Italia

Incidenti stradali, in Italia settemila vittime ogni anno

di Graziella Teta

Numeri da strage: ogni anno muoiono per incidenti stradali oltre un milione e duecentomila persone, mentre il numero dei feriti ammonta a più di 50 milioni (pari agli abitanti totali delle 5 più grandi città del mondo). I dati del rapporto dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sono drammatici, e avvertono che il numero di morti e feriti sulle strade è destinato a crescere a livello globale del 65%, e addirittura dell’80% nei Paesi in via di sviluppo.

«Gli incidenti stradali rappresentano un problema di assoluta priorità visto l’elevato numero di morti e di invalidità permanenti che causano nel mondo», si legge nell’ultimo rapporto statistico dell’Ania (Fondazione per la Sicurezza Stradale), significativamente intitolato «SmANIA di Sicurezza». Agli enormi costi umani si aggiungono gli elevati costi economici, che rendono la questione della sicurezza stradale un argomento rilevante per i Paesi e le loro istituzioni. Secondo quanto stimato dalla Commissione Europea di settore «gli incidenti stradali a livello europeo determinano un costo sociale pari al 2% del Pil dell’Unione Europea».

La richiesta di sicurezza è strettamente connessa all’esigenza di mobilità che è aumentata notevolmente in tutti Paesi Europei, insieme all’aumento della domanda di trasporto (crescono le automobili circolanti, i veicoli per il trasporto merci, la percorrenza chilometrica media). Ma, sottolinea l’Ania, la mobilità si paga cara, poiché ogni anno gli incidenti stradali provocano più di 40 mila morti e un milione e 700 mila feriti nella sola Europa occidentale. Anche se, va detto, globalmente il livello di sicurezza migliora lentamente ma costantemente (in 30 anni, in tutti i Paesi UE il volume del traffico stradale è triplicato, mentre il numero di morti sulla strada si è dimezzato).

Ma la situazione resta grave e le cause degli incidenti fin troppo note: imprudenza, eccessiva velocità, mancato rispetto delle norme, guida sotto l’effetto di alcol e droghe (in aumento). È necessario intensificare gli sforzi a tutti i livelli, comunitario e nazionale, per raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione Europea di dimezzare il numero totale dei morti sulla strada entro il 2010. Ogni anno in Italia scompare un paese di settemila persone: tante sono le vittime delle strade italiane; 300.000 i feriti ed oltre 20.000 i disabili gravi prodotti da questa guerra non dichiarata. Lo dice l’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, impegnata in prima linea per difendere i diritti «di chi rimane»: «Dopo ogni incidente grave, inizia per le famiglie un doloroso ed estenuante iter legale che dovrebbe portare all’individuazione delle responsabilità, alla punizione dei responsabili con pene commisurate alla gravità dei loro reati, e ad assicurare alle vittime o ai loro familiari un risarcimento equo. Ma in questo campo – spiegano i responsabili dell’Associazione – l’Italia si distingue negativamente dal resto d’Europa, per una giustizia lenta ed approssimativa».

E c’è un altro dato negativo che riguarda il nostro Paese: al salone internazionale di Milano del Ciclo e Motociclo, che si è concluso domenica scorsa, l’Ania ha presentato uno studio dal quale emerge che in Italia – in controtendenza rispetto al resto d’Europa – nell’ultimo decennio i morti sulle due ruote sono aumentati (gli incidenti coinvolgono soprattutto i giovani fino a 24 anni), nonostante l’introduzione del casco per gli adulti e la patente a punti. Insomma, l’Italia è il paese europeo più pericoloso per la mobilità sulle due ruote, ma è anche uno dei mercati più floridi per moto, scooter e ciclomotori (ne circolano oltre otto milioni). Spiega Sandro Salvati, presidente della Fondazione Ania: «La mobilità su due ruote rappresenta, soprattutto in città, una soluzione ai problemi del traffico. Ma l’incidentalità stradale è ormai un’emergenza nazionale. E siccome è provata la correlazione diretta tra formazione alla guida e riduzione degli incidenti, chiediamo l’introduzione per legge dell’obbligo della prova pratica per il conseguimento del patentino di guida per il ciclomotore. Il rispetto delle norme e della civiltà alla guida è fondamentale per ridurre vittime e incidenti: se da subito educhiamo i nostri giovani quando guidano ciclomotori, domani avremo automobilisti più responsabili».

«Non più fiori sull’asfalto»: è uno degli slogan che riecheggerà domenica 16 novembre «Giornata mondiale del ricordo per le vittime della strada». Una miriade di iniziative si svolgeranno, in Italia e all’estero, per la ricorrenza promossa dalla Fevr (Federazione Europea delle Vittime della Strada, cui aderisce l’Associazione Italiana familiari e vittime): sono previste messe in suffragio (ne sarà celebrata una anche a Lourdes), punti informativi, esposizioni di croci con i nomi delle vittime, marce, testimonianze, monumenti cittadini illuminati. Non solo un omaggio alla memoria di chi non c’è più, ma anche un segno concreto per sensibilizzare, giovani e adulti, ai problemi della sicurezza stradale. Che riguardano tutti, nessuno escluso.

LA TESTIMONIANZA«Così ho perso mia sorella»Un vuoto indicibile: è tutto quello che rimane ai familiari delle vittime. Per colmarlo c’è chi dona gli organi della moglie falciata sulle strisce pedonali, e chi – come una signora della provincia di Arezzo, mai rassegnata alla perdita del figlio morto in un incidente stradale – a 58 anni, grazie all’inseminazione artificiale, partorisce un bambino di tre chili (notizia rivelata da un tg nazionale in prima serata l’8 novembre). «Un caso estremo – commenta Sandra Lunghini, infermiera, di Piombino – ma certo la perdita di una persona cara, che muore all’improvviso in un incidente stradale, è una ferita che anche se negli anni smette di sanguinare, rimane per sempre».

Lei, la sua cicatrice se la porta dentro da quel 21 ottobre 2002: sua sorella Simona morì a 31 anni, senza colpa, per essersi trovata all’incrocio sbagliato nel momento sbagliato. Racconta Sandra: «Il giovane che provocò l’incidente era drogato, non si fermò allo stop. Un altro ragazzo sopraggiunse a forte velocità (170 all’ora, senza cintura); entrambi guidavano auto di grossa cilindrata. Uno scontro terribile, che coinvolse l’utilitaria di mia sorella: la seconda auto la schiacciò di peso, anche il guidatore morì. L’autore dell’incidente, invece, rimase illeso. Non ci ha mai chiesto scusa, non si è presentato nemmeno al processo penale (gli hanno tolto la patente per un anno). Ed ora stiamo affrontando il difficile e lungo processo civile per il riconoscimento del danno esistenziale, per dare un significato alla morte di Simona e per aprire la strada ad altre famiglie».

Il vuoto della scomparsa della sorella non lo riempie nessuno, confida Sandra, a parte il figlio, che ora ha un anno e mezzo: «L’ho avuto a 42 anni, dopo tanti tentativi sfortunati. È il mio miracolo». Durissimi i primi tempi: «Non reagivo a nulla, la mia vita si era fermata quel 21 ottobre. Poi mio marito ha trovato il sito dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada: aiuta i parenti, anche per le pratiche burocratiche e legali; un mondo cinico, dominato da avvocati e assicurazioni rapaci, che spesso calpesta dignità e rispetto». Sandra aderisce all’associazione («insieme si soffre, insieme si lotta») e diventa responsabile per la sede di Piombino-Livorno. Riesce, dopo molte pressioni, a far realizzare una rotatoria in quel brutto incrocio, già teatro di altri incidenti stradali; e l’Associazione, per la prima volta nella provincia di Livorno, si è costituita parte civile nel processo della famiglia Lunghini. Sandra, con gli altri volontari dell’associazione, il 16 celebrerà a Piombino la giornata mondiale del ricordo con una manifestazione pubblica (messa e stand informativo). Ma per esperienza sa che non è facile parlare alla gente di morti sulle strade: «quando ci vedono… fanno gli scongiuri!».