Cultura & Società

Botticelli e Filippino, maestro e allievo insieme a Palazzo

di Rossella TarchiEra «nientedimanco inquieto, sempre, né si contentava di scuola alcuna, di leggere, di scrivere o di abbaco». Così scrive Giorgio Vasari nella vita di Sandro Botticelli, vera icona del Rinascimento fiorentino, uno fra gli artisti più celebrati e noti che annoverò fra i suoi allievi anche quel Filippino, «pittore di bellissino ingegno e di vaghissima invenzione», figlio del grande fra’ Filippo del Carmine e di suor Lucrezia Buti. Oggi «maestro e allievo» sono i protagonisti a Firenze della spettacolare mostra ospitata – e non poteva essere luogo più pertinente e suggestivo – in Palazzo Strozzi, capolavoro dell’architetto Benedetto da Maiano. Una mostra che senza retorica pone l’accento – ancora una volta – su quanto e quale sia stata la gloria e la vocazione storico-artistica di Firenze nel Quattrocento. L’eccezionalità dell’evento è sottolineata dalla presenza di ben sessanta opere: 30 di Botticelli, 21 di Filippino ed altre opere di confronto del Ghirlandaio, Piero di Cosimo, Leonardo da Vinci (del quale è esposto un disegno raffigurante L’Angelo incarnato

La mostra, curata da Daniel Arasse, di recente scomparso, Pierluigi De Vecchi e Jonathan Nelson, ha come sottotitolo L’inquietudine e la grazia nella pittura fiorentina del Quattrocento. E sta proprio in queste due parole la chiave di accesso più efficace per comprendere nella loro sequenza cronologica e nel loro significato simbolico le opere in mostra.

I curatori hanno proposto un percorso articolato in sezioni tematiche che con efficacia evidenzia i temi più significativi dell’arte botticelliana e la sua evoluzione stilistica, procedendo dalle opere a destinazione privata, volute da una ristretta cerchia di committenti, a quelle in cui l’inquietudine della forma si giustifica con i turbamenti e le lacerazioni portate a Firenze dal pensiero di Girolamo Savonarola. Sullo sfondo di un muro colorato di verde, di quel verde con il quale nel ‘400 si dipingevano i luoghi di meditazione e di studio, come la Biblioteca di Michelozzo nel convento di San Marco, «sfilano» le Madonne che sottolineano lo stile rivoluzionario dei due artisti. A queste succedono le opere che mostrano un Botticelli «narratore» e illustratore di Boccaccio (III e IV Storia di Nastagio degli Onesti, quest’ultima proveniente da una collezione privata, mai esposta prima d’ora in pubblico, entrambe realizzate in occasione delle nozze di Giannozzo Pucci con Lucrezia di Piero di Giovanni Bini, avvenute intorno al 1483), della Bibbia (Storie di Giuditta dalla Galleria degli Uffizi), di Dante. Nell’ambito delle allegorie la celebre Pallade e il Centauro di Botticelli si «confronta» con capolavori di Filippino poco noti come l’Allegoria dell’Amore (da una collezione privata londinese) non più esposta dal 1949. I ritratti poi, fra i quali il famoso Ritratto d’uomo con una medaglia di Cosimo il Vecchio (Uffizi) dall’aspetto riflessivo e dallo sguardo languido, denotano l’attenzione che l’artista poneva alla psicologia del personaggio, quella stessa attenzione psicologica che ritroviamo nei ritratti di Filippino (Ritratto di musico dalla National Gallery di Dublino).

Sia Botticelli che Filippino Lippi furono fortemente attratti dalla predicazione del frate domenicano Savonarola, di questa intensa esperienza si trovano evidenti riflessi nell’unico dipinto firmato e datato dal Botticelli la Natività mistica (National Gallery di Londra, assicurata per 50 milioni di euro), che Roberto Salvini interpretava «come trionfo del regno di Dio e come evento di gioia e di pace», – come «una profezia di prossima liberazione dai dolori e di pace fra gli uomini dopo il regno dell’Anticristo». Per illustrare il Trattato dell’Humiltà del Savonarola, Filippino disegnò invece una xilografia della Pietà, e per Francesco Valori, il più potente seguace del Savonarola, dipinse una Maddalena e un San Giovanni Battista dall’aspetto emaciato, ascetico, chiara manifestazione di un tumulto spirituale e di un’ansia di penitenza. Infine il pathos, caratteristica assai poco nota del Botticelli, emerge prepotentemente dalla bellissima e commovente Pietà del Museo Poldi Pezzoli di Milano, dove non troviamo più quei tratti delicati, nitidi, di perfetta bellezza, ma l’esasperazione del dolore che risulta dall’innaturale allungamento dei corpi, dalla costrizione degli spazi, dall’uso di intonazioni livide nelle carni.

La mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica ed è stata promossa dal Comune di Firenze, dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, e da Firenze Mostra.

La schedaSandro Botticelli (Firenze 1445-1510)Se si escludono due viaggi, a Pisa nel 1474 e a Roma tra il 1481 e il 1482, Sandro Botticelli restò fedele per tutta la vita alla sua Firenze. Una scelta che si spiega ricordando che nel XV secolo Firenze era la capitale artistica e il maggior centro culturale italiano. Figlio di un piccolo conciatore, Mariano Filipepi, e di Smeralda, Alessandro (o Sandro) era il più piccolo di quattro fratelli maschi. Nel 1458 andò come apprendista presso un orefice e successivamente come assistente nella bottega di Filippo Lippi, uno degli artisti più apprezzati e più protetti dai Medici.

Quando nel 1469 Filippo Lippi morì, affidò il figlio quindicenne Filippino a Botticelli che ne fece così il primo allievo nella bottega aperta nel 1470. Quello stesso anno, su commessa del tribunale del commercio, dipinse l’allegoria della Forza, che, dopo una serie di opere giovanili (alcune Madonne, l’Adorazione dei Magi, la Scoperta del cadavere di Oloferne e il Ritorno di Giuditta), contribuì ad accrescerne rapidamente la reputazione. Secondo Luca Pacioli, matematico e teorico della prospettiva, Botticelli era al primo posto tra i pittori fiorentini «che sanno sviluppare le loro opere proporzionandole con compasso e squadra così bene che sembrano ai nostri occhi non più umane, ma divine e a cui non manca che il soffio della vita». Nel 1472 Botticelli e Filippino entrano nella Compagnia di San Luca, patrono della corporazione dei pittori. Nel 1475 realizzò l’Adorazione dei Magi per la cappella funeraria di Gaspare di Zanobi Del Lama che gli valse l’ammirazione aperta dei concittadini. È il dipinto che segna la fine del suo primo periodo.

Nel 1480 papa Sisto IV lo volle fra gli artefici della cappella Sistina. Sono gli anni più intensi della sua attività, con la realizzazione delle grandi pitture profane: la Primavera, La nascita di Venere, Pallade e il Centauro, Marte e Venere. Verso il 1490 Botticelli iniziò a illustrare la Divina Commedia che allora a Firenze era oggetto di vero culto. Alla fine del 1504 (anno della morte di Filippino) Botticelli ebbe l’impressione, condivisa dai concittadini, di vivere una seconda Apocalisse dopo l’annuncio della nuova invasione del re francese Luigi XII. Infermo da sei anni e ormai incapace di dipingere, morì nel marzo del 1510.

Filippino Lippi (Prato c. 1457-Firenze 1504)Figlio di fra Filippo Lippi e della monaca Lucrezia Buti, la sua vita privata e professionale fu strettamente legata con quella di Botticelli del quale divenne allievo. Le sue prime opere documentate risalgono al 1482-1483, quando ultimò due pale d’altare per Lucca; del 1483-1484 è invece l’Annunciazione per S. Gimignano. Quanto ai progetti non documentati, il più importante è la Cappella Brancacci in S. Maria del Carmine, dove Filippino completò il famoso ciclo incompiuto di Masaccio. Attorno al 1484 dipinse la sua opera più famosa, la Visione di San Bernardo, e ricevette una commessa di gran prestigio per una pala d’altare in Palazzo Vecchio, la Madonna col Bambino e i Santi, datata 1486. Tra il 1488 e il 1493 lavorò a Roma alla cappella Carafa, quindi tornò in patria e fra il 1493 e il 1502 affrescò la cappella Strozzi in Santa Maria Novella.

Filippino condusse sicuramente una vita più tranquilla del padre. Prima di sposarsi, nel 1494, con Maddalena Monti (dalla quale ebbe tre figli) frequentò regolarmente le riunioni di una delle più severe congregazioni di flagellanti di Firenze la confraternita di San Paolo. Il 20 aprile del 1504, a soli 47 anni morì di angina nella sua casa di via degli Alfani. Fu seppellito nella chiesa di San Michele Visdomini a Firenze e quando il funerale passò da via dei Servi tutte le botteghe calarono le imposte com’era tradizione per i grandi uomini.

Botticelli e Filippino. L’inquietudine e la grazia nella pittura fiorentina del ‘400, Firenze, Palazzo Strozzi. Fino all’11 luglio.Orario: lunedì-giovedì 9-21; venerdì-domenica 9-23. Biglietto: intero 10 euro, ridotto 8,5, residenti 6,5, scuole 5 euro.Il catalogo è edito da Skira (pp. 339 con ill. a colori, euro 35).Informazioni: tel. 055-2645155/2660278. www.botticellipalazzostrozzi.it