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Le 187 testate della Fisc in radio a voce alta per difendere il pluralismo

All’inizio della trasmissione, nominati uno per uno i giornali aderenti alla Federazione. Immagine plastica della ricchezza dei territori. In studio, oltre alla conduttrice Paola Severini, il presidente Francesco Zanotti, il sottosegretario Giovanni Legnini e Paolo Peluffo. Forte convergenza sul ruolo di salvaguardia democratica svolto dall’editoria di prossimità, locale e non profit.

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Le 187 testate della Fisc in radio a voce alta per difendere il pluralismo

Centottantasette testate, nominate una per una. Sono i giornali del territorio aderenti alla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), protagonisti oggi della rubrica “Federalismo solidale” all’interno del Gr Parlamento (per scaricare il podcast: clicca qui). “Centottantasette giornali per centottantasette città: sopravvivrà l’editoria locale alla stretta sui finanziamenti?”, il tema della puntata, condotta dalla giornalista Paola Severini.

Locali solo per diffusione. “Noi diamo voce a quest’Italia”, ha esordito il presidente della Fisc, Francesco Zanotti, parlando di un’informazione che “racconta la vita della gente, delle comunità locali”, che parla “di una fetta d’Italia che spesso rimane oscura, ma esiste, è reale”. “I nostri - ha precisato - sono giornali che hanno un’appartenenza chiara, locali solo per diffusione, perché nessun argomento è escluso”. Si tratta, in altri termini, di “un reale servizio all’informazione e al pluralismo” messo in crisi da un’incertezza circa le pur minime risorse messe a disposizione dallo Stato. Eppure, è la posizione della Fisc che Zanotti ha ribadito, “le provvidenze all’editoria non sono un regalo di Stato a qualche amico, ma un contributo concreto al pluralismo e alla libertà d’informazione”, che peraltro “avviene in quasi tutti gli altri Stati europei”. Per sottolineare la peculiarità del territorio nel nostro Paese, il sottosegretario all’editoria del precedente governo Monti, Paolo Peluffo, ha utilizzato un paragone geografico: “In Italia - ha osservato - ogni 30-40 chilometri il territorio cambia radicalmente”. E se, ha aggiunto, “la società moderna” in termini d’istituzioni e diritti civili “è nata dai giornali”, allora la loro sopravvivenza è una questione che interessa “la vita della democrazia”.

Garantire il pluralismo. Certo, siamo in tempi di “vacche magre” ed “è giusto che lo Stato spenda meno”, dal momento che nel passato anche recente vi sono stati sprechi, ma questo non vuol dire “non spendere più”. Piuttosto, bisogna investire su chi veramente fa informazione e pare, ad avviso di Peluffo, “che l’attuale governo stia perseguendo questo obiettivo in un momento che è difficile per tutti”. “La ragione che ispira - non da oggi - il legislatore e il governo a sostenere l’editoria di prossimità, locale e non profit - ha rimarcato l’attuale sottosegretario all’editoria, Giovanni Legnini - è rintracciabile nell’esigenza di garantire il pluralismo dell’informazione. Spegnere queste voci significherebbe menomare gravemente la qualità, oltre che la quantità, dell’informazione e delegare una funzione decisiva per la democrazia ai grandi gruppi”.

Le sfide del futuro. Tuttavia, “non possiamo avere lo sguardo rivolto indietro” perché “un atteggiamento conservativo sarebbe destinato alla sconfitta”, ha riconosciuto Legnini. “Dobbiamo affrontare le sfide del futuro - ha aggiunto - e anche i ‘piccoli’ quotidiani e periodici sono chiamati a fare un passo in questa direzione”. La prospettiva è la rete e già oggi, ha ricordato Zanotti, “più di cento periodici sono on line con un loro sito, alcuni lo aggiornano costantemente e, anzi, il sito ci permette di uscire dall’‘angolo’ settimanale e anticipare spesso pure i quotidiani”. Bisogna però tener presente pure che “oggi la rete non rende niente, è un investimento di fronte al quale c’impegniamo”, ma serve una certezza di risorse, considerato che delle 187 testate molte “sono vere e proprie aziende editoriali”. “I soldi spesi per l’editoria - ha concluso il presidente della Fisc - non sono ‘a perdere’ per lo Stato, ma sono un investimento che torna come valore aggiunto per la democrazia”.

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