazione di una legge di equità, di verità, perseguendo un diritto fondamentale, una libertà di culto. Lo schema inizialmente volge verso il martirio, ma col tempo, giustificando una difesa attiva, comincia a entrare in attrito con i comandamenti evangelici.

C’erano comunque nello stesso Vangelo almeno due figure di apostoli, Giovanni e Giacomo, detti gli Zeloti, che facendo parte dei Dodici, erano comunque affiliati a un gruppo che operava per la liberazione della Palestina dal dominio romano. Pietro stesso nella notte dell’arresto del Maestro pone mano alla spada e taglia l’orecchio a Malco, servo del sommo sacerdote.

Tutta questa materia si riverserà facilmente nella figura del cavaliere cristiano che trae la sua giustificazione per l’uso della violenza dalla fede e dalla finalità completamente volta al bene, del tutto legittima e quindi santa. Bisogna trasferirsi mentalmente in un mondo nel quale la guerra e soprattutto la violenza, il sopruso, l’aggressione non solo di popoli, ma anche di piccole entità politiche, come da noi sono stati i comuni e le signorie, facevano dell’uso delle armi e della guerra cose comuni con la conseguenza che ne deriva di portare in primo piano le figure del soldato, del capitano, del condottiero, del cavaliere accettando come indiscutibili suoi valori che oggi sono molto lontani di nostri. Ne è venuta una sorta di consacrazione del cavaliere «senza macchia e senza paura» combattente per la fede, sostenitore di nobili ideali, difensore della cristianità, dei deboli e degli oppressi, fino a farne qualcosa di simile un monaco con la stessa dedizione e anche i voti religiosi.

La leggenda
San Giorgio è stato chiamato a incarnare questa figura sociale e in parte religiosa, anzi ad esserne il campione e il modello e per far questo tutto l’apparato culturale dei tempi successivi alla sua esistenza non ha lesinato nel conferirgli non solo quello che gli mancava, ma soprattutto quello che serviva alla società del tempo per costruire il suo personaggio. Probabilmente fu un uomo valoroso, pio, generoso ma non quel Superman che è venuto fuori dalla cura ricostituente fattagli dalla devozione popolare, dalla leggenda, dalla letteratura, dallo zelo certamente innocente dei fanatici, ma controproducente al punto che non sappiamo più riconoscere sotto gli orpelli della magnificenza epica e l’esagerazione leggendaria, la sua vera immagine.

Il santo cavaliere ha dato molto da fare agli uomini di chiesa che si sono occupati di dare il posto conveniente alla sua santità e alla sua vicenda umana. Hippolyte Delehaye uno dei più noti bollandisti (coloro che operarono la revisione critica della documentazione che riguarda i santi), scrisse: «La prima leggenda di San Giorgio supera in stravaganza tutto ciò che di più ardito hanno pensato gli agiografi, e trova la sua collocazione tra i racconti delle Mille e una notte». Difficile dargli torto, ma non si può addebitare a un santo il fatto che scritti devoti quanto goffi hanno spinto fino all’assurdo il materiale leggendario nato sulla sua figura. La storia più divulgata e affascinante si trova con dovizia di particolari nella Leggenda aurea. È una vicenda che compare o si afferma nel secolo XI in concomitanza con lo spirito delle crociate.

La fiaba del drago e della Principessa
Un tribuno dell’esercito di Roma giunge in Libia, nella città di Selem: viene dalla Cappadocia è prode e cristiano. Vicino alla città c’era un’immensa palude dove aveva preso dimora un enorme drago che aveva il potere di uccidere col fiato chiunque gli si avvicinava. Ogni giorno usciva dalla melma con un’orrida cresta, zampe irte d’aculei, unghioni terribili, zanne enormi e avvicinandosi alle mura reclamava un tributo di carne. Aveva già sbaragliato più volte le schiere dei cittadini usciti armati contro di lui e seminato la morte entrando nella città.

I cittadini da prima gli avevano lasciato delle pecore perché se ne cibasse, ma poi, ridottisi quasi alla fame, avevano stabilito di mandare in pasto alla belva un giovane che veniva tirato a sorte tra tutti gli abitanti. Un giorno toccò in sorte per essere sacrificata Silene, l’unica figlia del re, il quale si disperò, pianse, offrì tutto quello che aveva in cambio della vita di sua figlia, ma la ferrea legge non lo permise e la ragazza si dovette rassegnare alla morte.

Vestita regalmente il giorno determinato si avviò lungo la riva della palude morta in attesa che si compisse il suo destino quando, ignaro di tutto, si trovò a passare a cavallo il tribuno romano Giorgio che si meravigliò di non trovare in quel luogo esseri umani che stavano invece assiepati sulle mura della città osservando la bellissima fanciulla in lacrime, alla quale il guerriero chiese chi fosse.

La principessa gli disse chi era, cosa faceva in quel luogo maledetto e il triste destino suo e della città, invitandolo ad allontanarsi subito da quella riva, alla quale presto sarebbe arrivato il mostro.

– Non temere, le rispose il cavaliere, io con l’aiuto di Cristo, libererò te e la città da questa maledizione!

In quel mentre in lontananza le acque e il fango si sollevarono come una collina e apparve nella palude la figura terribile di un drago di smisurate dimensioni che nuotando si avvicinava rapidamente alla riva.

– Fuggite, salvatevi! gridava la fanciulla al cavaliere.

Ma quello invece, quando la belva fu uscita dalla melma, partì lancia in resta e con un colpo magistrale ridusse il drago in fin di vita. Poi prese la cintura della fanciulla, la  strinse al collo della belva e, messole in mano un capo, le disse:

– Portatelo fino alla piazza principale, in modo che il popolo veda le opere grandi di Dio e non abbia più timore.

La fanciulla tremando fece quello che le era stato detto e il drago la seguì rantolando e sanguinando per le vie della città tra il fuggi fuggi generale della gente atterrita. Giorgio dall’alto della sua cavalcatura gridava:

– Non temete, buona gente, non temete: Dio mi ha mandato a liberarvi da questa piaga atroce e a farvi salvi con la vera fede. Venite sulla piazza dove ucciderò questo mostro!

Così fece: il drago cadde sotto il secondo colpo della sua lancia micidiale e fu trascinato via da quattro paia di buoi in mezzo alla folla festante. Il popolo si convertì subito alla religione di Cristo: ventimila in quel giorno, senza contare le donne e i bambini, ricevettero il battesimo con l’acqua scaturita miracolosamente da una fonte viva. Il re donò a Giorgio un’immensa fortuna di monete e oro che il cavaliere devolse tutta ai poveri, e anche la mano della principessa, che era stata promessa a chi l’avesse liberata dal drago, Giorgio la lasciò a colui che era il suo promesso sposo e, benedetto da tutti, riprese la sua via seguendo le armate romane.

La tomba di Lydda
San Giorgio è l’ultimo eroe mitologico che, come Perseo, di cui ricalca perfettamente il modello, libera la giovane principessa condannata alle fauci d’un mostro. Nel mondo antico, come nelle favole, liberare una terra da una tirannia e sposare la figlia del re significava conquistarla e Giorgio compie col suo valore la conquista di un popolo alla fede. Al tempo stesso è il campione prima del cavaliere medievale, e poi del west, che libera il paese dall’oppressore o dalla masnada del bandito Jac Morton e poi riprende sul suo cavallo la via delle solitudini, lasciando la ricchezza, la vita tranquilla e il cuore in pezzi della più bella ragazza del luogo: Il cavaliere della valle solitaria. Lo schema eroico giungerà fino a noi, anzi, con la fantascienza è trasmigrato tra le stelle dei secoli futuri, tra gli esseri d’altri mondi fatti di rotelle e che mangiano naftalina.

La leggenda di Giorgio prosegue sempre in do maggiore e nei grandi formati. Il campione della fede milita agli ordini del prefetto Daciano, sotto Diocleziano e Massimiano compiendo nobili imprese, ma giunto a Lydda (alcuni propendono per Nicomedia) assiste a una carneficina di cristiani operata dalle truppe romane, per cui, spogliatosi delle armi e dei suoi gradi, prende i rozzi abiti dei perseguitati e scende nelle piazze a gridare infamia contro i persecutori e a testimoniare la sua fede.

Viene preso e, riconosciuto, è invitato dai suoi commilitoni a non insistere, ma Giorgio rifiuta ogni privilegio e ogni perdono, per cui inizia una memorabile sequela di torture e di tormenti che dovrebbe comparire nel Guinness dei primati. Tuttavia il nucleo della Passio è qui: un martire, di nome Giorgio, forse appartenente all’esercito romano, dove ha un grado equivalente a un nostro generale, abbandona il suo rango e si ribella alla persecuzione dei cristiani, subendo le torture e il martirio. Il rimanente è del tutto irrilevante per quanto riguarda la dimensione religiosa, ma è molto importante per la connessione del religioso con altre dimensioni come il civile, il mondo militare, il costume, la concezione della patria e il rapporto con la professione di fede cristiana.

L’enfatizzazione di questa figura di soldato e di cavaliere non è affatto casuale, dato che serviva a operare una saldatura assai difficile tra una religione nascente, carica del messaggio cristiano contrario al potere, alla forza e alla violenza e un cristianesimo istituito che già indulgeva alla pratica delle armi, sia pure come difesa, presidio, sicurezza, ma anche come tentazione nell’affermazione dei propri valori.

Assistiamo a una sequela infinita di violenze, soprusi, torture, infamie, pratiche cervellotiche per infliggere ferite e dolori che il soldato inerme deve subire. La narrazione può servire come un manuale di tortura: cavalletti, unghioni di ferro, ustioni, sale sulle piaghe, chiodi di fuoco, veleni, ruota, caldaia di piombo fuso: tutto inutile: il Signore appare nella notte e fortifica il martire, i carnefici si convertono, le ruote si spezzano, lui nuota nel piombo fuso come nella vasca da bagno. Daciano allora lo lusinga e Giorgio finge di convincersi chiedendo di preparare nella piazza principale una grande cerimonia di abiura, ma davanti a un popolo immenso beffa il tiranno pagano: il tempio brucia, idoli e sacerdoti pagani e carnefici vengono inghiottiti dalla terra.

Anche la moglie di Daciano, Alessandra, si converte per cui il malvagio la supplizia e l’uccide dopodiché fa trascinare il santo per le vie cittadine e finalmente gli taglia la testa (forse nel 303), ma il perverso non fa a tempo neanche a tornare a casa perché il fuoco celeste piomba su di lui e l’uccide insieme ai suoi accoliti.

Altre versioni della Passio contengono particolari ancora più mirabolanti per cui si giunge a far addirittura resuscitare il povero martoriato per poter allungare la sua via crucis o a far durare sette anni le pene inflittegli dai carnefici.

Il destino del corpo e delle reliquie è rimasto oscuro, anche se si trovano qua e là delle testimonianze. Lydda, minuscola città della Palestina, circa venti chilometri a sud est di Giaffa (Lod per gli ebrei, Diospolis per i Romani, poi San Giorgio), è la località che presume di aver per lo meno ospitato il corpo del martire, come vuole una tradizione mai confutata. Nel V secolo vi fu costruita una chiesa in onore di San Giorgio per custodirvi la tomba, ma i Persiani nel VI secolo la distrussero. Ricostruita dai cristiani non sopravvisse alla rabbia del Califfo Hakim che nel 1010, pare credendo di distruggere la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, la fece radere al suolo. Venne edificata di nuovo grande e magnifica ma di nuovo i musulmani la distrussero nel 1099, si dice per evitare che la sua straordinaria dotazione di travature ed elementi architettonici potesse fornire ai crociati materiale per costruire macchine da guerra e mezzi per espugnare le mura. Ancora lo spirito delle crociate fece risorgere il tempio grandioso, a tre navate, ma fu nuovamente distrutto nel 1191.

Anche questo accanimento nel distruggere e ricostruire il tempio di un santo guerriero cristiano non è casuale: la mira era non tanto l’edificio quanto l’immagine di un valore guerresco cristiano e musulmano che si fronteggiavano volendo reciprocamente distruggere l’altro e affermarsi. San Giorgio era visto come il condottiero divino, la mano del cielo che veniva a incoraggiare, spingere e soccorrere i cavalieri di Cristo più o meno come apparve San Giacomo nelle battaglie contro gli arabi nella Reconquista spagnola, oppure l’Arcangelo Michele nel cielo della Battaglia di Lepanto.

Del tempio di San Giorgio rimane solo la rovina: una parte trasformata in moschea e un’altra riadattata dai greci ortodossi. Nella cripta c’è la sua antica tomba, ma vuota.

La festa
La festività di San Giorgio cade il 23 aprile e si avvicina a quella che è la data più «alta» della Pasqua. Quando la Pasqua cade in tale data si dice che ci sarà nel mondo un grande sconvolgimento. Si tende spesso ad attribuire ad un fatto eccezionale un significato particolare. Scrive Iprimi: «Questa credenza riguardo alla Pasqua altissima (25 aprile) proviene dallo stato d’animo consueto del popolo per tutto quanto accade raramente e ad esso sembra stravagante, onde produce una certa inquietudine, un vago timore». Quando San Giorgio viene di Pasqua per il mondo c’è una gran burrasca.

Attributi dell’iconografia di San Giorgio
Il cavallo bianco che comincia a comparire nella tradizione copta. Il bianco indica l’innocenza e il buon diritto.
Lo scudo con la croce rossa.
La spada di solito sguainata.
La lancia impugnata nella lotta o spezzata a terra con un moncone infisso nel cuore o nella testa del drago.
La clamide bianca con la croce rossa, croce di San Giorgio.
Indossa di solito una splendida armatura di soldato romano o cavaliere medievale.
Può avere uno stendardo con la sua croce oppure la croce è sul petto.
Spesso è raffigurato con altri santi guerrieri: San Giacomo, San Michele, San Sebastiano, San Martino e, a Nord, San Floriano.
Il drago, di solito alato e nero, richiama il demonio.
La principessa che prega, fugge o tiene il drago ferito legato alla sua cintura.

 

La presenza nella storia e nel mondo
Durante le crociate si cominciò a vedere San Giorgio cavalcare nei cieli sui campi di battaglia in una fulgente armatura, coperto da una clamide o una tunica bianche con la splendida croce rossa.

Così lo vide forse Riccardo Cuor di Leone combattendo la sua crociata contro il Saladino. Dai campi di battaglia riportò in patria la devozione per il santo, che indicò come patrono dell’Inghilterra stabilito nel 1222, mentre un secolo più tardi divenne protettore dell’Ordine della Giarrettiera che ha sede nella S. George’s Chapel a Windsor. La croce rossa in campo bianco (detta la croce di San Giorgio) che Riccardo pose nella sua bandiera, passò in quella dell’Inghilterra. Dopo essere stato praticamente il vessillo dei crociati divenne l’insegna di diversi ordini cavallereschi che videro in San Giorgio il loro campione: si può dire che ogni regno d’una certa importanza abbia nel corso dei secoli intitolato a San Giorgio un ordine cavalleresco.

In pratica questo è uno dei santi che ha il culto più diffuso e inserito capillarmente in ordini, istituzioni, società, comunità e organizzazioni per l’idea di intrepida forza, di decisione e generosità volte al bene che sprigiona dalla sua icona. Ha dato nome alla Georgia, è patrono del Portogallo, della Lituania, di molte regioni della Spagna e di Genova, Reggio Calabria, Ferrara, Brunico, mentre col suo nome si chiamano numerosi paesi e città.

Non si contano le chiese e i santuari a lui dedicati: il culto abbraccia tutta la cristianità, occidentale e orientale, e si ritrova vivo in Egitto, in Etiopia, Francia, Siria, Germania, Russia. È patrono dei cavalieri, soldati, arcieri, scout. Estende il suo patronato ai contadini e ai raccolti in quanto il suo nome greco significa coltivatore, contadino. Ha anche il patrocinio di ospizi, ospedali, lebbrosi, appestati ed è difensore contro il demonio, i maghi e gli stregoni. Tale è proprio la metafora più comune di questa figura: il drago rappresenta il diavolo, come nel più antico modello di santo armigero, costituito dall’Arcangelo Michele, anch’egli patrono della vita militare, della lotta, ma in senso più alto e come comandante di schiere e d’eserciti.

Il suo segno, la croce rossa in campo bianco, divenne universale per l’uso che ne fecero i crociati e poi i pellegrini in Terrasanta dopo la conquista di Gerusalemme nel 1095, ma era già usato dalla Repubblica di Genova con provenienze remote che rivelano un contatto con l’Impero Bizantino dove prese molto vigore il culto del santo cavaliere. Le navi genovesi issavano la croce che era protezione per i naviganti contro i pirati e sotto tale presidio navigarono anche le navi inglesi nel Mediterraneo pagando un tributo alla repubblica marinara. Il segno è passato in un numero strabiliante di bandiere nazionali, gonfaloni, simboli di marine mercantili e militari e rimane nella composizione dell’Union Jack. Come stemma è ancora più diffuso per comuni, città, paesi, società sportive. Forse seguendo le parole di Jacopo da Varagine: Il salvifico vessillo della vera croce, è passato nella bandiera della Croce rossa dandole anche il nome.

Maestri eccelsi hanno raffigurato Giorgio o le sue imprese a cominciare dallo stupendo marmo di Donatello del Museo Nazionale del Bargello, a Paolo Uccello nella Lotta col mostro della National Gallery di Londra, al Mantegna nella tela della Galleria di Venezia, a Stefano da Verona, Altichiero e Avanzo, nel ciclo di affreschi nell’Oratorio di San Giorgio a, Padova; Carpaccio, nell’Oratorio degli Schiavoni a Venezia; Pisanello, in Sant’Anastasia a Verona.

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