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«Forse in Iraq i moderati musulmani non esistono più»

La drammatica testimonianza di padre Douglas Joseph Shimshon Al-Bazi, sacerdote cattolico di Baghdad, parroco ad Erbil (Kurdistan iracheno), dove nel sobborgo di Ankawa accoglie i cristiani fuggiti dalla violenza dell’Isis. Parole come macigni: «In Italia i musulmani vivono tra di voi e convivono. Ma quando sei tu cristiano a dover vivere in mezzo ai musulmani allora la convivenza è impossibile».

Parole chiave: Isis (46), Meeting di Rimini (48)
padre Douglas Joseph Shimshon Al-Bazi (Foto Sir)

L’Isis? «È un topolino diventato un dragone in poco tempo, formato da musulmani che stanno facendo quello che Maometto ha fatto 1400 anni fa. L’Isis rappresenta l’Islam al 100%. Un topolino che è cresciuto perché ha trovato le giuste condizioni per crescere. Il conflitto, in Medio Oriente e nel mio Paese non è per il petrolio. È uno scontro nell’Islam stesso, tra sunniti e sciiti. Isis è sunnita e per questo ha trovato sostegno tra i sunniti di Mosul. Ma la prossima generazione di Isis sarà la peggiore e verrà dalla parte sciita». «Non usa giri di parole» per raccontare quanto accade oggi in Iraq, padre Douglas Joseph Shimshon Al-Bazi, sacerdote cattolico di Baghdad, parroco di Mar Eillia ad Erbil (Kurdistan iracheno), dove nel sobborgo di Ankawa è responsabile di due centri di accoglienza per i cristiani fuggiti dalla violenza dell’Isis. E non potrebbe essere altrimenti, per lui che da bambino ha visto la guerra contro l’Iran e vissuto sotto il regime di Saddam fino al 2003, passando per la guerra del 1991, gli anni dell’embargo internazionale e le ondate di violenze contro i cristiani (2004, 2006, 2010). Gli hanno sparato, una bomba è esplosa vicino alla sua chiesa, è stato rapito nel 2006 per 9 giorni, nei quali è stato torturato, picchiato con un martello, lasciato senza acqua. Vicende che oggi gli fanno dire che «forse i musulmani moderati non esistono più».

«Ciò che è successo a me ora sta accadendo al mio popolo» racconta, ricordando la catena della sua prigionia usata come Rosario recitato continuamente «per non perdere la speranza». Oggi quella stessa catena del conflitto è intorno «al collo della mia gente» che padre Douglas aiuta nei centri di accoglienza ad Ankawa. «Dalla sera alla mattina sono arrivate migliaia di famiglie cristiane di Mosul e di Ninive con quel poco che sono riuscite a prendere prima di fuggire dall’Isis. Oggi, dopo un anno, la situazione è ancora terribile. Le persone che ospitiamo vivono in case da terminare, in affitto o in roulotte». Ma non è questo che preoccupa il sacerdote che ha ripetuto gli stessi concetti alla platea del Meeting di Rimini domenica 23 agosto. Ben altra è la preoccupazione: «le persone si chiedono cosa sarà della loro vita. Tra loro vi è chi ha paura del futuro e chi invece il futuro lo sta aspettando. Coloro che cercano il futuro non vogliono restare in Iraq, quelli terrorizzati dal futuro lo sono perché sanno che dovranno restare e tornare a vivere con i musulmani. Io e la mia gente siamo preoccupati per quello che succederà dopo l’Isis». Perché, denuncia padre Al-Bazi «i problemi nel mio Paese sono ancora all’inizio».

Una consapevolezza che genera terrore tra le famiglie. «Ciò che spaventa la mia gente non è la mancanza di cibo o medicine ma la mancanza di speranza. Non abbiamo speranza in Iraq. Siamo perseguitati. La gente chiede quando il Governo, e gli Usa ci libereranno, ma il problema non è l’Isis. Eravamo perseguitati già prima del suo avvento». Le sue parole sono come macigni: «in Italia i musulmani vivono tra di voi e convivono. Ma quando sei tu cristiano a dover vivere in mezzo ai musulmani allora la convivenza è impossibile». Sembrano lontani gli inviti alla conoscenza e alla convivenza, lanciati dal Meeting, pochi giorni prima (20 agosto), da Azzedine Gaci, rettore della moschea Othmane di Villeurbanne (Francia), da Haïm Korsia, Gran Rabbino di Francia e dal cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. L’esperienza vissuta da padre al-Bazi racconta anche l’altra faccia della medaglia. E vuole che si sappia, che l’opinione pubblica la conosca senza mezzi termini.

«Quello che sta accadendo al mio popolo è un genocidio - alza la voce il sacerdote - e l’unico che lo riconosce è Papa Francesco. Apprezzo molto il sostegno della Chiesa italiana e dei vescovi di tutto il mondo, lo sforzo della Caritas Italiana per costruire un’università a Erbil, ma bisogna pensare anche a centinaia di migliaia di persone. Ripeto le parole del vescovo di Erbil, monsignor Bashar Warda: ‘se non potete aiutarci a restare aiutateci ad andarcene’. L’Isis è forte perché riceve sostegno da tanti Paesi e rappresenta una minaccia per i cristiani e per tutto il Medio Oriente. I suoi miliziani sono in Iraq solo per immolarsi e uccidere». E presto lo potrebbero fare anche in Occidente.

«Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno - avverte padre Douglas -. Noi cristiani siamo l’unico gruppo che ha visto il volto del male, l’Islam. Pregate per la mia gente, aiutate la mia gente, salvatela. Io sono un sacerdote e penso che prima o poi mi ammazzeranno. Oggi mi preoccupo dei nostri figli, penso alla comunità come una madre. Gesù è la terra promessa. Occorre svegliarsi e fare qualcosa per salvare il mio popolo. Non ci saranno più cristiani in Medio Oriente ma l’ultima parola sarà la nostra e sarà ‘Gesù ci ha salvato’. Non smetteremo mai di ripeterlo. Mai!».

Fonte: Sir
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