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11 settembre 2001, la testimonianza di un ingegnere fiorentino a New York: «Pensai solo alla mia famiglia»

È sabato mattina 27 agosto a New York, Roberto ha appena finito di lavorare per un cliente e ci sentiamo grazie a whatsapp, lui è in macchina: «Ho 55 anni, sono in America dal 10 luglio 1992. Mi sono laureato a Firenze in Ingegneria elettronica, al S. Marta, nel 1991. Ora sono un imprenditore, offro consulenze informatiche a ditte, italiane e non solo, qui in America».

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11 settembre 2001

Roberto Consales si presenta così. Ci diamo subito del tu quando gli chiedo dove era quella mattina dell’11 settembre. «Quella mattina viaggiavo nel senso opposto rispetto a dove sto viaggiando ora sull’autostrada 80 perché andavo a lavoro. Ero manager di Information Techonlogy per la Glaxo Smith Kline ditta farmaceutica inglese. Normalmente la mattina sento sempre in macchina i giornali radio. Quella mattina invece avevo una telefonata di lavoro per cui mentre guidavo avevo questa telefonata e non sentivo le notizie. Il mio tragitto era di 45 minuti abbondanti. Arrivai a lavoro e notai subito qualcosa di strano. Perché tutti erano alla mensa dove c’erano i televisori. Entrai, andai alla mia scrivania e vidi che nessuno era al suo posto. Vidi uno dei miei collaboratori, Mark, cui chiesi “ma che sta succedendo?”. E lui mi rispose “Non l’hai sentito? Un aereo ha colpito una delle torri”. Devi tenere presente che fino a quel giorno negli Stati Uniti il concetto di terrorismo non era qualcosa di cui si discutesse. Sul momento c’erano notizie frammentarie, si parlava di un aereo da turismo in avaria. Andai alle tv».
Roberto fa un sospiro e continua. «Ma capisci io mi ricordo bene gli anni di piombo, io me le ricordo le Brigate Rosse, e lì si parlava di un aereo da turismo che aveva colpito la torre… dissi a Mark “Ma sei scemo, ma non esiste pilota al mondo che con un’avaria meccanica non si butti in mare”. E nel momento stesso vedevo le immagini della prima torre che fumava e il danno non mi sembrava quello di un piccolo aereo da turismo. Poi si vide il secondo aereo in diretta che colpì la seconda torre, credevo fosse un replay del primo impatto, spinsi Mark come per dirgli “bischero, ma non lo vedi che non è un aereo piccino”. All’improvviso realizzai che non era un replay. Lì ci fu lo sgomento più totale. Le persone gridavano e piangevano: avevamo assistito a una cosa tragica. Ricordo che nei momenti successivi arrivò la notizia dell’aereo che aveva colpito il Pentagono».
Roberto con la sua famiglia abitava e abita tuttora a Englewood Cliffs in New Jersey. Nel 2001 il suo posto di lavoro era a Parsippany: «A settembre 2001 io mia moglie Emma avevamo solo la nostra prima figlia, Nicoletta che quel mattino era all’asilo e non aveva ancora 2 anni. Emma era al Metropolitan Museum a New York city ma non nelle vicinanze delle torri, ricordo che dissi al mio capo “Albert, qui la situazione non è buona per nulla, mia moglie non esce da dov’è, io devo andare a riprendere Nicoletta perché questi tra poco mi mandano il messaggio e io non voglio restare imbottigliato nel traffico”. Lui mi disse “sì vai via” ho guidato sull’autostrada 80 come un forsennato, la lancetta del tachimetro segnava 125 miglia orari (200 kmh, ndr) in condizioni normali mi avrebbero ammanettato. Sull’autostrada c’è un tratto di poco più di un chilometro da dove è possibile vedere il World Trade Center. Facevo tre cose insieme: guidavo come un pazzo e, cosa strana, non c’era nessuno per strada; cercavo di chiamare Emma; guardavo a destra perché sapevo che a un certo punto avrei visto… infatti vidi le torri che fumavano: è l’ultimo momento che le ho viste in piedi perché in realtà una torre è andata giù mentre ero a prendere Nicoletta all’asilo e l’altra torre l’ho vista crollare in diretta tv a casa». Non aveva notizie di sua moglie: «Non riuscii a parlarle. Avevo notizie di Emma dai miei parenti in Italia che per qualche motivo erano riusciti a sentirla. Seppi da loro che era al sicuro e stava bene. Lei mi ha poi raccontato che vide la prima torre fumare mentre andava a lavoro al Metropolitan Musem. Non appena arrivata al lavoro fu colpita la seconda torre e li misero in lockdown. Cioè non li fecero uscire e chiusero il museo. Mia moglie arrivò a casa la sera verso le 18 dopo un vero e proprio esodo. Passammo la serata incollati alla tv».
Poi Roberto aggiunge: «In America le immagini della gente che si buttava giù dalle torri le tv non ce le facevano vedere e nessuno lo diceva. Mia moglie ora lavora al One world observatory, l’Osservatorio alla torre della libertà (edificata sul luogo dove sorgevano le Torri gemelle, ndr), mentre ti parlo è in cima alla torre. Lavora lì da 5 anni, come guida per spiegare ai visitatori quello che vedono della città da lassù».
«Fortunatamente non abbiamo avuto nessuna perdita diretta, nè amici e nè parenti sono morti nell’attentato dell’11 settembre - prosegue - Abbiamo molti amici che sono stati colpiti da lutti. Posso raccontare che il padrino di Nicoletta, Scott, ha una sua ditta edile e quella mattina doveva incontrarsi per colazione al ristorante in cima a una delle torri gemelle. Non riuscì ad andare a causa del traffico già dopo il primo aereo… e anche lui non sapeva nulla era una bestia, gli toccò dire al cliente “io non ce la faccio” non so se il cliente fosse lì sulla Torre o no o se sia ancora vivo. Scott stette tutto il giorno a casa e di fronte alle immagini continuava a dire a sua moglie Tecla, fiorentina, “ma ti immagini se fossi andato a far colazione avrei perso il camion”. Era completamente sotto choc. Tecla racconta che a un certo punto gli diede uno schiaffo e gli disse “ma pensi al camion”?».
Nei giorni subito dopo l’attentato molte cose cambiarono. «Lavorai da casa tutta la settimana e uno dei miei più grossi problemi era riuscire a connettermi a internet perché tutti lavoravano da casa. A ciò aggiungi il fatto che su una delle torri c’erano le apparecchiature di telefonia cellulare ed era difficile comunicare. Sai il morale di tutti sì, quello fu colpito. È evidente che c’è stato un cambiamento radicale sul come noi americani viviamo. Mi ricordo che nei giorni successivi tutti dicevano, anche in Europa, “ma come? In America degli attentatori sono riusciti a salire su un aereo…?”, io ti posso dire che prima dell’11 settembre 2001 in America montavi sull’aereo come monti a Firenze sull’Ataf». La vita però va avanti, e nel 2002 per Roberto e Emma è arrivato il secondo figlio, Lorenzo. A luglio scorso tutti insieme, dopo quasi due anni a causa del Covid, sono tornati in Italia per le vacanze.

Fonte: Tog
11 settembre 2001, la testimonianza di un ingegnere fiorentino a New York: «Pensai solo alla mia famiglia»
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