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Bill Viola e la casa di Maria

Un insegnante dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore Russel Newton di Scandicci, dopo aver visitato a Palazzo Strozzi la mostra sul Cinquecento fiorentino, mette in relazione alcune opere con le rivisitazioni di Bill Viola, l'artista statunitense protagonista della precedente esposizione nelle stessa sede dedicata al suo "Rinascimento elettronico". Un accostamento suggestivo e d'indubbio interesse, suscitato dal ricordo della tesina di una sua alunna di quinta scientifico.

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Bill Viola e la casa di Maria

Visitando la mostra da poco inaugurata a Palazzo Strozzi dal titolo Il Cinquecento fiorentino, che sarà visibile fino al 21 gennaio 2018, nella sala che mette per la prima volta in rapporto la Deposizione del Pontormo, quella del Rosso Fiorentino e del Bronzino, guardando l’opera del Pontormo (appositamente restaurata per l’evento), mi è tornata alla mente la tesina di una mia alunna di quinta liceo scientifico preparata per l’esame di stato. Questa era improntata sull’analisi della gestualità del corpo umano e dei relativi sentimenti ed emozioni; l’analisi prendeva le mosse da un opera, Quattro mani del 2001, osservata nella visita guidata alla mostra sempre in Palazzo Stozzi che aveva come titolo Bill Viola, Rinascimento Elettronico.

L’artista che venne per la prima volta a Firenze nel 1974 è rimasto folgorato dalle opere d’arte della nostra città e il suo lavoro ha voluto evocare l’arte del passato unita con la componente tecnologica, elemento centrale nella pratica dell’arte delle immagini in movimento, per cui fu felicemente definito «pittore elettronico». Come lui stesso scrive nel 2003, quello che lo colpì fu il fatto che molte opere d’arte viste a Firenze, non erano neanche nei musei, bensì in luoghi pubblici come chiese, cappelle, corti, tabernacoli all’incrocio di strade e così capì che la storia era parte del presente; ricorda infatti che spesso vedeva una vecchietta per strada che veniva la mattina a mettere l’acqua fresca e dei fiori nuovi sotto un quadro della Madonna in una piccola edicola del suo palazzo e Bill concludeva così la sua constatazione: «Questo fatto ha dato un contesto nuovo alla mia idea di apprezzamento artistico» (A. Galansino).

Tra le tante opere di Bill Viola, mi preme qui ricordare The Voyage del 2002 (fig. 1) in cui l’allestimento scenico è ripreso dal ciclo delle storie della Vergine dipinte da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova; esso presenta in primo piano una stanza che rimanda al cubo spaziale messo in essere da Giotto in cui ha luogo L’annuncio a Sant’Anna (fig. 2). Un interno questo dove accade l’avvenimento visibile ai nostri occhi per la mancanza di una parete e con una loggia esterna dove ignaro e non partecipe siede un personaggio. Non a tutti è dato partecipare all’evento sacro, vuol dirci Giotto: solo chi vive in prima persona un desiderio di compiutezza e partecipa con tutto il suo io all’affermarsi del volere divino presto avrà la risposta; Giotto riprenderà lo stesso spazio per la scena della Natività di Maria (fig. 3), con la variante che ora tra interno ed esterno non c’è più cesura, ma tutto è diventato compenetrazione di spazio e di figure che, come i gesti che assumono le donne che si passano attraverso la porta i panni da lavare, rendono domestica e famigliare l’accadimento.

Nel 1964 Papa Paolo VI ebbe a pronunciare un discorso in occasione della festa della Natività di Maria, in cui così si espresse: «La tua nascita, dice l’antifona del Magnificat, o Vergine Genitrice di Dio, è stata un annuncio di gaudio per il mondo intero». Maria è l’annuncio,  Maria è il preludio,  Maria è l’aurora il punto d’arrivo del pensiero di Dio, «termine fisso d’eterno consiglio» come si esprime Dante (Par. XXXIII, 3); la luce del mondo, Cristo, sta per arrivare; il destino felice dell’umanità, la sua possibile salvezza, sono ormai sicuri.

Tornato negli Stati Uniti Bill Viola un giorno vedendo un libro d’arte in libreria, rimase «folgorato» dai colori e dai gesti che erano presenti nella Visitazione che Jacopo Pontormo dipinse nel 1528-1530 per la chiesa di San Michele Arcangelo a Carmignano; rispetto alle varie tipologie di visitazioni, qui il pittore mette in atto un gioco di sguardi e di movenze che nessuno aveva mai dipinto prima e che l’artista americano sviluppa come un «lentissimo» dialogo che va a sondare i più profondi moti dell’anima; nacque così nel 1995 The Greeting  (fig. 4) reinterpretando in un movimento di 10 minuti l’incontro delle due donne e che rimanda alla lentezza che rinvia alla fissità della tavola del Pontormo in una dimensione e in una profondità umana commovente.

La stessa cosa accade con la Deposizione oggi in mostra (fig. 5): nessuno aveva mai raffigurato volti così attoniti, persi che guardano anche verso lo spettatore per porgli una domanda, chiedere di essere parte di quell’ineffabile evento che sta accadendo, mentre Maria sta svenendo e viene sorretta dalle pie donne. Ma l’innovazione più importante è quella relativa alla presenza delle altre due figure del seguito che guardano verso l’osservatore, vere e proprie alter ego delle protagoniste; così nella figura al centro possiamo riconoscere senza aureola, Elisabetta e noi siamo quindi lo sguardo di Maria e nell’altra giovane che anche nei colori delle vesti invertiti,vediamo Maria, noi che in uno sdoppiamento «psicanaliticsiamo lo sguardo di Elisabetta.

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