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Il malessere della democrazia si cura con inclusione e solidarietà

Solo uno sguardo molto superficiale delle cose può portare a tracciare un parallelo tra il braccio di ferro tra Madrid e Barcellona e gli scenari che si aprono dopo i referendum consultivi di Veneto e Lombardia. Diverso il clima, per fortuna, diversi gli sbocchi. Ma questo non significa che la politica italiana, già concentrata su altri appuntamenti ad iniziare dalle elezioni siciliane, si possa permettere di considerare la questione già archiviata, grazie magari all’avvio di un tavolo negoziale.

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Referendum sull'autonomia del Veneto (Foto Sir)

Al di là del loro risultato (in Lombardia non si può certo parlare di un successo, anche a causa della prova disastrosa data dal voto elettronico), le due consultazioni sono un segnale di malessere della nostra democrazia. Hanno dimostrato che sussiste ancora una forte spinta centrifuga che fa degli interessi economici locali il proprio punto di forza; come anche l’esistenza di un blocco che spazia dalla Lega ai Cinque Stelle a settori del centro-sinistra (qualcuno sostiene addirittura anche ambienti cattolici) pronto a mettere tutto in discussione nel nome del sacro interesse del proprio quartiere, o valle alpina. È questa la cosa che deve preoccupare di più: si va ulteriormente perdendo lo spirito di comunità. Un Paese il cui organismo ha in sé una magagna di questo genere è un Paese che non va lontano.

Non è un caso che sia la Lega la principale beneficiaria di questo rilancio degli slogan datati anni ’90. Zaia e Maroni, non a caso, provengono dalla prima generazione del leghismo. Il fatto poi che sia il primo ad essere l’incontrastato vincitore di questo passaggio non può non ricordare che la Lega nasce proprio in Veneto, e non in Lombardia, alla fine degli anni ’80. Quando cioè in quelle zone si perde la capacità di proposta politica da parte dei cattolici. Ora, grazie alla nuova legge elettorale, il Carroccio punta con gli alleati di centrodestra a prendersi moltissimi dei seggi della quota uninominale. Il gioco sarà nel riuscire a guadagnarne anche nelle altre regioni italiane. Non a caso Salvini è subito corso a cancellare il richiamo al settentrione dalla denominazione ufficiale del suo partito.

Qui peserà sicuramente il ruolo di un Berlusconi ringiovanito, più che dalle sentenze attese da Strasburgo, dalle scelte politiche di Matteo Renzi: il primo a tendergli una mano, tre anni fa, in un famoso incontro al Nazareno.

Ed il Pd dovrà stare attento a non cadere nell’errore, commesso anche in questi mesi, di rincorrere posizioni che sono al tempo stesso estranee alla sua natura e comunque già appannaggio degli altri. Essere di lotta e di governo era una peculiarità della sinistra di una volta, e neanche allora funzionò. Essere più leghisti dei leghisti, più grillini dei grillini è cosa impossibile. Quello di cui ha bisogno il Paese è la riscoperta della politica dell’inclusione e della solidarietà, nella lezione di Papa Francesco. Ma per farlo ci vuole coraggio.

Il malessere della democrazia si cura con inclusione e solidarietà
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