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Attilio Piccioni, un democristiano da riscoprire

Le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia sono state l'occasione per ricordare tanti personaggi che hanno meritatamente servito il nostro paese. Uno di questi è Attilio Piccioni (nella foto con Andreotti), giustamente classificato tra i Padri della nostra Repubblica. Piccioni, sul quale purtroppo era caduto un colpevole silenzio, è stato «riscoperto» dalla scrittrice, storica e saggista, Gabriella Fanello Marcucci, che ha scrupolosamente curato la biografia sulla base dei documenti ufficiali del Parlamento e degli Archivi della Democrazia Cristiana, nel volume: Attilio Piccioni – la scelta occidentale. Vita e opere di un Padre della Repubblica, Edizioni Liberal 2011.
DI NINO ALFIERO PETRENI

Parole chiave: politica (409)
Attilio Piccioni, un democristiano da riscoprire

di Nino Alfiero Petreni

Le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia sono state l'occasione per ricordare tanti personaggi che hanno meritatamente servito il nostro paese. Uno di questi è Attilio Piccioni (nella foto con Andreotti), giustamente classificato tra i Padri della nostra Repubblica. Piccioni, sul quale purtroppo era caduto un colpevole silenzio, è stato «riscoperto» dalla scrittrice, storica e saggista, Gabriella Fanello Marcucci, che ha scrupolosamente curato la biografia sulla base dei documenti ufficiali del Parlamento e degli Archivi della Democrazia Cristiana, nel volume: Attilio Piccioni – la scelta occidentale. Vita e opere di un Padre della Repubblica, Edizioni Liberal 2011.

Un biografia tutta da leggere per ricordare il ruolo di un importante protagonista della storia italiana che si è molto battuto per la ricostruzione economica, morale e politica di un Paese che la dittatura fascista, la guerra e la sconfitta, avevano messo veramente a terra. Fu un convinto sostenitore della scelta occidentale dell'Italia.

Attilio Piccioni nasce il 14 giugno del 1892, a Poggio Busteto in provincia di Rieti. Giovanissimo si orienta verso il movimento cattolico, ma interventista convinto, allo scoppio della guerra, entra volontario nei bersaglieri, e subito inviato al fronte. Ma la crudezza e la disumanità della guerra provocano una grave crisi morale in Piccioni, che lo costringe  ad una lunga convalescenza in ospedale. Quando viene dimesso chiede di essere ammesso nella nuova formazione dell'aeronautica, dove diventa pilota ed istruttore. Al termine della guerra, si trasferisce a Torino dove termina gli studi universitari, laureandosi in Giurisprudenza, ed inizia a lavorare nello studio legale di un avvocato esponente del movimento cattolico. Alla nascita del Partito Popolare di Don Sturzo, nel 1919, Piccioni è il delegato torinese al Primo Congresso di Bologna, diventando poi Membro del Consiglio Nazionale. Come segretario della Sezione di Torino, esprime solidarietà ed appoggio all'occupazione delle fabbriche. Piccioni ed il Partito torinese guardano con forte preoccupazione alle prime violenti incursioni fasciste. Dopo la Marcia di Roma, ed il consolidamento della dittatura, Piccioni è ormai schedato come antifascista irriducibile. Si trasferisce quindi a Pistoia, e trova così appoggio e lavoro a Firenze nello studio legale di Adone Zoli; insieme tengono importanti contatti con altri avvocati dirigenti del Partito Popolare sparsi in tutta Italia (tra i quali Scelba e Spataro, oltre ovviamente a De Gasperi) per prepararsi alla ricostruzione di un nuovo partito, appena le condizioni lo permettano.

E così alla caduta di Mussolini e del Fascismo, Piccioni, durante il Governo Badoglio diventa il segretario della nuova Democrazia Cristina della Toscana. Piccioni, nel giugno del 45, a causa degli impegni governativi di De Gasperi, (ministro degli Esteri, del governo Parri), conduce praticamente in prima persona il Partito nazionale. Nel successivo mese di settembre, Piccioni è designato alla Consulta Nazionale, che in attesa delle elezioni politiche, svolgeva anche le funzioni del Parlamento. Nella Consulta Piccioni, si batté per il ritorno al sistema proporzionale e per l'istituzione del referendum. Nel 46, come avvocato, viene designato nella Commissione dei 75 che doveva redigere la prima bozza della Nuova Costituzione italiana. Piccioni sostenne l'istituzione delle Regioni, perché come De Gasperi, preferiva sì uno stato unitario, ma non lo voleva oppressivo. Nel frattempo andava sempre più rafforzandosi il suo rapporto di coadiutore e consigliere di De Gasperi, al quale forniva un importante contributo attuativo; per questi suoi stretti rapporti di sincera collaborazione, fu scelto per sostituire lo statista trentino, alla segreteria politica della DC dal 46 al 49. Come segretario nazionale condusse una battaglia, a dir la verità senza troppo successo, contro la crescente nascita delle correnti nel partito. Fu Attilio Piccioni, che condusse la difficile campagna elettorale che il 18 aprile del 1948 sancì la clamorosa vittoria della DC contro il fronte popolare. Come premio per il suo lavoro nel partito De Gasperi, lo nomina Vice Presidente del Consiglio, e poco dopo anche Ministro di Grazia e Giustizia. Gli impegni governativi continuano: Vice Presidente del Consiglio nel VII e VIII governo De Gasperi; ministro degli Affari esteri, nel primo governo Fanfani e nel governo Scelba, dal quale si dimise il 19 settembre del 1954 a causa della vicenda Montesi (in merito vedi la nota di Don Ivo Petri). Torna nuovamente come Vice Presidente del Consiglio nel III e IV governo Fanfani, nel quale assumerà anche il Ministero degli Affari esteri in sostituzione di Antonio Segni, eletto Presidente Della Repubblica. Sarà ancora Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri nel primo governo Leone, e ministro con incarichi speciali nel I, II, e III governo Moro. In quegli anni operò con convinzione per la nascita della Ced (Comunità europea di Difesa), e per il ritorno di Trieste all'Italia.

Ritiratosi dalla vita politica, Attilio Piccioni, morì il 10 marzo del 1976.

La biografia
Nasce a Poggio Bustone (Rieti) il 14 giugno 1892.
Si laurea in Giurisprudenza all'Università di Torino.

Inizia la sua attività politica nel 1920 nelle file del Partito Popolare di Don Sturzo, divenendo, poi, membro del Consiglio Nazionale e Segretario della sezione di Torino.

All'avvento del fascismo, si ritira dalla vita politica attiva, che riprende dopo il 25 luglio 1943.

Dal giugno 1945 è Vice Segretario politico della Democrazia Cristiana e nel settembre 1946 subentra a De Gasperi nella carica di Segretario politico; in tale ruolo conduce il partito alla vittoria elettorale del 18 aprile 1948 contro le sinistre.

Il 23 maggio 1948, entra nel quinto governo De Gasperi come Vice Presidente del Consiglio. Successivamente, il 26 gennaio 1950, è Ministro di Grazia e Giustizia nel sesto Governo De Gasperi, ed ancora Vice Presidente del Consiglio nel settimo (26 gennaio 1951), ed ottavo Governo De Gasperi (16 luglio 1953).

Assume l'incarico di Ministro degli Affari Esteri nel primo Governo Fanfani (18 gennaio 1954) e nel primo Governo Scelba (1° febbraio 1954); incarico dal quale si dimette il 19 settembre 1954.

Torna al governo come Vice Presidente del Consiglio nel terzo (26 luglio 1960) e nel quarto Governo Fanfani (21 febbraio 1962). Di quest'ultimo Gabinetto, il 6 maggio 1962, diventa anche Ministro degli Affari Esteri, in sostituzione di Antonio Segni, eletto Presidente della Repubblica.

Il 21 giugno 1963 è confermato Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri nel primo Governo Leone.

È Ministro senza portafoglio per compiti politici particolari e di coordinamento legislativo, nel primo, (4 dicembre 1963), secondo, (22 luglio 1964) e terzo, (23 febbraio 1966) Governo Moro.

Il 24 giugno 1968 è ancora Ministro senza portafoglio con l'incarico di particolari compiti politici nel secondo Governo Leone. Muore il 10 marzo 1976.

«A mio padre», le commoventi parole riportate nella sua autobiografia
Ora che ti sono sopravvissuto, come era nelle leggi della natura, senza forse, che io lo volessi davvero (anche se altri affetti, altre responsabilità mi chiamano a durare, ad essere vivo, ad esistere) sento che mai nessuno ho tanto amato: perché il nostro era insieme amore confidenziale, fisico, per come mi apparivi, e per come eri fatto, amore d'abbracci e di abbandono infantile, anche quando gli anni maturavano, ma insieme intesa di intelligenza e di umori, di intera e scambievole, muta se si doveva capacità di capire.

Sapevo che tra me e l'orizzonte, tra me e la prima linea della vita, c'eri sempre e comunque tu, a sopravanzarmi, a darmi riferimento e fiducia, a testimoniare di una mia età comunque imperfetta.

Quando ho visto su di te scendere un lento e giusto sonno che piamente si propagava e ti vedevo, lucido o rammemorante, attraversare, per bagliori di ricordi, le epoche della tua vita, della tua testimonianza di uomo intero e tenace, elementare e legato alla terra, fantasioso e dubitante attraverso tante difficoltà e tanti dolori, semplice e capace, nel recupero della semplicità, di tenerti lontano da ogni significato abnorme della vita che fosse troppo di più della sofferenza o troppo di più del favorevole spirare dei venti (breve dei venti spirare) in una istantanea sola tutti i tempi della tua e della nostra vita, insieme, ho rivisto. Ora se ti penso, quasi dormiente, ma ancora vivo nei tuoi trasalimenti, in un attimo solo concepisco in quel tuo volto segnato, la felice infanzia del borgo, il tuo giovane ed ardito impegno, la tua lunga attesa, la verifica del tuo profetico pensare, e la breve, troppo breve, e spezzata, corrosa speranza. Per pagar di persona senza capire che cosa proprio tu dovessi pagare, sempre più distaccato e via via quasi assente, ma insieme sempre più fedele.
Come vorrei assomigliarti, ma non posseggo la tua forza contadina, la tua lucida profezia nella mente, la tua saggezza inquieta, il possesso stupendo della semplicità.

E tanto mi manchi; non ho a che far riferimento, m'accorgo del grande vuoto che ho davanti. Non saprò colmarlo, se non nel ricordo di te, del tuo impegno e della tua malinconia, della ironica capacità che ti salvava anche delle terribili prove, della fede certa, pur tra dubbi e pensieri che ti condusse ai giorni ultimi della vita, senza mai rancori, senza mai, mai, spirito di rivalsa.

Quello che credo di conoscere, quello che mi fa andare avanti in questi anni, pur nelle manchevolezze ed errori, senza timori e rinunce, l'ho pur alla lontana appreso da te. E lo tengo, a te assieme, tra le mie braccia.

Leone Piccioni – da «Ritratto Fuori moda. L'autobiografia di uno scrittore che è andato e va controcorrente». Ed. Rizzoli – 1977

Vittima delle malignità
di don Ivo Petri

Appena ho aperto il libro di Gabriella Fanello Marcucci sulla vita e le opere di Attilio Piccioni, a 35 anni di distanza dalla scomparsa di un padre della nostra Repubblica, sono rimasto colpito dalle prime due righe della «premessa» ai sette capitoli della bella edizione di «Liberal». Vi è un accenno manzoniano a certi personaggi più famosi che conosciuti, perché – ovviamente – conosciuti male. E forse, proprio nell'Introduzione al romanzo del Manzoni, c'è anche nascosto il motivo. Ricordate? «L'Historia si può veramente definire una guerra illustre contro il Tempo… con aggirarsi tra Labirinti de' politici maneggi». Sono sempre stato convinto che la fama di Piccioni fosse inquinata, anzi falsata, da politici maneggi. E quello che più dispiace a chi lo ha conosciuto in un breve incontro ed ha avuto con la famiglia frequenti rapporti di fraterna amicizia per oltre quarant'anni, vedere confermata questa impressione. Un'impressione anche di sofferenza, perché nel lavoro della Fanello-Marcucci viene fra l'altro documentato come a falsare la fama di Piccioni vi abbiano contribuito non solo gli avversari politici, ma alcuni fra gli stessi amici. E se ormai sarebbe da dimenticare un po' di «malvaggità grandiosa» (Manzoni, idem), era pur doveroso rievocare le assai più numerose «imprese virtuose» (idem). Il saggio, per la serietà della ricerca d'archivio e per una gradevole scrittura, credo che abbia giustamente meritato un riconoscimento da parte di un noto premio letterario (il «Basilicata»). E veniamo alla distribuzione della materia.

La vita di Piccioni viene scandita in tre tempi: dalla nascita nel l892 alla liberazione dal fascismo nel l945; dalla costituzione della Repubblica nel l946 all'arresto del figlio Piero nel l954; dalla piena assoluzione del figlio alla scomparsa del padre nel l976. Non c'è fase temporale in cui qualche malignità non colpisca quest'uomo, anche se ormai gli viene riconosciuto un lungimirante e meritorio intuito politico. Appena laureato in legge, trovò un posto di lavoro in uno studio legale a Torino, dove iniziò a interessarsi anche di politica nel partito di ispirazione cristiana, detto Partito Popolare. E subito i guai, perché intorno al l920 intuisce il pericolo fascista, le cui squadracce cominciano a «visitare» sia le sedi del Partito Popolare sia gli stessi studi degli aderenti. Per alleggerire la situazione, decide di lasciare Torino e di trasferirsi in Toscana, e per motivi di parentela, a Pistoia, dove riprende l'attività professionale. Quindi entra in rapporto di collaborazione con lo studio legale fiorentino dell'amico avv. Adone Zoli. Intanto però il fascismo continua ad imperversare: la guerra è alle porte. Finalmente, terminata la guerra con la liberazione, Piccioni rientrò a Roma, dove ritrovò molti amici, a cominciare da don Sturzo di ritorno dall'esilio, e De Gasperi. Eletto alla Costituente e poi in Parlamento, nei suoi interventi ripeteva sempre che la scelta fondamentale di campo dell'Italia doveva essere l'Occidente democratico. Intanto il partito popolare cambiò nome in quello di Democrazia Cristiana. E Piccioni dopo il successo democristiano del '48', sembrava destinato ad essere il più accreditato successore di De Gasperi. Ma puntualmente arriva il «fattaccio».

Al mattino dell'11 aprile l953 viene trovato un cadavere sul litorale di Torvajanica. La polizia cominciò ad investigare. Forse si trattava di annegamento, ma per un malore o per violenza? La defunta era una ragazza che si chiamava Wilma Montesi. E cominciò a circolare sui mezzi d'informazione una «diceria» su possibili assassini. Si fecero vari nomi di eventuali colpevoli. Alla fine come nome prevalente fu fatto quello di Piero Piccioni, figlio del ministro degli Esteri Attilio. Perché? Perché si prestava a qualche gioco? Forse. Era piuttosto noto come musicista, frequentava ovviamente il mondo dello spettacolo. Le voci giunsero ovunque, perfino nella Curia romana, furono coinvolte varie personalità e comunità religiose, maschili e femminili. Su questo aspetto sono certo di poter affermare che la famiglia Piccioni, in pratica quella del fratello di Piero, ovvero del ben noto critico letterario Leone Piccioni, ebbe a soffrire in modo particolare proprio perché colpita nella fede di cattolici praticanti e per gli ingiusti sospetti gettati su tanti amici, ecclesiastici e laici. Un pensiero del ministro, che per rettitudine si dimise, è significativo: Mai come in questi giorni mi son chiesto se è sventura o ventura essere un uomo politico. Per me il quesito si risolve in questo senso: è una sventura esser figlio di un uomo politico. Se mio figlio non fosse stato figlio di un ministro, nessuno si sarebbe interessato di lui».

Veniamo al processo. Gli inquirenti accertarono che la morte della Montesi era avvenuta fra la sera del 9 aprile e il giorno successivo, ma sapevano ancora dove in quello spazio di tempo Piero si era trovato. Non certamente a Torvajanica. Fin dal pomeriggio del 9 il giovane produttore cinematografico Carlo Ponti aveva invitato per ospitalità, in una villa ad Amalfi, alcuni esponenti del mondo dello spettacolo, fra cui Piero e l'attrice Alida Valli. Saputo il fatto, tutti, dal produttore agli ospiti si resero disponibili per testimoniare la verità, e cioè l'alibi di Piero e la sua estraneità alle accuse. Fra l'altro durante l'incontro di Amalfi, Piero fu colto da un attacco di mal di gola con febbre alta; e l'attrice si premurò di accompagnarlo a Roma, dove fu visitato da un medico, che rilasciò una ricetta con la diagnosi, la data e la prescrizione di antibiotici. L'attrice ha sempre confermato questa versione dei fatti, fino a pochi giorni prima della sua morte. Di fronte a questi dati processuali, il Pubblico Ministero chiese la piena assoluzione del sospettato, e il collegio della difesa si limitò ad affidare la parola ad uno solo degli avvocati difensori, l'eccelso giurista Francesco Carnelutti. Il quale, quasi estraniandosi dalla particolare situazione, tenne una magistrale lezione sulla credibilità del testimone nei processi civili, perché non accada mai che una testimonianza, anche se ritenuta in buona fede, non induca in errore i giudici, fino ad assolvere un colpevole, e, peggio, a condannare fino alla detenzione un innocente.

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