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Tv: Guardare e commentare, ecco la nuova tendenza

L’abitudine diffusa con l’avvento dei social network sta condizionando il modo di fruire la tv e gli spettacoli in genere, ma anche la programmazione e per certi versi il nostro comportamento

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C'è un programma televisivo che si chiama Gogglebox. Tradotto significa grosso modo «guardare con gli occhi sbarrati la tv». In realtà, nel caso specifico, si tratta della tv che guarda quelli che guardano la tv.

Telecamere fisse, senza operatore, in una dozzina di case inquadrano gruppi familiari o di amici e coppie di varia natura. Tutti più o meno distesi sui propri divani intenti a guardare e commentare alcuni dei programmi della settimana.

Lasciando da parte il contenuto dei commenti (molto spesso volgari), diciamo che Gogglebox (in onda su Italia 1 la domenica ben oltre la mezzanotte) risponde in qualche modo, con un sistema tradizionale, alla voglia di commentare la tv che si è diffusa con i social network. I numeri parlano chiaro: nei primi tre mesi di quest’anno poco meno di due milioni di utenti unici hanno commentato ogni settimana su Facebook e su Twitter i programmi televisivi trasmessi da trentacinque emittenti attraverso contenuti originali (post e tweet) e attività di cosiddetto engagement (commenti, condivisioni, like, retweet, citazioni).

Nello stesso periodo, le discussioni sulle due piattaforme social hanno raggiunto quota 66 milioni, con un picco massimo nel mese di febbraio in occasione del Festival di Sanremo. La settimana della kermesse canora è risultata quella con il più alto numero di interazioni (21 milioni) e di utenti unici (oltre 5 milioni). Insomma, come detto, guardare e commentare sembra diventata un’attività piuttosto diffusa. Si tratta, però, di una tendenza che comporta per il telespettatore un cambiamento nella fruizione, mentre dall’altra parte condiziona di fatto le scelte dei responsabili delle reti e degli autori dei programmi.

Nel modo di guardare la tv c’è un indubbio peggioramento in quanto si finisce per farlo in modo sempre più distratto, intenti come si è a pensare a cosa postare nel più breve tempo possibile. Per cui, contrariamente a quello che si possa immaginare, quella degli «spippolatori» sui social diventa una fruizione più passiva e meno critica. Lo spettatore è più condizionabile proprio perché meno attento ai contenuti e al messaggio che ne deriva.

L’abitudine a commentare a tutti i costi rende il pubblico anche meno educato. Ne sono prova i cinema dove è sempre più difficile assistere a una proiezione senza che ci sia qualcuno che commenta più o meno ad alta voce, dimostrando pure di scambiare la finzione per la realtà.

Tornando alla tv, dall’altra parte della barricata il legame con i social spinge a dare un peso sproporzionato all’interazione con i telespettatori. Non c’è più un programma che non abbia un profilo Facebook o un account Twitter e non valuti il gradimento in base ai «mi piace» o ai commenti, anche se i numeri sui social sono spesso di gran lunga inferiori a quelli dei dati d’ascolto. Per fare un esempio, l’account ufficiale di Ballando con le stelle non arriva 46 mila follower (coloro che lo seguono su Twitter) a fronte di ascolti milionari. Ancora più clamoroso il caso di «Montalbano Rai» che si ferma sotto ai 6 mila follower. Da dire comunque che sui social contano più i personaggi che i programmi. Non è un caso che Milly Carlucci da sola abbia più di quattro volte il numero dei seguaci del suo show. Eppure i cosiddetti talent sono anche tra i programmi più commentati. Accanto a Ballando con le stelle compaiono C’è posta per te, L’isola dei famosi, Amici e Masterchef. Su questo genere televisivo le donne sono più attive degli uomini, che si rifanno sui programmi sportivi.

In base alle rilevazioni di Nielsen su dati trimestrali di Social Content Ratings, mentre su Facebook l’87% delle conversazioni si è concentrato su intrattenimento (che include Sanremo) e sport, su Twitter l’intrattenimento è al 41%, i talent e i reality al 21%, lo sport al 19% e i talk show all’11%.

L’ultimo dato riguarda le fasce di età. La più rilevante (al 25% del totale) è quella che va dai 25 ai 34 anni. Per cui la caccia ai giovani da parte di una tv ormai per vecchi è l’unico elemento capace di giustificare questo forsennato inseguimento dei social.

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