Vita Chiesa
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Papa Francesco: Te Deum, «Difendere i poveri e non difendersi da loro». E cita Benigni

«Il tempo non è una realtà estranea a Dio perché Egli ha voluto rivelarsi e salvarci nella storia, nel tempo. Il significato del tempo è l’atmosfera dell’epifania di Dio, ossia della manifestazione del mistero di Dio e del Suo amore concreto. Infatti, il tempo è il messaggero di Dio, come diceva san Pietro Favre». 

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Lo ha detto stasera Papa Francesco celebrando in San Pietro i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio a cui segue l’inno del Te Deum in segno di ringraziamento al Signore per l’anno 2014. Il tempo, toccato da Cristo, è diventato «il tempo salvifico, cioè il tempo definitivo di salvezza e di grazia», ha detto il Pontefice evidenziando come «la Santa Madre Chiesa ci insegna a concludere l’anno e anche le nostre giornate con un esame di coscienza, attraverso il quale ripercorriamo quello che è accaduto, ringraziamo il Signore per ogni bene che abbiamo ricevuto e che abbiamo potuto compiere e, in pari tempo, ripensiamo alle nostre mancanze e ai nostri peccati». Per il Santo Padre, «ringraziare è chiedere perdono. È quello che facciamo anche oggi al termine di un anno. Lodiamo il Signore con l’inno Te Deum e, allo stesso tempo, gli chiediamo perdono. L’atteggiamento del ringraziare ci dispone all’umiltà, a riconoscere e accogliere i doni del Signore».

«Esiste sempre nel nostro cammino esistenziale una tendenza a resistere alla liberazione; abbiamo paura della libertà e, paradossalmente, preferiamo più o meno inconsapevolmente la schiavitù», ha osservato il Pontefice. La libertà «ci spaventa perché ci pone davanti al tempo e di fronte alla nostra responsabilità di viverlo bene». La schiavitù «riduce il tempo a ‘momento’ e così ci sentiamo più sicuri, cioè ci fa vivere momenti slegati dal loro passato e dal nostro futuro». In altre parole, «la schiavitù ci impedisce di vivere pienamente e realmente il presente, perché lo svuota del passato e lo chiude di fronte al futuro, all’eternità. La schiavitù ci fa credere che non possiamo sognare, volare, sperare».

«Diceva qualche giorno fa un grande artista italiano che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che l’Egitto dal cuore degli israeliti - ha aggiunto -. Erano stati, ‘sì’, liberati ‘materialmente’ dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l’Egitto». «Nel nostro cuore - ha proseguito - si annida la nostalgia della schiavitù, perché apparentemente più rassicurante, più della libertà, che è molto più rischiosa. Come ci piace essere ingabbiati da tanti fuochi d’artificio, apparentemente belli ma che in realtà durano solo pochi istanti! Questo è il regno del momento!».

Dall’«esame di coscienza dipende anche, per noi cristiani, la qualità del nostro operare, del nostro vivere, della nostra presenza nella città, del nostro servizio al bene comune, della nostra partecipazione alle istituzioni pubbliche ed ecclesiali», ha detto Papa Francesco, che si è voluto soffermare «sul nostro vivere a Roma che rappresenta un grande dono, perché significa abitare nella città eterna, significa per un cristiano soprattutto far parte della Chiesa fondata sulla testimonianza e sul martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo». È un dono, «ma al tempo stesso rappresenta una grande responsabilità. E Gesù ha detto: ‘A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto’. Dunque domandiamoci: in questa città, in questa comunità ecclesiale, siamo liberi o siamo schiavi, siamo sale e luce? Siamo lievito? Oppure siamo spenti, insipidi, ostili, sfiduciati, irrilevanti stanchi?». Senz’altro, ha ammesso, «le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri, i deboli e gli emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano».

Per Francesco, «è necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra Città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!». Il Papa ha ricordato che «quando chiesero a san Lorenzo di portare e mostrare i tesori della Chiesa, portò semplicemente alcuni poveri. Quando in una città i poveri e i deboli sono curati, soccorsi e aiutati a promuoversi nella società, essi si rivelano il tesoro della Chiesa e un tesoro nella società». Invece, «quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a ‘mafiarsi’, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce ‘l'aglio e le cipolle’ della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo, della schiavitù della sua pusillanimità e quella società cessa di essere cristiana». Il Pontefice ha, quindi, avvertito: «Concludere l’anno è tornare ad affermare che esiste un'‘ultima ora’ e che esiste la ‘pienezza del tempo’. Nel concludere questo anno, nel ringraziare e nel chiedere perdono, ci farà bene domandare la grazia di poter camminare in libertà per poter così riparare i tanti danni fatti e poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù, di non ‘nostalgiare’ la schiavitù». Terminata la celebrazione, il Papa si è recato in visita al Presepe allestito in piazza San Pietro. 

Fonte: Sir
Papa Francesco: Te Deum, «Difendere i poveri e non difendersi da loro». E cita Benigni
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