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Sanremo, oltre a musica e spettacolo ci sono parole che merita ascoltare

Almeno una metà delle canzoni in gara presenta testi di un certo interesse. Da quella dedicata al nonno del livornese Enrico Nigiotti, che ha già vinto il Premio Lunezia, alla notevole «Abbi cura di me» di Simone Cristicchi, definita da una sua amica suora come «una preghiera di Dio all’uomo».

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Quando ormai la serata finale di sabato sarà sconfinata nelle prime ore di domenica 10 febbraio conosceremo il vincitore e il resto del podio del 69° Festival di Sanremo, al termine dell’ormai consueta maratona iniziata martedì 5. Sapremo se il complesso sistema di voto avrà rispettato o meno i vari pronostici, se il verdetto scatenerà o no qualche polemica – come spesso è accaduto – e, soprattutto, se la hit parade confermerà o meno il risultato.

Ma per chi nelle canzoni si ostina a cercare qualcosa di più di una melodia accattivante o di un potenziale tormentone vale senz’altro la pena leggerle ancor prima di ascoltarle, addentrarsi nei testi per vedere il contenuto che ci offrono, tra i due estremi dell’effimero privo di senso e della poesia, con la speranza che la bilancia non penda tutta dalla parte del primo.

E per la verità, qualcosa di buono c’è; una metà abbondante delle canzoni in gara offre quantomeno qualche spunto interessante se non di più. A cominciare da chi qualcosa ha già vinto, il livornese Enrico Nigiotti con la sua Nonno Hollywood dedicata proprio al nonno scomparso e un po’ anche alla propria città, espressamente citata. Enrico è stato infatti insignito del Premio Lunezia per il miglior testo sanremese, un buon punto di partenza alla vigilia della manifestazione.

Ma non è il solo a evocare il tema dei congiunti scomparsi: lo fanno infatti anche Paola Turci con il ricordo del padre in L’ultimo ostacolo e Francesco Renga citando la propria madre in Aspetto che torni.

Degni di citazione a livello di testi anche gli altri toscani in gara, peraltro già presentati da Alessandro Banti. Sia i Negrita con I ragazzi stanno bene che Motta con Dov’è l’Italia e The Zen Circus con L’amore è una dittatura affrontano in qualche modo l’attualità sociopolitica, particolarmente il tema dei migranti, e probabilmente non mancherà di far discutere un passaggio della storica band aretina, che parla di «fantasmi sulle barche e di barche senza un porto / come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco».

Un’altra tematica sociale particolare, l’adolescenza violata di una figlia, la affronta Irama, originario di Carrara, con La ragazza dal cuore di latta, ispirata alla storia di una sedicenne abusata dal padre e operata al cuore che «non batteva a tempo». Un testo intenso, come del resto Argento vivo di Daniele Silvestri, che dà voce anch’essa a un sedicenne ma con un altro problema, quella sorta di disperazione generazionale incompresa che purtroppo oggi sale troppo spesso alla ribalta delle cronache.

Testi interessanti li offrono anche Soldi di Mahmood e Rose viola cantata da Ghemon: il primo parla del difficile rapporto con un padre approfittatore e vigliacco, l’altro dell’amore di una donna per un uomo che pensa solo al piacere e poi fugge: una storia raccontata da lei, emblematica per tantissime simili che si ricorrono ogni giorno. E poi c’è Ultimo, vincitore lo scorso anno tra i giovani, che con I tuoi particolari racconta in modo efficace un amore finito con i momenti e le frasi che tornano alla mente, anche se non convince del tutto il riferimento a Dio che dovrebbe inventare parole nuove per rendere ancora possibile comunicare i propri sentimenti a chi ci ha lasciato.

A tutto questo non pensa invece Arisa con la sua Mi sento bene, un invito a vivere il presente senza pensare al domani, prendendo «la vita come viene» senza «aver paura di invecchiare». Una canzone che si potrebbe definire quasi epicurea, un inno al carpe diem in cui c’è alla fine l’invito a cogliere «il buono di ogni giorno» e amare «sempre fino in fondo», un richiamo a un rapporto positivo con la realtà che però ha bisogno di dimenticare tutte le possibili ombre presenti e future.

Ben diversa, di fronte alla vita e alla realtà, la posizione espressa da Simone Cristicchi in Abbi cura di me, che secondo i giudizi di diversi critici letti su internet, e anche a nostro modesto parere, è di gran lunga il testo più bello di questo Festival con il suo duplice invito rivolto alla persona amata: vedere sempre e comunque in tutte le cose il bello e il buono che c’è e aver cura di chi le sta accanto con la coscienza della propria fragilità: «La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere / Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi (...) Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro / Basta mettersi al fianco invece di stare al centro / L’amore è l’unica strada, è l’unico motore / È la scintilla divina che custodisci nel cuore (...) Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia / Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso / Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso / Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo / Anche se sarà pesante come sollevare il mondo / E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte / E ti basta solo un passo per andare oltre...».

Sorrisi svela che una suora di clausura amica di Cristicchi ha definito il brano come «una preghiera di Dio all’uomo». Intendendo con questa frase, sicuramente, il modo con cui Dio vorrebbe che guardassimo alla vita, alla realtà e a chi ci sta intorno.

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