Cultura & Società
stampa

Dal n. 31 del 5 settembre 2004

Inquisizione, la volontà di fare chiarezza

Forse, sull'inquisizione, non si farà mai chiarezza. Non perché non si voglia o non si possa. I documenti ci sono e gli studiosi seri, corretti, onesti del fenomeno abbondano: e non sono affatto inclini all'indulgenza nei confronti di un'istituzione che da anni turba la Chiesa e la induce a far chiarezza nel quadro della «purificazione della memoria». Fu in tale ambito che, preparando il Giubileo del 2000, la Commissione Teologico-Storica vaticana indisse nel 1998 un grande Simposio di studi, al quale parteciparono i migliori specialisti della ricerca attorno all'Inquisizione, senza riserva né esclusione alcuna.
DI FRANCO CARDINI

Inquisizione, la volontà di fare chiarezza

Forse, sull'inquisizione, non si farà mai chiarezza. Non perché non si voglia o non si possa. I documenti ci sono e gli studiosi seri, corretti, onesti del fenomeno abbondano: e non sono affatto inclini all'indulgenza nei confronti di un'istituzione che da anni turba la Chiesa e la induce a far chiarezza nel quadro della «purificazione della memoria». Fu in tale ambito che, preparando il Giubileo del 2000, la Commissione Teologico-Storica vaticana indisse nel 1998 un grande Simposio di studi, al quale parteciparono i migliori specialisti della ricerca attorno all'Inquisizione, senza riserva né esclusione alcuna.

Il Pontefice, che già nella Dignitatis humanae e nel Tertio millennio adveniente aveva con forza sottolineato come i cristiani si fossero più volte nella storia allontanati dall'insegnamento del Cristo e come di ciò dovessero far ammenda e chieder perdono, ha salutato con gioia, nel giugno scorso, la pubblicazione degli Atti di quel Simposio: dal quale emerge una verità dura, spietata, ma anche una ricostruzione equa di quella tanto discussa istituzione ecclesiastica che aiuta a correttamente inserirla nel contesto del suo tempo.

Il punto è: riusciranno gli esiti severi e onesti di faticosi studi documentariamente fondati a scalfire la «leggenda nera» che ancora a livello massmediale incombe sulle istituzioni inquisitoriali e che le dipinge come esclusivamente repressive, fondate sull'arbitrio e sulla violenza?

La parola inquisitio significa, nel mondo latino, «ricerca», «indagine», «esame»; in senso più propriamente giuridico, «inchiesta giudiziaria». Con il termine si sono qualificate, nel corso della storia, differenti istituzioni a carattere giudiziario e repressivo. Quella che qui ci riguarda – e che, per il grande pubblico, è «l'Inquisizione» per eccellenza – è l'insieme delle differenti forme assunte dall'organizzazione giudiziaria ecclesiastica sorta nel corso del XII secolo per la difesa dell'ortodossia religiosa, la lotta contro l'eresia o per prevenirne il dilagare, e sviluppatasi poi in distinte fasi in rapporto al differenziarsi della società cristiana e all'affermarsi delle monarchie assolute e degli stati assoluti che ne condizionarono l'attività.

Preliminare alla comprensione di queste note è comunque un dato obiettivo: almeno fino al XVI secolo in tutta Europa, ma nei paesi restati cattolici anche dopo la Riforma fino al Settecento, è impossibile distinguere la Chiesa, intesa correttamente come comunità dei credenti, dalla società civile. Per quanto dunque i tribunali inquisitoriali dipendessero dal clero, essi ricevevano non solo conferma bensì anche appoggio dalle autorità laiche, le quali ponevano a loro disposizione le loro infrastrutture giudiziarie e contribuivano a tradurre in termini di condanna civile – secondo le loro leggi, diverse di tempo in tempo e da luogo a luogo – i verdetti inquisitoriali, che riguardavano sempre e comunque un problema teologico e spirituale, l'ortodossia degli accusati. Il punto è che, nell'Europa premoderna, il «peccato», o meglio la trasgressione disciplinare, detta «eresia», era trattato in un modo o nell'altro anche come reato dal punto di vista civile. Ciò non era imposto dalle autorità chiericali, bensì disposto da quelle laicali: in una società che non era affatto «dominata dai preti» bensì, istituzionalmente e nel senso proprio dell'espressione, una Cristianità: vale a dire una società civile fondata istituzionalmente su princìpi cristiani.

Fino dai primi anni del cristianesimo, differenti pareri si erano confrontati e scontrati a proposito d'una verità di fede che si andava definendo attraverso il commento alle Scritture e le discussioni teologiche derivatene. Attraverso varie riunioni («concili») dei capi («vescovi») delle Chiese locali, si erano definite a partire dal IV secolo le basi dell'ortodossia – specie rispetto ai grandi problemi della Trinità e della persona del Cristo – ch'era còmpito delle gerarchie ecclesiastiche tutelare.

Tuttavia, a partire dall'editto di Teodosio del 381, il cristianesimo era diventato religione di stato: e quindi anche la corretta osservanza delle verità di fede una questione pubblica, della quale l'imperatore era il massimo garante. Gli Augusti cristiani avevano pertanto fondato al riguardo una tradizione giuridica che sarebbe confluita nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano e per l'elaborazione della quale sarebbero state fondamentali anche le norme repressive formulate da alcuni loro predecessori pagani: ad esempio i divieti e le condanne di Giustiniano nei confronti dei manichei.

Nell'impero romano d'Oriente la legislazione imperiale e i tribunali di stato avrebbero continuato a occuparsi direttamente della repressione dell'eresia. Venute invece meno, nella pars Occidentis, autorità e istituzioni imperiali, le gerarchie sacerdotali della Chiesa (intesa nel suo valore proprio, di «comunità dei credenti nel Cristo» distinta in clero e laicato) si trovarono a dover tutelare direttamente e da sole l'ortodossia: allo stesso modo, del resto, esse dovettero sovente – soprattutto fra V e VIII-IX secolo, ma anche più tardi – assumersi uffici e funzioni di tipo civile, politico e addirittura militare. Naturalmente, in tale funzione come nelle altre, esse coinvolsero a loro volta a più livelli le istituzioni laicali che peraltro – nella misura in cui qualunque forma di potere era considerata comunque d'origine divina – non potevano disinteressarsi del problema delle eresie, l'affermarsi delle quali era considerato un pericolo anche per la stabilità delle istituzioni e per l'ordine costituito.

Furono Agostino e, sulla sua scia, il grande studioso ecclesiastico del regno visigoto di Spagna, Isidoro di Siviglia (secc.VI-VII), a teorizzare per primi con chiarezza che sarebbe spettato ai principi far osservare con la forza della legge quelle verità di fede che i sacerdoti insegnavano con la parola. Il che comportava anche il pericolo, per gli eretici, d'incorrere in pene che potevano andare dall'esilio alla prigione, alla confisca dei beni, alla privazione dei diritti civili fino alla pena capitale.
Quanto a quest'ultimo punto, il diritto romano contemplava il rogo per chi si fosse reso responsabile del crimen maiestatis, l'alto tradimento nei confronti della suprema autorità civile. Ma con la cristianizzazione, il supremo fons iuris, origine legittimante d'ogni potere, era considerato Dio: l'eresia veniva pertanto interpretata come tradimento alla maestà divina, e ad essa si applicava la pena prevista per i traditori di quella terrena. Così agì ai primi dell'XI secolo, in Francia, re Roberto II (il figlio di quell'Ugo fondatore della dinastia capetingia) quando venne scoperto ad Orléans un grosso gruppo di chierici eretici.

Una volta definita l'ortodossia, d'altronde, l'eterodossia ne diventava una costante e inevitabile compagna. Tra IV e XII secolo i concili individuarono nella Chiesa latina il continuo avvicendarsi di forme ereticali, in linea di massima costantemente individuate e giudicate in rapporto e in analogia con le precedenti. Andavano intanto affermandosi gradualmente, all'interno di essa, autorità e potere del vescovo di Roma (il «papa»). Il compito d'individuare i gruppi ereticali e d'indicarli ai poteri laici affinché essi fossero perseguiti, specifico dei vescovi, fu pertanto gradualmente accentrato nelle mani della Curia romana, che nei gestì modi e strumenti. Debbono essere distinti dunque, nella storia dell'inquisizione, differenti fasi e situazioni: l'inquisizione «vescovile»; quella «pontificia»; quella «spagnola», quella «romana». In forme diverse, nella Chiesa romana e nei paesi cattolici, le istituzioni inquisitoriali si sono evolute al contatto con il processo di laicizzazioni giungendo (attraverso tuttavia una progressiva perdita di potere immediatamente coercitivo) sino al XX secolo.

L'inquisizione pontificia si andò affermando a partire dalla fine del XII secolo sulla base dell'insorgere di una vera e propria «grande paura», quella che la società cristiana fosse letteralmente sconvolta da un «cristianesimo alternativo» che si presentava con i caratteri dell'evangelismo popolare ma era in realtà un vero e proprio anticristianesimo di tipo gnostico-manicheo: il catarismo, che propugnava la malvagità di tutta la materia e in ultima analisi della vita stessa.

Nel XV-secolo, le esigenze specifiche della Spagna dopo la Reconquista imposero ai papi di lasciare ai regnanti della penisola l'incarico di gestire una loro inquisizione, che si avvaleva certo di teologi appartenenti a vari Ordini (soprattutto al domenicano), ma che fondamentalmente perseguiva il compito di scoprire gli ebrei e i musulmani che, pur convertiti formalmente al cattolicesimo, persistevano nella loro antica fede. L'Inquisizione romana, sorta nel Cinquecento per volontà dei papi, era invece indirizzata principalmente a scoprire le infiltrazioni «protestanti» nella Chiesa: ciò chiarisce perché, contrariamente a quel che di solito si crede, l'Inquisizione cattolica si occupò sempre piuttosto poco e di malavoglia di «processi alle streghe», molto più numerosi e spettacolari nell'Europa protestante.

Ci furono certo condanne capitali, e anche i famosi roghi (la distruzione per fuoco dei cadaveri dei colpevoli era una norma del diritto romano, sancita dalla Lex Iulia de maiestate). Si applicò anche la tortura, secondo gli usi giuridici del tempo (ma non erano certo ecclesiastici ad applicarla). L'apertura degli archivi vaticani ha consentito di ridimensionare di parecchio i computi delle vittime (vi hanno lavorato studiosi come Luigi Firpo, John Tedeschi, Adriano Prosperi, Romeo De Maio). In passato, sulla base di fantasiose suggestioni d'origine protestante e anticlericale, si era parlato di centinaia di migliaia di vittime.

I dati d'archivio, pur lacunosi, inducono a limitare le esecuzioni nell'ordine delle centinaia (cifre esse stesse raccapriccianti, beninteso: ma ben lontane da quelle abnormi della propaganda) e soprattutto a sottolineare come, rispetto ai molti processi, le condanne fossero abbastanza rare e molto poche tra esse le capitali.

Questa la realtà storica, comprovata dal volume del Simposio pontificio che consente di risalire anche ad altri studi, di matrice anche profondamente «laica». Le ricerche sono ancora in corso e, sotto il profilo scientifico, l'argomento appare del tutto sotto controllo. Servirà tutto ciò a scalfire la «leggenda nera»? Certamente no. Continueremo a vederla tristemente e ridicolmente trionfare negli shows televisivi (quelli di «divulgazione scientifica» e di «approfondimento» inclusi) e sui rotocalchi. La madre degli imbecilli è sempre incinta. Soprattutto se gli imbecilli sono anche in malafede.

Inquisizione, la volontà di fare chiarezza
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Avatar
Prof. Dr. med. Hans Renschler 04/01/2005 00:00
Dear Sir, I would like to ask Prof. Franco Cardini something about his book "Toskana", which I have in the German translation. I apologize for using this way to reach Prof. Cardini, but the publisher, Scala, did not forward my request.
As a hobby, I am collecting representations of palms in art. On page 2 and 3 of "Toskana" is a picture of a palm in the view out of an open arch. This is unique as it shows a costapalmate leaf as I never saw in any painting. Its realistic stile also is exceptionally excellent.
Unfortunately, I could not find in the book the source of this picture or any description of it.
I enjoyed the picture on the cover of Benozzo Gozzoli from the Palazzo Medici Riccardi, to which I have given much attention with the naturalistic painting of a leave besides the stylised traditional palm tree.
I should be most grateful for an answer.
Yours, sincerely, Hans Renschler, Schaaffhausenstr. 9, D-53127 Bonn
Avatar
Albino Innocenti 14/09/2004 00:00
Cara Rosanna di Vicenza, se anche dopo avere letto l'articolo di Cardini riesci a scrivere quello che scrivi, purtroppo mi confermi quello che una certa cultura dominante ha potuto fare anche in persone certamente in buona fede come te. Ti saluto cordialmente, pregherò per te.
Saluti. Albino
Avatar
Rosanna 02/09/2004 00:00
C'è molta confusione fra gli studiosi stessi, mi pare. Se si va ad osservare gli studiosi che hanno partecipato alla commissione del 1999 si vedrà che di veri esperti di "caccia alle streghe" non se ne trova nemmeno uno. Come ha influito l'inquisizione sulla popolazione, sulla vita di tutti i giorni? Argomento che non viene assolutamente toccato.
Le "statistiche" sono tutte orientate a voler dimostrare che in fondo, documenti alla mano, i morti furono pochi, ma nessuno va ad osservare la distruzione degli archivi inquisitoriali e dei verbali dei processi. Nessuno che osserva che la "Leggenda nera", che poi leggenda non è, basta andarsi a leggere qualche verbale dei processi, tipo quelli di venegono superiore... nascè si da un "illuminismo" anticlericale, ma anche da una popolazione oppressa da uno strumento repressivo quale l'inquisizione. Pensiamo solo che era eresia dubitare del volo sabbatico per capire come questo potesse colpire la popolazione. Insomma; se leggiamo anche il libro "il papa chiede perdono", dove si riportano le varie motivazioni della caccia alle streghe, leggiamo soloquindici righe, atte per lo più a voler dimostrare che "l'importante non è che le streghe esistessro - riporto testualmente - ma che la Chiesa ci fosse". Dando così la colpa alla gente, come se fosse stata la popolazione a richiedere l'inquisizione... Ma per cortesia... Pensiamo poi a come viene trattata la storia oggi. Pensiamo ad un "prezzolato" Cammilleri, giornalista più che studioso, inviso a tutti gli esperti del settore, il quale scrive "La vera storia dell'inquisizione", tutta a favore della Chiesa. Vera? Ma come si fa a scrivere vera? Forse che tute le altre storie sono false. Insomma, parliamoci chiaro, qui si sta facendo solo un uso "revisionistico" della storia ad uso e consumo della Chiesa, in un momento delicato per la sua vita. Che siano stati uno nessuno o centomila, i morti dell'inquisizione, dobbiamo ricordare solo che furono morti "DELLA CHIESA", di quella chiesa che da una parte parlava di povertà e da quell'altra nel nome del Dio della mitezza, mandava a morte, era intollerante, credeva nelle streghe. Una chiesa che aveva inventato una malattia da perseguire (eresie, omosessuali, zingari, ebrei, streghe...) per vendere alla gente la sua medicina di mantenimento del potere: l'inquisizione. Altro che leggenda. Ma questi stuiosi si sono mai letti i verbali dei vari processi?
Un saluto.
Rosanna

Totale 3 commenti

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento