Cultura & Società
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Fonti aretine: sorgenti capaci di donare il latte

In provincia di Arezzo sono numerose le acque celebri per la loro capacità di favorire, secondo la tradizione, la possibilità delle madri di nutrire al seno i loro figli.

Percorsi: Ambiente - Toscana
Fonte di Cetica (Disegno di Alessio Atrei)

«Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Aqua, la quale è multo utile et humile et preziosa et casta». Basterebbero le parole di san Francesco per comprendere l’importanza che l’acqua riveste per l’intero creato. Nelle diverse epoche storiche, l’acqua è sempre stata vista come l’origine della vita stessa. Sin dalla preistoria l’uomo ha venerato questo elemento e, nei luoghi del territorio dove erano presenti sorgenti o fiumi, sono stati rinvenuti numerose tracce di questa devozione.

Nel territorio aretino, negli ultimi anni sono stati studiati attentamente «I luoghi dell’acqua», grazie ad un progetto promosso dalla Regione Toscana e finalizzato al recupero e alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale ed ambientale legato alle acque dell’intero territorio regionale. I luoghi, visibili nel sito del progetto www.luoghiacqua.it, sono il frutto di un’accurata selezione fra i tantissimi siti individuati (circa 5.500 tra le sole province di Arezzo e Siena).

Recentemente gli studiosi hanno approfondito in particolare il «culto delle acque» nel territorio della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Tra gli studi notevole rilevanza ha avuto quello promosso dalla Provincia di Arezzo, con il patrocinio e contributo dell’Unione europea, Ministero del Lavoro e Regione, il cui tema centrale è stato «Leggende e Miti della Provincia di Arezzo: le storie, i luoghi, le immagini» e, al cui interno, si sono ricercate e studiate le «fonti sacre».

«Possediamo testimonianze del culto delle acque – spiega Paolo Chiasserini, studioso e ricercatore di storia locale e Presidente del gruppo ricerche archeologiche citernese – fin dalla preistoria». Durante gli studi sono state scoperte tracce di sorgenti riportate in documenti antichissimi: «Possediamo notizie di statuette votive etrusco-romane rinvenute attorno a varie fonti sparse in tutto il territorio», spiega Chiasserini. In alcuni siti sono stati rinvenuti manufatti primitivi che attestano come questo culto trovi le sue radici già nella Preistoria. Fin dalle origini l’uomo ha sentito il bisogno di rivolgersi ad un ente superiore. Chi era più potente della Madre Terra che ci allatta, ci nutre e ci accoglie? In tutto questo l’acqua veniva vista come il dono più prezioso. La sorgente è un punto dove essa affiora. «Già in epoca etrusco-romana, l’acqua era considerata un dono degli dei: partendo dal cielo e precipitando sulla terra l’acqua penetra in essa, filtra, arriva nel regno dei morti dove riposano gli avi e quindi, impregnata del dono divino, va a raccogliere il sapere degli antenati e, attraverso le sorgenti, torna all’uomo. Come diceva lo stesso Servio, non esiste una fonte che non sia sacra. Nel paganesimo vi erano acque considerate importanti per guarire il fegato, il cuore, le ossa, la fertilità ed in particolare diffuse sono le fonti galattofore, ossia quelle sorgenti che possiedono la caratteristica di far venire il latte alle partorienti».

A Monterchi, esiste esempio eclatante del culto dell’acqua legato alla maternità che lo stesso Piero della Francesca ha immortalato nel celebre dipinto «La Madonna del Parto». «Monterchi, la cui toponomastica indica essere un luogo romano «Monte di Ercole», possiede una sorgente che si dice abbia caratteristiche galattofore e protettive nei confronti delle donne in gravidanza. Tale culto, presente fin dalla preistoria, continua tutt’oggi come dimostrano le numerose testimonianze raccolte durante gli studi: donne che non potendo allattare, dopo aver bevuto tali acque, nei giorni successivi hanno avuto latte a sufficienza per portare avanti la nutrizione del neonato».

Di alcune sorgenti abbiamo perso traccia o memoria ma, in quasi ogni città o paese della zona aretina troviamo una strada, una chiesa o una zona dedicata alla Madonna del Latte, del Parto, delle Grazie o del Bagno: tutti luoghi che prendono il nome proprio perché sorgono su siti ritenuti sacri già dal mondo antico e in cui, sicuramente, vi è presente una fonte d’acqua.

Dai Bagni di Cetica all’Acqua zolfina

Tra le numerose fonti presenti in provincia di Arezzo, alcune particolarmente significative si trovano presso il crinale o sulle pendici del Pratomagno. Sul versante casentinese, i Bagni di Cetica, noti fin dall’epoca romana, sono ancora oggi meta di pellegrinaggio per la loro fama di acque miracolose. Secondo una leggenda, infatti, qui si incontrarono san Giovanni Gualbero, fondatore dei Vallombrosani, e san Romualdo, da cui ebbero invece origine i Camaldolesi. Vi erano giunti all’insaputa l’uno dell’altro, partendo dai loro romitori. Mentre si dissetavano apparve san Romolo, primo vescovo di Fiesole, che benedicendo con loro le acque le rese appunto miracolose.

In effetti le virtù terapeutiche dei bagni sono celebri, adatte a molti tipi di malattie. È possibile ancora oggi immergersi nelle antiche vasche in pietra ma le acque del luogo sono anche buonissime da bere, come invitano a fare le fonti presenti.

Sempre sullo stesso versante, proprio sotto la Croce del Pratomagno, si trova la Fonte del Duca, che altro non è che la sorgente del torrente Teggina, raggiungibile anche dal Valdarno grazie alla cosiddetta «panoramica»: un posto ideale per un picnic all’ombra, magari prima o dopo aver raggiunto la vetta.

Ma le fonti sono anche più in basso. Ancora in Casentino, tra il castello e la pieve di Romena, si trova la Fonte Branda citata da Dante nel XXX canto dell’Inferno, come ricorda una lapide: «Ma s’io vedessi qui l’anima trista / di Guido, o d’Alessandro, o di lor frate / per Fonte Branda non darei la vista». Sul versante valdarnese, sotto Castelfranco di Sopra, si trova invece la sorgente sulfurea dell’«Acqua zolfina», dall’odore e dal gusto poco invitanti ma anch’essa celebrata per le sue virtù. La si può raggiungere dal paese con un percorso escursionistico ad anello che tocca anche la Badia di Soffena e consente di ammirare i fenomeni erosivi delle Balze.

M.L.

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