Cultura & Società

La fede e i suoi segni: il volto di Canevara

di Renato Bruschi

Canevara è un piccolo paese, di trecento anime, che si trova lungo la valle del fiume Frigido. È tagliato in due dalla strada provinciale che da Massa conduce ai piedi delle Apuane. La parte più antica è sulla sponda destra del fiume ed è qui, incastonata tra le case in pietra, che sorge la chiesa parrocchiale, dedicata a Sant’Antonio Abate. Un edificio semplice, di una sola navata, con diversi altari laterali. All’interno, dal 2002, si trova un enorme dipinto della Divina Misericordia – la cui festa è stata istituita da Giovanni Paolo II nel Duemila – collocato sulla parete del presbiterio e realizzato dal pittore polacco Dawid Kownacki.

Dal 2003, ogni prima domenica dopo Pasqua, secondo il calendario liturgico, in paese si festeggia la «Divina Misericordia» e le celebrazioni sono abbastanza frequentate. In quell’occasione, le signore della parrocchia, com’è tradizione, addobbano l’altare maggiore che è dietro la mensa, con tessuti vari. Quest’anno hanno usato l’organza mettendo in sequenza i colori giallo, rosso, verde, viola e bianco. Il giorno della festa, durante la santa Messa pomeridiana, è accaduto un fatto insolito: una persona ha fotografato l’altare e ha notato, attraverso il piccolo schermo della digitale, che dai teli viola e bianco usati per la decorazione a destra, guardando l’altare, emergevano i lineamenti di un volto o qualcosa di simile a sembianze umane. Nei giorni successivi la foto è andata su internet; la stampa ha amplificato il fatto, con servizi e articoli e, in poco tempo, Canevara è rimbalzato agli onori della cronaca nazionale. Da quel momento è cresciuto il flusso di presenze in paese; si è cominciato a parlare di «miracolo» e in quel volto, in molti, hanno iniziato ha ravvisare il Gesù della Divina Misericordia o l’Uomo della Sindone.

Le parole del parrocoIl parroco don Ernesto Zucchini che, tra l’altro, collabora con il Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), spiega così i fatti: «Fin dal primo giorno ho sostenuto che non si tratta di un miracolo, ma solo di un’icona o, meglio, di un segno che chiunque può interpretare come vuole. Personalmente considero importante l’immagine della Divina Misericordia dipinta sopra, visto che è anche fra le più grandi d’Italia. Il significato del “volto” che si nota in trasparenza, lo lascio alla libera interpretazione personale». Anche nel comunicato della Diocesi si puntualizza che il soprannaturale in tutto ciò c’entra poco.

«Sabato 14 aprile – si legge – alcuni appartenenti alla comunità parrocchiale di Canevara hanno addobbato il presbiterio in preparazione della festa della Divina Misericordia, che si è celebrata domenica 15 aprile. Come in altre occasioni, hanno utilizzato fiori colorati e tessuti di organza semitrasparente, di colore bianco e viola. Le pieghe del drappeggio e il conseguente gioco di luci ed ombre hanno fatto sì che, alla destra del tabernacolo, sotto il grande dipinto della Divina Misericordia, alcuni potessero scorgere un’immagine, con tratti tipici di un volto umano. Tale sembianza non è, pertanto, un’apparizione né, tanto meno, può essere definita un fatto miracoloso, come ribadito dallo stesso parroco. Resta, comunque, la possibilità per i singoli di vedere in essa un segno della benevolenza divina, che agisce nella storia, come e dove vuole. Del resto – conclude il comunicato – il credente non ha bisogno di fatti straordinari, perché la sua fede si nutre nel rapporto quotidiano con la Parola di Dio e con i Sacramenti». Negli ultimi giorni, le presenze a Canevara non sono diminuite, però ai curiosi della prima ora, in cerca solo del «sensazionale», con il telefonino in mano per catturare qualche scatto, si sono sostituiti fedeli che pregano, fanno lunghe ore di adorazione, si confessano e accendono lumini.

L’immagine presenteTornando all’immagine, chi entra in chiesa nota che è visibile da ogni angolo, sia da destra che da sinistra. Solo da vicino i lineamenti si deformano poiché si perde l’effetto delle ombre determinato dai colori diversi del tessuto. «Credo – continua il parroco – che tale sembianza non possa essere qualificabile come una suggestione psicologica collettiva, dal momento che è oggettivamente presente e tutti la possono vedere. E non possiamo negare che abbia una funzione: quella di permettere al fedele di dargli il significato che più ritiene opportuno». E allora come spiegare tutto ciò? «Non è un miracolo, abbiamo detto. Per essere tale, un evento deve collocarsi al di là delle possibilità umane. Ora che tessuti di differente colore, increspandosi, diano origine ad una sembianza umana, è possibile, anche se le probabilità sono basse. Tuttavia tra il nero (miracolo vero) e il bianco (nulla di accaduto) ci sono miliardi di grigi, dove è semplicemente impossibile dire quale parte dipenda da un intervento di Dio e quale sia semplice invenzione umana o psicosi o altro di puramente naturale». Come deve reagire il credente di fronte a questi fenomeni? «Ringrazia il Signore – conclude don Zucchini – di questa ulteriore icona che ha permesso o voluto che si formasse e continua la lode accrescendo la fede in colui che ci mostra amore anche nelle piccolissime cose. Anche in un drappeggio d’organza». Il potere e il tam tam dei mediaSi sa che internet non è sempre affidabile. Eppure su certi fatti l’incidenza dell’eco mediatica può essere decisiva. Come in questo caso: un paio di scatti, inseriti da qualcuno nella rete dei blogger, con accanto l’indicazione «Il volto di Gesù appare a Canevara», sono sufficienti ad attirare la curiosità di migliaia di internauti. Anzi: sarà proprio quel verbo («apparire») a scatenare la girandola dei click. In poche ore, i siti amplificano la notizia, dandone una lettura folcloristico-miracolistica, con l’inevitabile rischio delle «bufale».

Il giorno 20 aprile, su «vaticaninsider» della «lastampa.it» compare un articolo con nomi e cognomi. Peccato però che alcuni particolari siano del tutto falsi, come «la processione senza sosta» di pellegrini o l’imminente informativa del Vescovo Santucci alla Santa Sede. Da qui, in poche ore, rimbalza su altri media nazionali; si moltiplicano i commenti, tra la derisione o il ridicolo, soprattutto nei siti di matrice laicista. Sempre in tema di fantasie giornalistiche, «Stamptoscana» arriva ad insinuare «qualche infuocata telefonata dal Vaticano» per indurre il Vescovo ad assumere una posizione ufficiale.

Nei giorni seguenti i media locali precisano la posizione del parroco e della Diocesi, ma ormai parole come «miracolo», «apparizione», «suggestione» e i verbi ad esse collegati, abitano l’immaginario mediatico. Se si digita «volto di Canevara» in un qualsiasi motore di ricerca emergono, oggi, circa 40mila voci. Non tutte riconducibili al fatto raccontato, ovviamente, ma una buona percentuale sì.

Da segnalare che agli equivoci si aggiungono, in un crescendo bizzarro, inconsuete assurdità: ancora pochi giorni fa, un quotidiano locale titolava «Il Volto Santo resta a Canevara». Fino a prova contraria, non risulta che da Lucca o da Sansepolcro sia mai stato spostato!

La storia: l’improvvisa guarigione di Chiara

La storia di Emanuela e Francesco Andreazzoli di Caniparola (MS) è strettamente legata al culto della Divina Misericordia e riguarda la guarigione improvvisa della figlia Chiara. I fatti risalgono al 2001 e sono raccontati dettagliatamente in una lettera indirizzata a Giovanni Paolo II. All’epoca Chiara aveva cinque anni. Nel 1998 i medici le avevano diagnosticato una «anomala sporgenza ossea a forma di cornetto, definita clinicamente come esostosi». Al «Gaslini» di Genova il primario spiega che poteva rendersi necessario un intervento chirurgico poiché anche se non presentava segni di malignità, l’esostosi poteva degenerare in un tumore che poteva compromettere l’omero, quindi il braccio, se non peggio. «Di far mettere la bimba di appena tre anni sotto i ferri, in anestesia totale – scrive Francesco Andreazzoli nella lettera inviata al Pontefice –, io proprio non ne volevo sapere, anche perché avevo come un’inspiegabile forza dentro che mi spingeva a tener duro in questo senso. Al contrario mia moglie era piuttosto convinta di farla operare, poiché consigliatoci sia dalla pediatra sia dallo specialista, anche se la cosa non presentava urgenza né faceva soffrire nostra figlia».

A settembre del Duemila, su consiglio del loro padre spirituale, portano la piccola Chiara da un luminare, il dottor Pier Giorgio Marchetti, direttore della clinica ortopedica «Rizzoli» di Bologna. Il professore conferma la diagnosi di esostosi ma esclude l’intervento chirurgico e consiglia controlli annuali, rassicurando i genitori sul fatto che la degenerazione in tumore «è cosa rara». Nei primi mesi del 2001 la signora Emanuela aveva letto la storia straordinaria di Santa Faustina Kowalska e della sua Beatificazione. In occasione della Pasqua di quell’anno, matura l’idea di recitare la «Coroncina della Divina Misericordia» per la Novena dal Venerdì Santo alla vigilia della Domenica in Albis. Fin lì niente di strano, ma qualche settimana dopo, precisamente il 25 giugno, quando vengono ripetute le radiografie al braccino sinistro il medico attesta la «completa scomparsa dell’esostosi». È una Grazia – dicono i genitori – che la Divina Misericordia ci ha fatto».

Al controllo di settembre dal professor Marchetti a Bologna arriva la riprova di quanto accaduto. «È impossibile – continua nella lettera il papà di Chiara – che un osso si dissolva da solo nel nulla, poiché può essere rimosso solo chirurgicamente». In effetti, nella dichiarazione del 19 febbraio 2002 rilasciata dal professor Pier Giorgio Marchetti si legge testualmente: «Certifico che il giorno 18 luglio 2000 ho visitato la bimba Chiara Andreazzoli e l’ho riscontrata affetta da una esostosi dell’omero sinistro ben evidente clinicamente che sulle radiografie. Ho rivisitato la paziente il 10 settembre 2001 e, inspiegabilmente, la esostosi non era più presente». Dalle parole del medico risulta che, misteriosamente, i rigonfiamenti delle ossa sono spariti. E come viene ancora citato nella lettera a Papa Giovanni Paolo II: «In tutta la mia esperienza di ortopedico, per anni e anni, e per migliaia di pazienti visitati, non ho mai visto una guarigione del genere». Nella prima domenica di Pasqua, Francesco ed Emanuela Andreazzoli, con la figlia Chiara, sono soliti recarsi in segno di ringraziamento, a Canevara, dove appunto si celebra la festa della Divina Misericordia.

Il teologo: «Il segno tipico dell’azione di Dio è la conversione della vita»

Il «volto di Canevara» ha mosso centinaia di persone, spinte dalla curiosità di «vedere» qualcosa di straordinario che, per il solo fatto di essere fuori dal comune, suscita interesse e attenzione. Qui però non siamo di fronte ad un «miracolo», come più volte affermato dal parroco e dalla Diocesi. È qualcosa che potrebbe rientrare nella categoria del «segno». Ci aiuta a capire meglio don Alessandro Biancalani, docente di Sacra scrittura allo Studio teologico interdiocesano «Mons. Bartoletti» di Camaiore, allo «Stenone» di Pisa e alla Facoltà teologica di Firenze.

Nella nostra «epoca del disincanto», si assiste ad un ritorno del sacro sotto le forme più diverse. Come evitare di confondere credenze di natura irrazionale, con la fede cristiana che si affida ad un «Dio che si è fatto carne»?

«Si può tenere un criterio di fondo, la conversione della vita. Sembra un’affermazione semplicistica, ma il nodo è proprio qui. Quando la vita entra in dialogo con il Signore Gesù si apre totalmente a lui. Le credenze invece non impegnano in scelte morali concrete, ma tendono esclusivamente a rassicurare l’uomo dinanzi a ciò che percepisce come ignoto».

La fede ha bisogno anche di segni. Una sembianza umana che si mostra dalle pieghe di un tessuto ed è molto simile all’Uomo della sindone, può essere considerato un «segno»?

«Dobbiamo porre in campo un principio fondamentale: la fede non ha bisogno di ulteriori segni per essere riconosciuta come vera via di salvezza. Basterebbe citare la prima finale del Vangelo di Giovanni, che esplicita con chiarezza, dopo l’episodio di Tommaso e la sua richiesta di un segno per credere: Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri miracoli, che non sono scritti in questo libro; ma queste cose sono scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome (Gv 20,30-31). La prudenza di chi è preposto a valutare deve orientare il popolo di Dio e preservarlo da ogni possibile inutile scandalo. A fianco di ciò, però, dobbiamo, come ci suggerisce l’apostolo Paolo, Non spegnere lo Spirito; non disprezzare le profezie; ma esaminare ogni cosa e ritenere il bene (cf. 1Ts 5,19-21). La valutazione, dunque, sul segno di Canevara, dovrà passare da un attento vaglio dell’autorità competente, ma non potrà fare a meno di osservare, se ci saranno, i segni tipici dell’azione di Dio e cioè i frutti di conversione nelle persone, segno più eloquente dell’azione del Signore e del suo Spirito nella coscienza dell’uomo».

La Scrittura ci dice che la «fede deriva dall’ascolto». Tuttavia è innegabile che certi «segni» visibili la rafforzino o, in chi ancora non la possiede, facciano da «apripista»…

«È innegabile che molti segni, che hanno contraddistinto la storia della cristianità, penso alle grandi apparizioni mariane, ma anche alle apparizioni a Margherita Maria Alacoque inerenti il Sacro Cuore di Gesù, abbiano contribuito a risvegliare la fede del credenti, richiamandoli su particolari aspetti. Per esempio, la penitenza nel caso di Fatima. Inoltre dobbiamo notare che la forza di tali segni, abbia assunto un silenzioso richiamo simbolico all’uomo di oggi, che pensa di poter fare a meno di Dio. Penso, nel secolo appena passato, a san Pio da Pietrelcina e a tutto il movimento, che si è creato intorno alla sua persona, sia quando era in vita, che dopo la sua morte. Detto questo, però, è necessario sempre cogliere la distanza fra una credenza, che può costituire un generico riferimento della vita, e la fede, che, al contrario, prevede un’apertura della vita ed una vera conversione al Dio vivente. Il segno può essere un richiamo nella misura in cui parla all’uomo, lo fa rientrare in se stesso, lo costringe a rivedere il suo stile di vita. Se rimane, invece, nell’ambito del miracolistico perde la sua forza di richiamo e sfocia nel superstizioso, senza incidere nella vita e nelle sue fondamentali scelte».

Fenomeni come quello accaduto a Canevara vengono qualificati da un certa cultura, non solo laica, come espressioni di una religiosità popolare e quindi guardati con distacco o addirittura con disprezzo. Lei cosa ne pensa?

«Guardi, la reazione di questo tipo di cultura, come accennava lei, confonde in maniera evidente il concetto di scientifico come sinonimo di verità. E cioè solo quello che con metodo scientifico è dimostrabile può dirsi vero, il resto è relegato nella sfera del possibile o del credibile, ma destituito di ogni fondamento veritativo. È una posizione grossolana, ma divenuta popolare. Dinanzi a questa pretesa non c’è argomento, si pone come fede nella scienza, una fede, però, che non salva proprio nessuno. Anzi la scienza stessa, volta per volta, si incarica di contraddire questa fede con nuove prospettive acquisite, da altrettanti ipotesi scientifiche. Appunto, ipotesi, che, però, vengono, queste sì credute in maniera irriflessa, come punti di riferimento, mentre non sono altro che parte di una conoscenza umana, che nasce dall’esperienza, ma non può avere la pretesa della definitività».