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Italia al voto in cerca di stabilità

E dopo? Ecco la domanda che nelle ultime settimane è diventata quasi un tormentone tra i commentatori della politica nostrana. Cosa succederà dopo il 25 settembre, quando siamo chiamati ad andare alle urne per cercare di dare un Governo, possibilmente stabile, a questo Paese?

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In tanti hanno cercato di rispondere e in tanti hanno fatto vere e proprie chiamate alle «armi» per convincere gli italiani a scegliere il loro raggruppamento, per recuperare il voto degli indecisi o di chi ha già scelto di astenersi. I sondaggisti da mesi hanno detto chi vincerà e chi ne uscirà con le ossa rotte. Salvo poi, quando i sondaggi sono stati vietati per legge, far trapelare che quel partito che sembrava quasi scomparso in realtà potrebbe ottenere un risultato a doppia cifra o un altro raggruppamento, fino a un mese fa accreditato di una misera percentuale, potrebbe diventare decisivo per un certo governo. Detto quindi che con un astensionismo forse superiore al 30 per cento è difficile anche per chi fa i sondaggi dare certezze, cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere dopo le elezioni, quale ruolo potrebbero avere i quattro principali raggruppamenti, con i loro cespugli e cespuglietti, se davvero l’Italia potrà avere un governo stabile e, perché no, quale ruolo potrebbero avere i cattolici, a cui in molti guardano come se questi rappresentassero ancora la maggioranza.

Partiamo dalla stabilità. Anzi no. Prima diciamo che noi non crediamo a chi parla di rischi per la democrazia con la vittoria del centrodestra di Meloni, Salvini e Berlusconi o, per essere più precisi, della prima. Non ci crediamo perché gli italiani da oltre settant’anni godono di libertà non sempre facili ma alle quali nessuno sarebbe disposto a rinunciare. Per primi forse proprio gli elettori del centrodestra che certo sono più preoccupati su certi temi - penso ai problemi legati all’immigrazione - ma poi avrebbero difficoltà nelle loro aziende e perfino nelle loro case senza immigrati. Per non parlare di come potrebbero spiegare all’altra metà degli italiani certe scelte in un’Europa che, sarà pure «matrigna» ma al momento è una garanzia per molti, di sicuro per l’export. Difficile pensare che la Russia di Putin possa sostituire i mercati dove le nostre imprese fanno affari.

Veniamo alla stabilità. I tre leader da settimane si fanno la guerra tra loro e nessuno accetterà di sottostare agli altri perché il rischio è di scomparire e diventare a loro volta un cespuglio come quelli che anche qui fanno parte della coalizione. Non meglio va nel centrosinistra dove Letta non sembra aver azzeccato molte mosse. L’indecisione sulle alleanze ha portato il Pd verso sinistra, e questo è un dato certo. Quel partito, nato da Ds e Margherita - in realtà mai pienamente decollato e dove le distanze ad esempio con il mondo cattolico su certi principi sembrano sempre più ampie -, oggi è davvero in difficoltà e potrebbe pagare le scelte di un leader forse troppo impegnato a cercare di far paura agli italiani, richiamando i rischi per la democrazia nel caso di una vittoria netta di FdI, o ad attaccare il così detto terzo polo di Calenda e Renzi che potrebbe raccogliere una fetta di quel centro da lui abbandonato. Il tutto mentre la sinistra del Pd, improvvisamente, sembra aver scoperto un nuovo amore per i Cinquestelle di Conte che oggi ha abbandonato per opportunismo giacca e cravatta e va nelle periferie a cercare voti ancora con il reddito di cittadinanza.

Qualcuno potrebbe pensare che allora fanno bene quanti scelgono di astenersi. No, lo abbiamo detto più volte e lo ribadiamo: mai come questa volta chi si astiene sbaglia e lascia a pochi la possibilità di decidere per loro. Il mondo cattolico, ormai diviso come e più degli altri, può avere la possibilità di incidere sulle scelte dei diversi raggruppamenti. Cresce infatti la consapevolezza che certi temi - ambiente, povertà, guerra, difesa della vita - possono far riscoprire persone di buona volontà che vogliono lavorare per il bene comune. Non è facile ma nelle urne, e dopo, potremmo trovare un terreno comune su cui lavorare. Bisogna scegliere e scegliere questa volta non per partito preso ma con l’obiettivo di individuare, dopo, un luogo d’incontro dove, discutendo e magari litigando, si possa però dare stabilità a questo Paese.

Fonte: Tog
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