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Le interviste di Papa Francesco

Questa settimana pubblichiamo due lettere sulle interviste rilasciate da Papa Francesco ad Antonio Spadaro e a Eugenio Scalfari.

Percorsi: Papa Francesco

La Chiesa ha sempre curato le «ferite»
Dopo aver letto più volte lo stralcio dell’intervista di Papa Francesco, lodevolmente da voi pubblicato, vi chiederei un commento su alcuni punti, meritevoli a mio avviso di riflessione.

Nell’intervista, di chiaro stampo pastorale, si fa riferimento quasi continuo a «Dio», che sappiamo Somma Sapienza e Misericordia; tuttavia non viene mai citato espressamente quello che per noi cristiani è il Dio incarnato storicamente e cioè Gesù Cristo; sembrerebbe quasi individuabile un Dio indeterminato e quindi presente in tutte le religioni. Invece da Gesù Cristo e dalla Sua predicazione- testimonianza discendono tutti i Sacramenti, la fede salvifica con il senso del peccato e la preghiera-pentimento al padre con le opere di carità, la teologia nariana e così via.

Giustamente il Papa paragona lo stato della Chiesa oggi (e direi di sempre) a un ospedale da campo in cui si curano con amore le ferite dell’uomo, meglio anche quelle del corpo. Peraltro la Chiesa, a mio avviso, ha sempre cercato come tutti i buoni medici di curare anche in via preventiva per cercare di eliminare o quanto meno ridurre i «feriti»: è ciò che hanno fatto per secoli i Santi, i Vescovi e i parroci nelle loro omelie, creando un sistema di norme definibili come precetti, soggetti certo a variazioni storiche e culturali, ma sempre protesi a salvare le anime, e ciò nella carità e verità del Vangelo. È da considerare infatti che la «partita» non si gioca solo tra gli uomini e il loro Creatore ma vi è dall’inizio dell’umanità il Nemico di Dio, la forza del Male che cerca di produrre più morti e feriti che può.

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Francesco e Scalfari, dubbi su una risposta
In un colloquio privato il Papa avrebbe detto a Eugenio Scalfari che «Dio perdona chi segue la propria coscienza» e che «ciascuno di noi ha una sua visione del bene e del male e deve scegliere di seguire il bene e combattere il male come lui lo concepisce». Confesso che sono rimasto un po’ confuso e mi sono posto questa domanda: se io in coscienza ritengo che sia un bene ciò che in realtà è un male, Dio mi perdona? Ho anche pensato che Papa Francesco abbia dato per scontato che deve trattarsi di «retta coscienza», ma gradirei un vostro parere.

Luca Draper
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Non ho la presunzione di rispondere ai dubbi sollevati dalle due lettere, perché sono di competenza di un teologo. E mi immagino che anche lui troverebbe qualche difficoltà, perché le questioni poste sono enormi e non possono prevedere risposte di poche righe. Le pubblichiamo lo stesso perché abbiamo avvertito, accanto a tanto entusiasmo per questo nuovo stile comunicativo del Papa, anche qualche perplessità. E forse su questo possiamo tentare una risposta e aprire un dialogo. Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco. Siamo abituati (soprattutto per colpa della classe politica italiana) al solito balletto di interviste smentite con il corollario di esser stati fraintesi dal giornalista. Le due interviste a papa Francesco di cui parlano queste lettere sono un’altra cosa. E smentite non ci sono state. La prima è stata curata in ogni dettaglio da un confratello gesuita del Papa, Antonio Spadaro, grande conoscitore del sistema dei «media», oltre che fine teologo. Pubblicata in contemporanea su tutte le riviste dei gesuiti, pur non ponendosi alla pari di un’enciclica, è comunque un testo ampio e meditato, la cui pubblicazione è stata autorizzata da Francesco stesso. Un po’ come il libro intervista di Peter Seewald a Benedetto XVI o quello di Vittorio Messori a Giovanni Paolo II. Di fronte a questo testo occorre dunque porsi con il necessario rispetto, sforzandoci di capire cosa ci voglia dire l’attuale Papa. Che sicuramente non ha cambiato di una virgola il magistero dei suoi predecessori, ma ha uno stile comunicativo proprio e sta mettendo l’accento su alcune priorità pastorali piuttosto che su altre.

L’altra intervista, pubblicata sul quotidiano «La Repubblica», ha caratteristiche completamente diverse. Potremmo anche pensare che Eugenio Scalfari – che per quanto autorevole ha forse una conoscenza piuttosto ridotta del linguaggio e del mondo ecclesiale – non sia sempre riuscito a cogliere tutte le sfumature nel discorso di Francesco. Su qualche virgolettato del Papa sono stati sollevati dei dubbi da vaticanisti esperti e molto attenti come Andrea Tornielli (ad esempio per il racconto di cosa sarebbe avvenuto dopo l’elezione a pontefice). È vero che dal Vaticano non sono giunte smentite o correzioni, ma il portavoce, padre Lombardi, si è limitato a dichiarare che per quanto gli risulta l’intervista non è stata rivista da Francesco. Questo testo va quindi preso con molta attenzione, guardando più al fatto in sé che al suo contenuto letterale. Francesco ha scelto di aprire un dialogo, vero, con un interlocutore che parte da posizioni dichiarate di non credente. E proprio per questo non ha preteso revisioni o concesso imprimatur. Ho l’impressione che tanti cattolici mal sopportino che il Papa riservi parte del suo tempo e della sua attenzione al fondatore di un quotidiano che in tutti questi anni non ha perso occasione per attaccare la Chiesa e i credenti e soprattutto i valori in cui credono. Ma per Francesco ogni occasione di dialogo con chi è «lontano» va raccolta. A questo proposito è interessante quanto scrive in una lettera agli aderenti di Comunione e Liberazione il presidente della Fraternità don Julian Carròn, dopo un suo recente incontro con il Papa. Francesco, scrive Carròn, insiste «sul bisogno della testimonianza, sulla necessità, cioè, di andare incontro agli altri, di fronte alla tentazione di chiudersi su posizioni difensive, incapaci di rispondere all’urgenza della trasmissione della fede, osservando che non sarà la pura “restaurazione” di forme del passato che potrà rendere attuale il cristianesimo per l’uomo d’oggi». Da qui l’invito del Papa «a dialogare con quelli che non la pensano come noi, che hanno un’altra fede o che non hanno fede».

Claudio Turrini

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