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«Blu Whole». Vampiri senza volto che succhiano la vita

Un «gioco» nato nella rete, non si sa ancora quanto bufala o realtà, ma che non si può ignorare e che ci richiama alla necessità di un’educazione, nel senso etimologico del termine. Perché i nostri figli hanno ancora bisogno di noi. E noi di loro.

Blu whole

Che significa essere adolescenti? Ci siamo passati tutti eppure questa età di passaggio, questa fase evolutiva, rimane qualcosa che non consapevolizziamo mai fino in fondo. L’adolescenza è il momento in cui l’essere umano ha accesso a un tipo di pensiero differente e maggiormente complesso rispetto a quello usato in infanzia.

Usando concetti cari a Piaget (uno psicologo che ha passato la vita a studiare le fasi evolutive) si passa dal pensiero concreto a quello di natura astratta. Ciò comporta il desiderio e la capacità di sfruttare questo nuovo potenziale; molto spesso oltre i limiti che impariamo a darci nell’età adulta. Quante volte abbiamo visto ragazzi adolescenti ingigantire e amplificare pensieri, ideali o situazioni che a noi sembrano e si mostrano molto normali?

Oltre a questo fenomeno, l’adolescenza è anche il momento in cui smettiamo di pensare alle nostre figure adulte di riferimento come se fossero eroi inarrivabili e, nel tentativo di crearci una nostra identità, proviamo a distruggerle. Eccoci al dunque! L’adolescenza è il momento in cui iniziamo a domandarci chi siamo, chi vorremmo essere, e non troviamo una risposta convincente. Non ci basta più l’esempio dei nostri genitori, dobbiamo creare qualcosa di nostro; qualcosa che ci faccia sentire unici.

È su questo che Blue whale fa leva, sia che sia un fenomeno reale che un ingigantimento dei media che qualcuno descrive come vera e propria bufala. È su questo che ogni comportamento deviante di gruppo nasce in adolescenza: bisogno di appartenenza e di differenziazione. Blue whale sarebbe un gioco/forum/social, difficile da definire. Chi decide di farne parte deve eseguire dei comandi, degli ordini per avanzare di livello e rimanere all’interno del gioco. Le richieste iniziali vanno dal mangiare un frutto ad altre piccole prove di obbedienza. Più si va avanti più le richieste diventano complesse e contorte: si passa dalla privazione del sonno ad atti autolesionistici come bruciarsi o tagliarsi. L’ultimo comando che verrebbe impartito è quello di suicidarsi saltando dall’ultimo piano dell’edificio più alto a disposizione.

Se ne parliamo in questa sede e in altre è perché molte testate giornalistiche hanno affermato che per più di una ventina di volte gli adolescenti che avrebbero partecipato a questo «gioco» avrebbero eseguito l’ultimo comando suicidandosi. C’è poco da dire: è triste. La tristezza aumenta esponenzialmente nel momento in cui colui che si è definito il creatore di questo sistema viene arrestato e rilascia dichiarazioni nelle quali spiega di aver fatto un favore al mondo. Che il suo gioco regala momenti indimenticabili in vite inutili e che chi si uccide non meritava la vita che stava vivendo. Afferma di aver fatto pulizia della feccia.

Ancora più triste il fatto che dopo questo arresto sembra stiano nascendo molti siti e gruppi on line che, emulando Blue whale, propongono la stessa esperienza. Indifferentemente dal fatto che Blue whale fosse realtà o bufala adesso rischia comunque di esistere. Non ve ne stupite, è un mero discorso di domanda e offerta. L’adolescenza brama di missioni idealistiche impossibili e appartenenza ad un gruppo che ci fornisca un’identità. Il fantomatico Blue whale, ed i possibili e probabili emulatori vari, provano solo ad intercettare questo bisogno. In modo del tutto distorto. Perseguono i loro scopi. Ricercano un potere, un’autorità, in cerca anche loro d’identità. Non giustificabili. Non educati. Persone tristi che, alla stregua dei vampiri, succhiano la vita ad altri. Siamo quindi alla presenza di carnefici e vittime. E come tali vanno trattati: i carnefici perseguiti e rieducati; le vittime preparate a difendersi dall’aggressione.

Non è un caso che l’aggressione sarebbe arrivata per mezzo della rete. Attraverso internet non devo mostrarti la mia faccia, non devo presentarmi di fronte a te e comandarti guardandoti negli occhi. Internet, l’anonimato, il nickname, deresponsabilizza. La relazione è modificata dai media che usiamo per comunicare. Non è una novità, ma è pericoloso se non educhiamo all’utilizzo di questi media. È passata una generazione dall’avvento della rete, non abbiamo più scuse. Non è qualcosa che si accomoderà da solo. Ribadisco: è necessaria un’educazione. Educere è il termine latino da cui educazione trae origine. Significa tirar fuori, non mettere dentro.

Mai come in questo caso l’etimologia della parola ci è utile. I nostri ragazzi hanno maggiori competenze rispetto a noi sui nuovi media, non possiamo insegnargli. Piuttosto facciamoci spiegare il loro mondo, accompagniamoli nella riflessione sul senso e il significato del loro mondo, senza giudizio. Confrontiamoci con loro, proponiamo la nostra visione, negoziamo con loro una posizione congiunta e condivisa. Non abbiamo ragione noi né l’hanno loro. Cresciamo insieme: noi impareremo qualcosa su chi siamo e su chi sono i nostri figli e sul loro mondo. Loro impareranno maggiore senso critico, un’etica e un’estetica diversa. Per fare tutto ciò è necessario investire molto tempo. Passare molto tempo in più con i nostri figli.

Mi sembra che il gioco valga la candela. Espressione che calza a pennello. Prima della corrente elettrica, se volevi giocare la sera, era necessaria una candela. Non era un bene di poco conto ma era ben utilizzato e non rimpianto se ci permetteva di ottenere quanto desiderato: un momento di condivisione e gioia. Indifferentemente che Blue whale sia esistito realmente, noi possiamo comunque fare nostro un insegnamento prezioso: i nostri figli hanno ancora bisogno di noi. E noi di loro.

«Blu Whole». Vampiri senza volto che succhiano la vita
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