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Dal n. 14 del 6 aprile 2003

Bambole per rinascere

Non sarà l'atelier di Armani, Cavalli o Versace, ma lo stile non manca: anche le bambole di stoffa possono non essere da meno di quelle delle passerelle. Così, quando entriamo nel laboratorio fiorentino al numero 20 di via Tavanti, al Poggetto, l'impressione è di essere davvero in una sartoria. Ci cattura, col suo disordine ordinato, il grande tavolo al centro della stanza letteralmente ricoperto dai «ferri del mestiere». È un arcobaleno di colori. Protagoniste di quest'avventura professionale non sono grandi sarte o maghe del patchwork, ma le detenute del carcere fiorentino di Sollicciano.
DI LORELLA PELLIS

Bambole per rinascere

di Lorella Pellis
Non sarà l'atelier di Armani, Cavalli o Versace, ma lo stile non manca: anche le bambole di stoffa possono non essere da meno di quelle delle passerelle. Così, quando entriamo nel laboratorio fiorentino al numero 20 di via Tavanti, al Poggetto, l'impressione è di essere davvero in una sartoria. Ci cattura, col suo disordine ordinato, il grande tavolo al centro della stanza letteralmente ricoperto dai «ferri del mestiere». È un arcobaleno di colori. Rocchetti di filo, lana grezza o tinta, morbida e morbidissima, scampoli di tessuto, aghi, forbici, ditali, spilli di tutte le misure... E in un'angoliera, i lavori ultimati a far bella mostra di sé, di fronte ai quali le pupe di pezza di una volta, fatte da mamme o nonne, sembrano ormai oggetti da museo. Qui invece, se non proprio all'arte, siamo perlomeno all'artigianato di qualità, comunque al capolavoro.

Protagoniste di quest'avventura professionale non sono grandi sarte o maghe del patchwork, ma le detenute del carcere fiorentino di Sollicciano. Il progetto è partito a novembre del 2000 da tre associazioni («Pantagruel» e «Il ramo in fiore» a Firenze, «La strada» a Milano), come ci spiegano Maria Cristina Bimbi, assistente sociale e una dei responsabili del «Ramo in fiore», e Rossella Gruppioni, insegnante bolognese. Entrambe si occupano dell'attività dentro il carcere e una volta alla settimana coordinano il lavoro in via Tavanti dove gravitano anche alcuni volontari.

«All'inizio – racconta Maria Cristina – si pensava solo di portare quest'iniziativa all'interno del carcere come occasione artistico-terapeutica, poi è nato un vero e proprio laboratorio cui si è aggiunto quello esterno quando ci siamo accorte che l'idea di vendere le bambole poteva avere seguito».

Attualmente a Sollicciano sono impegnate 18 detenute, 12 delle quali stanno seguendo il nuovo corso di formazione: un gruppo decisamente multietnico, che rappresenta un po' tutto il mondo. Al Poggetto vengono solo in due: Gabriele Rosalia, 37 anni, austriaca, in regime di semilibertà, e Peppina, 57 anni, libera da due mesi dopo circa quattro anni di detenzione. Sono sedute intorno al tavolone, affaccendate nel dar vita alle loro creature. Stanno a testa bassa per non distogliere l'attenzione dal «pezzo» di bambola in fabbricazione. Rosalia viene qui tutte le mattine, Peppina solo due volte alla settimana. Che non si tratti di un semplice passatempo fatto alla meglio, tanto per tenere impegnate le donne finite in carcere, lo dimostra l'unicità di ogni pezzo e il tipo di lavorazione impiegato.

«La costruzione delle bambole – dice Maria Cristina – si basa sulle leggi embriologiche relative alla formazione degli esseri umani. Si parte dalla testa, che deve essere indurita perché è la parte più dura dell'uomo, poi viene fatto il corpo in una certa sequenza». Le bambole costruite dalle detenute sono di vari tipi: la prima è la cosiddetta Ninetta, o «bambola cuscino», semplicissima, adatta ai neonati e realizzata con materiali naturali: lana cardata altoatesina per la testa, altra lana per l'imbottitura, poi ciniglia di puro cotone e seta per gli occhi, che vengono ricamati a mano. Della Ninetta colpisce una specie di increspatura all'altezza del cuore.

«Si chiama “respiro” – spiegano le «sarte» – e arriva all'ultimo momento. A questo punto manca il colore sulle guance ed ecco fatto: la bambola è pronta per nascere. «Ogni pezzo finito – precisa Rossella – è diverso dagli altri e ha una caratteristica individuale, perché ogni donna che inizia la sua bambola la porta anche a termine». La seconda bambola, «ad abito fisso», è destinata a quando il bambino comincia a ergersi in posizione verticale e a muovere i primi passi. Viene realizzata sia in versione maschile che femminile. Poi viene la «vestibile», dal corpo perfettamente strutturato: il colore della sua pelle corrisponde spesso a quello della sua realizzatrice, quasi fosse una madre cui la bambola finisce un po' per assomigliare.

Non mancano infine personaggi delle fiabe (fra le novità anche i protagonisti del «Signore degli anelli»), gnomi, «fate dei fiori» e «bimbi fiore», questi ultimi disponibili solo su ordinazione perché di lunga realizzazione, molto più delle bambole normali che invece richiedono circa sei ore l'una.

Rosalia, «pioniera» del primo gruppo di formazione e oggi regolarmente assunta, è entusiasta delle sue «bambine», cui è sinceramente affezionata. «Ho saputo – ci dice interrompendo per un attimo l'attività e la timidezza – che la prima ad abito fisso che ho fatto l'ha comprata una maestra di asilo nido e mi sono venuti i brividi. La prima in assoluto che ho fatto 2 anni fa, poi l'ho regalata a una bimba che ora ha 2 anni e mezzo e la porta sempre con sé. Fare una bambola è come creare una poesia, bisogna avere fantasia, bisogna amarlo questo lavoro». E ci mostra i suoi attrezzi, elencandoci rapidamente le diverse fasi di realizzazione. Rosalia, oggi esperta di Ninette e gnomi, dà alle sue creazioni un «imprinting» evidente, come fa notare Rossella: «Rosalia fa la frangetta un po' scalata, come la sua, e le guance molto colorite». Vorrebbe continuare a lavorare qui anche da libera. «Ma – sottolinea con una punta di rincrescimento – ci vuole ancora tempo...». Più loquace Peppina, di origine sarda ma trapiantata a Firenze dall'età di 10 anni. Da due mesi ha riconquistato la libertà.

«Quando ho visto queste bambole – dice – mi è tornata in mente la fanciullezza, quando la mamma ci metteva in mano il ditale, gli aghi, i cencetti per fare le pupe di pezza. Anche in carcere puoi trovare una mamma, volendo. Queste persone ci hanno portato dentro la gioia, la poesia». E anche per lei è poesia costruire una Ninetta o uno gnomo, è narrare una storia, narrare se stessa. «Quasi – aggiunge – come un parto, come può esser poesia dare la vita a un figlio». Si sente attratta più dall'aspetto creativo che da quello produttivo, tanto più ora che ha conosciuto la durezza del «dopo», troppo spesso non inferiore a quella della reclusione: «Devo ritrovare la mia strada. Quando sono entrata avevo una casa, adesso non ho più niente. Se non avessi avuto la mia figliola a Firenze dove sarei andata? Ora devo tirare a campare e le bambole non mi bastano». Ma continua a venire in via Tavanti, forse perché di questa poesia ormai non può più fare a meno.

Per conoscere meglio, toccare con mano e magari acquistare le bambole in stoffa create dentro e fuori le sezioni femminili del carcere di Sollicciano un'occasione da non perdere è la mostra che sarà allestita domenica 13 aprile in piazza della Repubblica a Firenze. Orario: 9-19. Nella tenda realizzata per l'occasione oltre alle bambole vi aspettano anche personaggi delle fiabe, nanetti e...tante altre sorprese pasquali. Per informazioni: tel. 055-473070.

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