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Pedofilia: quasi due milioni di immagini e un portale di neonati. Esplode il deep web

Continua a mietere vittime e ha imparato a nascondersi nelle pieghe del deep web – il volto oscuro della rete – mentre le violenze si fanno sempre più raffinate e le modalità di smercio del materiale diventano «a tempo». Anche quest’anno, a sollevare il velo su un abisso di perversione per molti inimmaginabile è il Report 2016 su pedofilia e pedopornografia di Meter onlus, intitolato «Un crimine conto i bambini» e presentato il 20 marzo dal suo fondatore e presidente, don Fortunato Di Noto, e dal direttivo dell’associazione nella sede nazionale di Avola (Siracusa).

Numeri che parlano da sé: identificate e segnalate alla Polizia postale quasi due milioni di immagini (1.946.898 contro il milione e poco più del 2015); rilevati 203.047 video contro i 76.200 del 2015; monitorate e segnalate 9.379 url, in lieve calo rispetto ai 9.872 del 2015. I pedofili lasciano i social network (155 segnalazioni tra Twitter, Facebook, Youtube contro le 3.414 dell’anno precedente) e scelgono forme più sofisticate di immersione grazie al deep web. E le vittime sono sempre più piccole: aumentano i bimbi sotto i tre anni. Altissima la percentuale di neonati per i quali esiste un portale dedicato con una chat room. La sfida è transnazionale e senza una risposta globale, avverte don Di Noto, è una battaglia persa. Per questo, occorre che le segnalazioni inoltrate da Meter «soprattutto attraverso i form presenti sui siti istituzionali delle Polizie estere, possano essere immediatamente prese in considerazione».

Tra le 42 nazioni monitorate, al primo posto sul «podio della vergogna» è l’arcipelago di Tonga (4.156 segnalazioni di materiale pedopornografico contro le 504 del 2015), seguita da Russia (635) e Nuova Zelanda (312). Quanto ai domini, a detenere il primato tra i cinque continenti è l’Oceania (4.613), seguita da Europa (868) e Africa (259).

E i pedofili lasciano sempre meno tracce. Grazie a servizi come Dropfile, spiega il report, «ci si dà un appuntamento virtuale su una chat e si rende il materiale disponibile per un tempo limitato (al massimo 24 ore). Poi si cancella, restringendo così la ‘finestra’ dentro la quale le autorità possono intervenire. «The Onion Router» (Tor) è il sistema prevalentemente usato nel deep web, rete basata sull’anonimato dei suoi membri, protetti da crittografia e pertanto difficili da identificare e da perseguire.

Gli strumenti messi in campo. Ma Meter non si limita al monitoraggio: nel 2016 il suo Centro d’ascolto ha seguito 91 casi e fornito 1.157 consulenze telefoniche su richieste provenienti soprattutto da Sicilia, Lazio, Lombardia (799, 83, 51), ma anche da Belgio, America e Svizzera. Nel settembre 2016 ha avviato un nuovo servizio, il Centro polifunzionale per l’infanzia, l’adolescenza e l’autismo. Per quanto riguarda l’opera di sensibilizzazione nelle scuole italiane, sono 36 gli incontri svolti con 3.087 studenti e 540 insegnanti sull’utilizzo sicuro del web, ma l’associazione ha attivato anche una collaborazione con l’Arma dei carabinieri.

Sempre l’anno scorso, Meter ha promosso 120 incontri nelle diocesi offrendo un corso di formazione per seminaristi, clero, religiosi e laici. Dieci le diocesi incontrate (ma dal 2002 sono 56): Acireale, Aversa, Benevento, Guastalla, Lamezia Terme, Noto, Palermo, Ragusa, Roma, Treviso. «La pedofilia non è una malattia, ma un crimine e una nuova forma di schiavitù che lascia nelle vittime cicatrici indelebili», avverte don Di Noto. «Nel 99,9% dei casi le condotte pedofile sono lucide e quindi perseguibili penalmente», precisa richiamando una sentenza della Corte di cassazione del 2013. A favorire la diffusione di questa piaga sono «l’indifferenza di molti» e una certa «cultura» che ritiene tutto «mercificabile», amplificata a livello globale dalla pedopornografia online e sostenuta da movimenti pro-pedofili che giustificano questa devianza come «orientamento sessuale che la società deve accettare socialmente, politicamente, culturalmente e religiosamente». Per il sacerdote occorre spezzare silenzi e connivenze; solo in questo modo si possono «aiutare le vittime e, per quanto possa sembrare strano, anche i carnefici».

«Sopravvissuti»: così vengono chiamati da adulti i piccoli abusati perché la violenza subita «fa immediatamente morire una parte di sé». «Non salveremo tutti i bambini del mondo – conclude don Di Noto -, ma alcuni li abbiamo liberati e guariti. Serve però un intervento globale ed un cambiamento radicale del punto di vista di tutti davanti a questa tragedia».