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Finanziamento ai partiti, torna attuale il richiamo di Sturzo

Dunque sembra proprio che il tesoriere del partito della Margherita sia riuscito ad appropriarsi di tredici milioni di euro provenienti dal finanziamento pubblico per comprarsi una casa a Roma e una villa a Genzano, far arrivare il resto in Canada o a saldo di tasse. Non sembra proprio che i 200 milioni di euro che lo stato versa ai partiti siano amministrati con grande oculatezza se è stato possibile in pochi anni prosciugare tranquillamente le finanze del partito La Margherita.
DI ROMANELLO CANTINI

Parole chiave: politica (409)

di Romanello Cantini

Dunque sembra proprio che il tesoriere del partito della Margherita sia riuscito ad appropriarsi di tredici milioni di euro (ventisei miliardi delle vecchie lire) provenienti dal finanziamento pubblico per comprarsi una casa a Roma e una villa a Genzano, far arrivare il resto in Canada o a saldo di tasse. Non sembra proprio che i 200 milioni di euro che lo stato versa ai partiti siano amministrati con grande oculatezza se è stato possibile in pochi anni prosciugare tranquillamente le finanze del partito La Margherita che fra i partiti, come l'omonima pizza fra le pizze, è quello che in fondo costa meno.

Semmai l'idea di una gran confusione nelle finanze dei partiti è rafforzata dal fatto che fino ad ieri si è continuato a prendere soldi dallo stato per un partito deceduto ufficialmente nel 2007, così come ogni tanto si legge sui giornali di chi continua a riscuotere la pensione della povera mamma morta cinque anni prima. C'è evidentemente, per usare il solito eufemismo diventato un luogo comune, qualcosa di «opaco» nelle finanze dei partiti. Recentemente ci sono state lunghe polemiche, ad esempio, anche su presunte appropriazioni di beni dell'ex Alleanza Nazionale e su una presunta gestione personalistica del finanziamento dell'Italia dei Valori. Per andare un po' più lontano nessuno è riuscito a capire che cosa sia successo della enorme massa di beni della ex Dc andati a finire, dopo mille passaggi e mille rocambolesche avventure, in mano ad oscuro prestanome.

Più in generale, se ci fosse stato un maggior controllo sulle finanze dei partiti e dei politici, probabilmente non ci sarebbe stata Tangentopoli e la fine della prima repubblica e in parte sarebbe stato anche meno drammatico il peso di quel debito pubblico che oggi ci sta schiacciando. Ma simili scelte proprio perché vanno contro l'interesse immediato della classe politica sembra che possano essere suggerite più dall'etica che dalla politica. Sembra che abbiano bisogno di gesti che a giusto titolo possiamo chiamare profetici non solo perché compiuti in solitudine, ma anche perché sembrano dettati da ragioni più alte che non siano quelle delle convenienze delle abitudini del momento.

Finora tutti i partiti hanno voluto tutti i soldi dallo stato e nessun controllo da parte dello stato anche se qualcuno sembra che ora cominci ad invocarli. Ma addirittura nel lontano 1958, un anno prima di morire, Luigi Sturzo presentò in parlamento un progetto di legge che intendeva controllare e limitare le spese della politica. Il fondatore del partito popolare ricordava che tutti i paesi democratici dall'Inghilterra alla Francia, dalla Germania agli Stati Uniti avevano già da allora leggi che ponevano dei limiti e delle verifiche alle spese dei partiti e dei candidati. Solo in Italia i partiti non avevano questi vincoli e non li volevano avere. Secondo quella proposta di Sturzo i partiti dovevano presentare ogni anno al tribunale le entrate e le uscite del partito sia a livello centrale sia a livello provinciale e sezionale.

I candidati dovevano dichiarare quanto spendevano nella loro campagna elettorale e comunque non potevano spendere più di cinquecentomila lire se erano candidati alla Camera e più di seicentomila lire se erano candidati al Senato. Poiché oggi si vuole di nuovo reintrodurre le preferenze non sarà inutile ricordare, per fare solo due esempi e per capire che cosa volesse significare in concreto la proposta di Sturzo, che nelle ultime elezioni del 1987 e del 1992 in cui si votò con le preferenze, a Roma, il deputato Vito Bonsignore dichiarò di avere speso 405 milioni e a Milano il deputato Mario Usellini dichiarò di volere spendere 600-700 milioni.

In genere si tende a spiegare la campagna moralizzatrice condotta da Sturzo nei suoi ultimi anni con il suo senso dello stato di stampo liberale. Non è proprio così. È invece una caratteristica tipica di Sturzo non separare mai i mezzi dai fini. Ambedue per Sturzo devono essere buoni proprio per la fede religiosa che lo ispira perché come diceva anche Gandhi «una rosa non può nascere dalla gramigna». Per Sturzo addirittura i mezzi sembravano addirittura più importanti dei fini perché impegnano direttamente la coscienza personale mentre i secondi in gran parte non dipendono da noi. La politica insomma non si esaurisce nel successo e le sconfitte pulite sono meglio delle vittorie sporche anche se oggi credere in certe cose è tanto più profezia proprio perché appare pazzia. Il 7 settembre 1946, dopo il suo ritorno dall'esilio americano, l'intero consiglio nazionale andò a rendere visita a Sturzo nella sua casa romana. Parlò per tutti Adone Zoli. Probabilmente tutti i presenti si aspettavano da un vecchio e navigato maestro che era stato il fondatore di uno dei più grandi partiti italiani una raffinata lezione di politica. Ma Sturzo nella risposta non parlò di politica, ma di Vangelo proprio perché sapeva che parlava a dei politici a cui voleva lasciare una sorta di testamento spirituale. «Non mirate al puro successo materiale – disse – cercate il regno di Dio e il resto vi sarà dato. Verrà poi il successo del partito o altrimenti non verrà, ma saranno attuate giustizia e libertà. Ecco il mio consiglio dunque: sacrificatevi senza pensare al successo».

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