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Morte malato Sla Montebelluna, «non è eutanasia». La testimonianza del parroco

Un notizia usata «strumentalmente». Lo afferma Francesco Ognibene, caporedattore di «Avvenire», secondo il quale a Montebelluna «non è andato in scena un caso di eutanasia ‘clandestina’, la prima esecuzione di un testamento biologico con volontà del paziente di farla finita», come raccontato da diversi media, ma semplicemente, chiarisce dalle colonne del quotidiano, una morte «per cause naturali, senza prolungare una vita ormai purtroppo giunta al termine, alleviando il dolore».

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Cure palliative (Foto Sir)

La vicenda è quella di Dino Bettamin, paziente settantenne malato terminale di Sla e morto a Montebelluna durante il sonno: aveva chiesto la sedazione profonda di fronte a una sofferenza acuta, e la notizia della sua morte è rimbalzata dalla stampa locale sulle agenzie nazionali con titoli equivoci. Uno per tuti: «Malato di Sla muore facendosi addormentare». «Si chiama sedazione terminale, o profonda – chiarisce Ognibene -, e viene praticata quando la situazione del paziente non lascia alcuna speranza: la morte è prossima, e ogni intervento medico rischia di aggravare l’evidente sofferenza fisiologica ed emotiva. Dunque si sospendono le terapie, ormai inutili se non deleterie, e si cessa anche la nutrizione assistita (come nel caso del settantenne veneto) ricorrendo alla sedazione che però non è la causa la morte, sopraggiunta per il decorso della malattia non più arginata. Tutto secondo la legge, l’umanità, la scienza medica e le volontà del paziente». Forse, osserva il giornalista, è solo una coincidenza che nelle stesse ore in cui iniziava a circolare la notizia, in Commissione Affari sociali della Camera fosse in corso «una discussione serrata sul rapporto tra volontà del paziente e doveri del medico, regolamentato dal controverso comma 7 dell’articolo 1 del disegno di legge sul fine vita». «Quando si tratta della vita e della morte di una persona – conclude- è indispensabile muoversi con estrema cautela e rispetto prima di ingenerare idee fuorvianti».

«Spero di sentire solo parole di vicinanza e rispetto in questi giorni, per Dino e per tutte le persone coinvolte, non giudizi sommari. Io stesso da Dino e dal suo modo di vivere la sofferenza sono stato edificato»: è il parroco della parrocchia del Duomo di Montebelluna, mons. Antonio Genovese, a parlare così all’indomani della morte di Dino Bettamin.

«Ho seguito Dino in questi due anni e mezzo, da quando sono arrivato a Montebelluna – racconta il parroco -. Era una persona buona, che ha portato la propria sofferenza con grande coraggio, ha combattuto insieme alla moglie e ai figli, ma ultimamente soffriva moltissimo, per le crescenti difficoltà causate dalla malattia e per la perdita di alcune persone care. Di fronte a queste sofferenze crescenti e senza alcuna possibilità di migliorare, ha chiesto semplicemente di essere accompagnato attraverso il sonno verso l’incontro con il Signore, sempre sostenuto con fiducia e forza dalla sua famiglia. Era una persona di grande fede – sottolinea mons. Genovese -, pochi giorni fa ha chiesto di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi. Era lucido, abbiamo pregato insieme. Si è davvero fatto accompagnare alla Casa del Padre, con fiducia e abbandono. Non è stata staccata alcuna spina, la sedazione profonda è prevista dalle cure palliative per attenuare il dolore».

 

«La morte per noi cristiani non è un rifiuto della vita, e non lo è certo stato per Dino – aggiunge il parroco, che domani celebrerà il funerale di Bettamin – ma è un andare incontro al Signore. Chi gli è stato accanto ha potuto leggere, in questo suo desiderio di andare al Padre, lo stesso desiderio espresso da Giovanni Paolo II, al termine della sua vita, quel ‘lasciatemi andare’ frutto di fede e di abbandono nelle braccia del Signore della vita».

Fonte: Sir
Morte malato Sla Montebelluna, «non è eutanasia». La testimonianza del parroco
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