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Una generazione di precari alla quale non siamo in grado di garantire un futuro

Per sposarti devi avere una casa. Ma a venti anni per comprarti una casa devi fare un mutuo. Ma se sei precario il mutuo non te lo dà nessuno. Al massimo ti fanno la grazia di un prestito per un anno o due. Ed anche fare figli, se sei precario, è difficile se non impossibile perché ti danno un congedo di parentalità al massimo solo il primo anno.

Una generazione di precari alla quale non siamo in grado di garantire un futuro

Così la precarietà del lavoro sembra rendere precario e bloccare in un’eterna anticamera anche ogni altro progetto di vita che non sia di qualche mese come il tempo del tuo contratto. Tutto rimane sospeso. Anche la promessa solenne dell’amore a tempo indeterminato e il desiderio di mettere al mondo dei figli.

In genere si dice che il lavoro cosiddetto flessibile è sempre più la regola dovunque. Ma negli altri paesi il lavoratore precario guadagna più e talvolta molto di più del lavoratore fisso. In Italia avviene il contrario. Se lo stipendio medio del lavoratore a tempo indeterminato è di 1.500 euro al mese, lo stipendio medio del precario è di circa 832 euro al mese secondo il «Rapporto sui diritti globali 2013». E su una cifra così ridotta si pagano contributi previdenziali ancora più ridotti. Il 40% dello stipendio, nel primo caso. Il 27%, nel secondo. Così, mettendo insieme tutto questo con le interruzioni dei periodi di lavoro, se sei precario devi prepararti ad una pensione miserevole che con lo stipendio che hai non puoi certo compensare con una pensione integrativa. Intanto, a differenza dei lavoratori protetti, oltre ad uno stipendio effimero non hai tredicesima, non hai ferie, non avrai la liquidazione nemmeno se qualcuno decidesse di infilartela subito in busta paga. In genere, se te lo si chiede, sei costretto a lavorare anche la notte e i giorni festivi perché così, facendo il bravo bambino, puoi sperare che alla scadenza il tuo contratto sarà rinnovato.

Le statistiche ci dicono che le assunzioni fatte negli ultimi anni sono quasi tutte assunzioni precarie con i famosi co.co.co (collaboratori coordinati e continuativi) co.co.pro (collaboratori coordinati a progetto) e partite Iva.

Se il lavoro precario è ancora solo una condizione di una parte di chi già lavora, per chi cerca lavoro sembra quindi essere la sorte quasi certa che gli sta davanti e gli psicologi e i sociologi stanno già indagando le conseguenze non solo economiche di una offerta di vita sempre più desolata che si fa ai giovani.

«Che cosa vuoi fare da grande?»: la domanda tipo che una volta si faceva ad un ragazzo è purtroppo oggi la domanda più sciocca perché è come domandare che tempo farà il giorno del quarantesimo compleanno. Non si trova più quello che si cerca, ma solo quello che si trova. Nonostante quello che sta scritto nelle encicliche, vocazione, attitudine, passione non sono più frecce che si ha il diritto di seguire per cercare un futuro che ci si addica, ma semmai controindicazioni. Se sei una rana puoi essere assunta per nuotare a stile libero e se sei un passerotto puoi essere chiamato a camminare.

Ogni inclinazione non solo è frustrata, ma è bene persino non confessarla perché a chi ti seleziona può sembrare un ostacolo all’adattamento, a mansioni che devono essere flessibili come il pongo in un lavoro che appunto si chiama flessibile. Come il servo sciocco del Vangelo è meglio nascondere quindi sotto un palmo di terra i nostri talenti personali e coprire con una mano di vernice scialba la propria personalità. Nella consapevolezza delle qualità che si hanno e che si devono buttare nella spazzatura, diminuisce naturalmente la stima di se stessi. Se non possiamo più fare nessun progetto di vita che almeno un po’ ci somigli, non vale la pena studiare tanto, appassionarsi, abituarsi alla serietà e al sacrificio perché sono tutte virtù di antiquariato che nessuno più compra.

Forse non vale la pena nemmeno cercare lavoro come ci dicono le statistiche della Banca d’Italia secondo cui due milioni di giovani da 15 a 29 anni non lavorano, non studiano, non cercano una occupazione. I giovani che vediamo sempre più gingillarsi con il cellulare o con lo smartphone forse si sono purtroppo già accorti che il tempo più prezioso della vita si può passare solo con i passatempo. Cresce l’individualismo se la vita è una guerra per essere assunti decine di volte dopo essere stati licenziati altrettante volte. Se una volta quando si cercava lavoro occupando le terre, gli altri erano un compagno e quasi un fratello, oggi chi cerca lavoro vede nell’altro solo un concorrente che gli può fregare il posto. E nella impossibilità di ogni azione collettiva cresce anche la rassegnazione, il conformismo e l’ignavia di fronte ad una situazione in cui nessuna forza organizzata, sindacati compresi , può entrare.

Al di là del tanto chiasso su articolo 18 sì e articolo 18 no, sono questi i problemi reali che il cosiddetto «Jobs act» del governo Renzi dovrebbe cercare di affrontare dando almeno qualche tutela e qualche ammortizzatore sociale in più ad un popolo che oggi è ancora minoranza, ma che sembra purtroppo destinato ad essere l’Italia di domani. Purtroppo le vacche sono magre e le risorse sono quelle che sono. Ma è nella parte bassa e non nella parte alta della piramide che bisogna cominciare a mettere almeno qualche toppa.

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