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Tutte le sfide del Far West digitale

Il 43% dei toscani si sintonizza sulle televisioni locali almeno una volta alla settimana. Un 15% le guarda tutti i giorni. Ma qual è la qualità dell'emittenza televisiva nella nostra regione? Se lo è chiesto Ast, Assostampa Toscana, che ha appena realizzato su questo tema un rapporto. Il titolo della relazione – «Tra il digitale e il far west» (curato da Susanna Bonfanti, Rodolfo Di Paolo e Tiziana Isitani e scaricabile in formato elettronico dal sito www.assostampa.org ) – dà già un'idea di quali sono i due poli fra i quali ci si muove.
DI DAMIANO FEDELI

Parole chiave: mass media (324), tv (241), digitale (49)
Tutte le sfide del Far West digitale

di Damiano Fedeli
Il 43% dei toscani si sintonizza sulle televisioni locali almeno una volta alla settimana. Un 15% le guarda tutti i giorni. Un pubblico non indifferente numericamente che nelle tv del territorio cerca le notizie che riguardano la propria città. Ma qual è la qualità dell'emittenza televisiva nella nostra regione? Se lo è chiesto Ast, Assostampa Toscana, il sindacato dei giornalisti regionali che ha appena realizzato su questo tema un rapporto. Il titolo della relazione – «Tra il digitale e il far west» (curato da Susanna Bonfanti, Rodolfo Di Paolo e Tiziana Isitani e scaricabile in formato elettronico dal sito www.assostampa.org ) – dà già un'idea di quali sono i due poli fra i quali ci si muove. «Da un lato il recente passaggio al digitale terrestre ha aperto le tante possibilità che la nuova tecnologia concede», spiega Paolo Ciampi, presidente di Assostampa Toscana. «Dall'altro, però, ci portiamo dietro dal passato tutta una serie di piccole e grandi irregolarità che ci fanno dire che la situazione è critica». Fra le regole che più frequentemente vengono violate dalle emittenti, secondo il sindacato dei giornalisti, c'è proprio il trattamento di quelli che sono gli operatori dell'informazione, i giornalisti televisivi, «spesso in condizioni di precariato assoluto o pagati pochissimi euro a servizio», come sottolinea ancora Ciampi. Che prosegue: «Ci sono poi giornalisti con contratti che non c'entrano niente con la loro professione, persino da operatori del commercio o da archivisti. E in qualche caso viene da dire menomale che almeno sono contratti. E, ancora, ci sono irregolarità previdenziali, con contributi non versati o versati a casse previdenziali sbagliate. Ma, scendendo sul piano della qualità dell'informazione, c'è spesso commistione inaccettabile fra contenuti giornalistici e pubblicità. O televendite che dilagano sull'informazione, solo per dirne alcune».
Certo, non è tutto e solo far West. «Ci sono degli imprenditori che sono veri editori e televisioni, tante, dove le regole vengono applicate. Il problema – spiega ancora il presidente del sindacato dei giornalisti – è che spesso si trovano a fronteggiare la concorrenza sleale, perché di questo si tratta, da parte di chi delle regole non ha nessuna considerazione. Imprenditori senza troppi scrupoli, abili “venditori di antenne”, procacciatori scaltri di finanziamenti pubblici. Mi domando: chi è solo interessato ai vari contributi economici pubblici, che considerazione ha della qualità dell'informazione, che è ciò che i cittadini chiedono alle emittenti del loro territorio?».
Mentre da parte del sindacato dei giornalisti si chiede con forza che l'erogazione dei contributi pubblici sia subordinata a una verifica di chi rispetta le regole e fa buona informazione, qualcosa forse in Toscana si muove. Proprio in questi giorni era previsto in discussione in Consiglio regionale il rinnovo delle convenzioni con il sistema dell'emittenza locale. Una discussione rimandata di qualche settimana proprio per tenere «in concreta considerazione», come assicura il presidente del Consiglio regionale Alberto Monaci, il lavoro dell'Ast. «La tutela dei diritti dell'informazione, in primis attraverso la tutela del lavoro dei professionisti chiamati al rispetto del codice deontologico, è attività essenziale in una comunità libera e democratica».
La richiesta è di arrivare a un protocollo con la Regione per «sollecitare gli editori al rispetto dei contratti giornalistici e delle regole più in generale, legando a questi aspetti la possibilità di accedere a contributi pubblici o finanziamenti per campagne di comunicazione, pubblicità o iniziative politiche e istituzionali», come spiega il vicepresidente Ast Sandro Bennucci. Un'idea che trova i primi consensi bipartisan. Alla presentazione hanno partecipato, e si sono detti d'accordo, tra gli altri, il capogruppo Pd Vittorio Bugli, il capogruppo Idv Marta Gazzarri e il consigliere Udc Marco Carraresi.
Ma lo studio nasce già vecchio e con alcune imprecisioni
   un peccato che l'analisi di Assostampa Toscana «Tra il digitale e il far west» dedichi la sua corposa rassegna delle emittenti toscane, con schede sintetiche sulla storia e la situazione delle singole tv, fotografandole solo «prima del digitale terrestre», come si legge nell'intestazione stessa del capitolo. E lo stesso faccia per quanto riguarda la situazione contrattuale dei giornalisti, ricavandola dai dati Inpgi – la cassa previdenziale dei giornalisti – del dicembre 2010. Già, perché dopo questi mesi cruciali del passaggio al digitale, diverse situazioni sono in evoluzione. Ci sono stati casi di crisi, come quello di Canale 10 (e di quello si dà conto nella scheda dell'emittente). Ma ci sono anche stati casi positivi come quello ad esempio di Tv Prato che un recente riassetto societario con l'ingresso, accanto alla Diocesi, di tre imprenditori cittadini ha innovato profondamente e trasformato in uno dei poli più importanti dell'informazione a Prato (e di questo non si trova purtroppo traccia nel rapporto del sindacato dei giornalisti toscani). Oppure di Tsd (l'ex Telesandomenico) fortemente rilanciata dalla diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro con l'assunzione di giornalisti regolarmente contrattualizzati e la produzione di format originali con particolare attenzione al sociale e la creazione di un polo unico dell'informazione diocesana analogo a quello di Prato.
Se si utilizzerà una ricerca come questa come strumento anche in vista delle prossime distribuzioni di contributi pubblici, se ne dovrà prevedere quantomeno un aggiornamento che fotografi una situazione più realistica. Oltre alla correzione di qualche imprecisione: «Luigi Bardelli» di Tvl che diventa «Baldelli», o Tv2000 – la tv della Conferenza episcopale italiana – che viene chiamata sistematicamente col vecchio nome Sat2000 (e considerata perciò solo satellitare) e che una volta si definisce anche, erroneamente, come tv «del Vaticano».
D.F.

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