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Governo: domani Letta al Quirinale per dimissioni

«A seguito delle decisioni assunte oggi dalla Direzione nazionale del Partito Democratico, ho informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri». Lo si legge in una nota di Palazzo Chigi.

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E’ difficile scorgere qualcosa che abbia a che fare con la politica in quanto sta accadendo in queste ore attorno al governo della Repubblica. Come in tutti i momenti di acuta confusione, gli argomenti si rincorrono e sovrappongono: ciò che veniva utilizzato ieri a sostegno di una tesi viene improvvisamente utilizzato da coloro che sostenevano la tesi opposta. E’ il caso del rilancio del tema di una legislatura costituente (toh, chi si rivede!), tormentone che accompagnò il dopo sconfitta di Veltroni (elezioni del 2008). E’ il caso del mitico “semestre europeo” invocato sinora a gran voce come elemento non discutibile per confermare il mandato del governo Letta almeno sino al 2015.

La cifra più evidente del segretario Pd, candidato premier dopo la riunione di oggi del suo partito, è quella della spregiudicatezza, bruciate d'incanto le affermazioni fatte di fronte ai cittadini nelle scorse settimane. Chissà dove è il “nuovo” in tutto questo. Criticato per aver rimesso in gioco Berlusconi dopo la condanna definitiva e la sua decadenza dal Parlamento, Renzi oggi si propone di prendere in ostaggio questo Parlamento dei nominati, con la prospettata illusione di traghettarli al 2018, complici le preoccupazioni dei piccoli gruppi sorti nel frattempo. Velocità, velocità, il segno che Renzi intende imprimere in chiave futurista alla sua esperienza politica, usando l'incarico volta a volta affidatogli per preparare un passaggio successivo (record di velocità assoluto, in dieci anni da Palazzo Medici Riccardi, sede della Provincia di Firenze, a Palazzo Chigi, a Roma, senza alcuna esperienza di livello nazionale).

A che servirà l'ascensore di Palazzo Chigi, dopo il ruolo di semplice grimaldello, durato due mesi, della segreteria del Pd?. In questi casi è buona educazione ricordare che “lo chiede il Paese” perché l'ambizione è di “uscire dalla palude”.

L'ambizione è di avere un programma completamente “nuovo”, coraggioso; una “svolta” da compiere con la stessa maggioranza che sostiene, dopo l'ultimo voto di fiducia, il governo Letta. Arrendetevi, siete circondati, è stata l'invettiva di Beppe Grillo diretta al Parlamento durante la campagna elettorale dello scorso anno. Non è avvenuto. Il corpaccione del Pd, impaurito, si è, invece, arreso all'intimazione di Renzi, con l'aggregarsi intorno alla sua candidatura, durante il congresso, di intere regioni rosse che lo avevano avversato pochi mesi prima. Il dibattito della direzione Pd è stato esemplare in questo senso, ricco di retropensieri inespressi e di capriole opportunistiche dettate talvolta dalla convinzione che la strada della presidenza del Consiglio potrà rivelarsi ricca di insidie per Renzi. Con ingenuità (o forse ipocrisie), come quella di chiedere ad Enrico Letta di evitare, con le sue dimissioni, un voto esplicito della direzione.

Le minoranze, nei grandi partiti, durano poco: la via ministeriale è lastricata di buone intenzioni. In questa partitocrazia senza democrazia che, al massimo, si esprime con eventi plebiscitari, la grave crisi parlamentare aggravata da un sistema di elezione di deputati e senatori come il Porcellum (lodevolmente cancellato dalla Corte Costituzionale), rischia di trascinare con sé l'intero sistema democratico. Questo il rischio vero che questa fase politica, affrontata con tanta leggerezza da una classe dirigente ciarliera, comporta. L'imperativo seguito sin qui dal Quirinale è stato quello di assicurare la gestione di una crisi economico-sociale senza precedenti, a partire dal governo Monti: è opinione piuttosto diffusa che sarebbe stato meglio non alterare il fisiologico alternarsi delle forze, andando ad elezioni anticipate in quella occasione.

Di nuovo, oggi, anziché prestar fede al percorso dichiarato dal nuovo segretario del Pd, poche settimane fa, di voler l'accordo con Forza Italia per anticipare una legge elettorale che consentisse di porre termine a questa penosa legislatura, si vuole tornare allo stesso errore. Monti ieri, Letta oggi, Renzi domani, prigionieri della stessa condizione.

Fonte: Asca
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