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Sinodo, troppo silenzio sulla consultazione

A proposito del Sinodo sulla famiglia, ch si sta svolgendo in Vaticano, un lettore ci chiede perché non siano stati resi pubblici i risultati della consultazione voluta dal Papa, attraverso un questionario inviato alle Diocesi.

Sul Sinodo sulla famiglia, le aspettative sono molte e molte sono le speranze. Ho letto in questi giorni dell’offensiva della parte più tradizionalista della Chiesa che mette in guardia contro possibili cedimenti dottrinali. Se modifiche di tipo magisteriali sono improbabili, è auspicabile almeno la promozione di un linguaggio nuovo e di una pastorale aperta alla comprensione delle situazioni più complesse come potrebbe far intravedere la lettura dell’Instrumentum Laboris. Staremo a vedere a breve e poi «lo Spirito soffia dove vuole».
Ma non è di questo che volevo parlare; volevo accennare a quel lavoro preparatorio che è partito dal «questionario» inviato dal Vaticano, verso la fine dello scorso anno, a tutte le diocesi del mondo proprio per raccogliere dal vivo materiale per il Sinodo. Immagino che questo lavoro sia avvenuto, oltre che in apposite commissioni, nei vari uffici diocesani per la pastorale familiare, nelle parrocchie, nelle associazioni etc.

Nei mesi passati ho cercato costantemente, settimana per settimana, su «Toscana Oggi», sia nelle pagine regionali che in quelle locali, tracce di queste risposte, di queste elaborazioni… inutilmente. Solo nel numero dell’8 giugno 2014 si è parlato della preparazione al Sinodo e genericamente dei risultati delle risposte al questionario aggiungendo tra l’altro: «...le risposte arrivate alle diocesi italiane sono state raccolte in una sintesi che non è stata resa pubblica ma che andrà insieme alle sintesi del resto del mondo a comporre l’Instrumentum Laboris...». Perché mai non sono state rese pubbliche? Sono rimasto abbastanza perplesso; è stato detto che la Chiesa deve essere una «casa di vetro», al contrario si tende a tenere all’oscuro gran parte del Popolo di Dio di dati che lo riguardano direttamente. Sembra che si abbia paura a rendere pubblici i problemi, i malesseri, le sofferenze, le insoddisfazioni che attraversano le famiglie. Quanto tempo dovrà ancora passare perché in questa grande comunità che è la Chiesa Cattolica, ogni suo membro abbia piena dignità e sia trattato da «Cristiano adulto»?

Carlo Giuseppe Rogani
Siena

Caro Rogani, le confermo che se non abbiamo dato conto, nello specifico, di quanto è emerso dalla consultazione delle diocesi italiane in vista del Sinodo sulla famiglia è solo perché quei risultati non sono stati resi pubblici. Altre conferenze episcopali, come quelle di Germania, Austria e Svizzera hanno scelto di diffondere quanto raccolto in risposta alle 38 domande preparate dalla Segreteria del Sinodo. In Italia (ma anche in tante altre nazioni), si è temuto invece che renderle note favorisse una sorta di «conta» tra favorevoli e contrari su alcuni temi «sensibili», quasi che argomenti complessi, come la pastorale per divorziati e risposati, si possano derimere a colpi di referendum. È stato un eccesso di prudenza? Forse sì, ma se questa riservatezza servirà a tenere nei giusti argini il dibattito dei padri sinodali, senza troppe «pressioni» mediatiche, lo vedremo nei prossimi giorni. Auguriamoci, comunque, che si riesca a render conto all’opinione pubblica nella Chiesa del dibattito su questi temi.

Padre Lombardi, presentando venerdì scorso le strategie di comunicazione dell’evento, lo ha descritto come il primo «Sinodo social», grazie all’uso continuo di tweet e ai diversi «contributi» che appariranno sul nuovo canale dedicato: «Non solo i testi che verranno pubblicati nel bollettino, ma anche interviste audio e video ai padri sinodali», ha annunciato Lombardi. Grazie all’apporto di Radio Vaticana e del Ctv, questo materiale sarà messo a disposizione «di chi vuole diffondere in rete e in modo gratuito e senza limiti le “clip” dei padri che parlano in diverse lingue». Le intenzioni sembrano buone. Verifichiamole nei fatti.

Claudio Turrini

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