Toscana
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Intervista a mons. Pierluigi Milesi, direttore dell’ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro

Verso la Settimana sociale: Prato, non solo integrazione la nostra sia «vicinanza»

La Pastorale sociale ha stilato il contributo che la Diocesi pratese porterà alla prima Settimana sociale dei cattolici toscani, in programma a Pistoia dal 3 al 5 maggio. Il tema è quello dell’immigrazione ma con nuove e approfondite declinazioni IL DOCUMENTO INTEGRALE

Verso la Settimana sociale: Prato, non solo integrazione la nostra sia «vicinanza»

«Impegnarsi per una città plurale, ospitale e permeabile, spazio propedeutico a una nuova convivenza dove la "vicinanza" è il processo di regolazione». È la frase finale del documento che la Diocesi di Prato ha prodotto in vista della prima Settimana sociale dei cattolici toscani in programma a Pistoia dal 3 al 5 maggio. Ogni chiesa locale infatti è chiamata a contribuire alla tre giorni promossa dai vescovi toscani con una propria riflessione basata su elementi della realtà di provenienza. «E Prato non poteva che portare all’attenzione della "Settimana" il tema dell’immigrazione», sottolinea mons. Pierluigi Milesi, direttore dell’ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro. «Il nostro lavoro però, che prende spunto da una serie di incontri e seminari organizzati dal gruppo laicale Crocevia, non parla semplicemente di integrazione o convivenza, preferisce puntare sul concetto di "vicinanza"», spiega mons. Milesi. Nel documento con essa si intende «un nuovo welfare attivo che coinvolge tutta la comunità locale che si propone di assicurare concretamente a ciascuno, straniero o italiano che sia, l’esercizio dei diritti, sociali, politici e economici».

«Il nostro intento è quello di andare oltre il generico richiamo alla solidarietà, alla responsabilità - dice mons. Milesi -, dobbiamo riscoprire la gioia, la felicità e la bellezza dei legami che generano responsabilità».

Per il gruppo che ha lavorato al documento, come detto nato grazie agli incontri promossi da Crocevia, la risposta sta nel costruire «un reticolo di relazioni che favoriscono una condizione di "vicinanza" tra le persone; cioè mettere in comunicazioni persone che hanno storie, culture, lingue, fedi e posizioni sociali diverse, riuscendo a far dialogare tutte queste differenze».

Il punto di partenza della relazione ricorda i numeri dell’immigrazione nella nostra città: nel 2012 la presenza straniera rappresentava il 15% della popolazione (nel 2001 era al 4,48%). La nostra è la provincia italiana dopo Brescia che ha una incidenza di stranieri del 18,7%. «Qualunque cosa i cattolici possano dire sull’immigrazione, questo qualcosa non può che partire dalla chiarezza del Vangelo: "Ero straniero e mi avete accolto"», ricorda mons. Milesi.

Nel documento lo straniero è definito come «prossimo» in modo paradigmatico, «che sollecita doppiamente il cristiano, perché unisce le caratteristiche di essere più bisognoso, più fragile ma anche più problematico, perché diverso da noi e dunque poco comprensibile».

«Come ci ha detto in un incontro padre Gianromano Gnesotto direttore dell’ufficio nazionale Migrantes - ricorda mons. Milesi -  per noi forse è più facile fare una "adozione a distanza", impegnando anche diversi soldi per un lungo periodo di tempo, che non invitare a casa nostra il compagno di scuola nordafricano dei nostri figli».

E allora, in che modo è possibile mediare tra la chiarezza radicale dell’indicazione evangelica nella dimensione sociale e politica? «Per noi resta come punto di riferimento imprescindibile quanto afferma il magistero sociale della Chiesa - dice il sacerdote - ma sicuramente sono necessarie: il valore della testimonianza, personale e comunitaria, l’importanza delle opere e dalla sollecitudine nel mondo cattolico nel costruire legami sociali con quel "supplemento d’anima" di attenzione alla persona e infine con la ricchezza di iniziative all’interno del nostro ambito locale».

Mons. Milesi vuole concludere con una riflessione che si trova in calce al documento: «Non dimentichiamoci che oggi è la nostra stessa condizione umana a essere "migrante", è la globalizzazione che ci ha portato a affrontare un tema così emergente come l’immigrazione, non soltanto la nostra realtà pratese».

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