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Informazione e conformismo, il potere delle grandi Companies

Chissà che cosa sarebbe successo se ci fossero stati i Social all’epoca di San Francesco di Sales, il santo che festeggiamo il 24 gennaio. Lui ha avuto l’idea di diffondere brevi testi stampati, a completamento delle sue prediche, e perciò è diventato il patrono dei giornalisti. Forse però qualche problema con i Social lo avrebbe potuto avere. Diceva cose che erano contrarie al pensiero mainstream tra Cinque e Seicento, l’epoca delle guerre di religione. Predicare l’amore di Dio, a quei tempi, era controcorrente.

Social media

Questo riferimento può sembrare strano. Ma, se ci pensiamo bene, non lo è più di tanto. La questione di fondo è chiara. Riguarda il conformismo a cui ci condannano le grandi Companies: Amazon, Facebook, Google. Riguarda nello specifico il potere che le piattaforme hanno non solo sulla nostra libertà di espressione, ma più precisamente sul fatto che i nostri pensieri possano essere messi in circolazione soprattutto negli ambienti digitali controllati da tali Companies. Chi non ci sta, chi non sta in rete, oggi non esiste.
Il problema è dato dal fatto che, per stare in rete, bisogna adattarsi all’uso di determinati strumenti e di certi programmi. E, più ancora, bisogna accettare quelle regole e quei modi di pensare che sono le Companies a stabilire. Dobbiamo accettarli: altrimenti, ripeto, siamo tagliati fuori.

Intendiamoci. Non voglio affatto dire che molte di queste regole non siano giuste e condivisibili. Sono ad esempio le regole basate sul principio del rispetto delle diversità, quelle che bloccano i discorsi d’odio, quelle che impediscono l’istigazione alla violenza. Ma ci sono due cose, almeno, su cui è bene riflettere.
La prima cosa è il fatto che il rispetto di queste regole è demandato a un programma. Il programma non è in grado di contestualizzare. E dunque se, com’è avvenuto, qualcuno posta la famosa foto della bambina vietnamita che scappa dal suo villaggio distrutto dal napalm e il programma gliela rimuove, perché la bambina è nuda e dunque ciò viene considerato pornografia, allora c’è qualcosa che non va.

La seconda cosa, ancora più importante, è legata al fatto che le regole sono stabilite da Companies private, le quali aprono spazi sociali per motivi di lucro. E tali regole sono appunto quelle che oggi definiscono le modalità di accesso allo spazio pubblico. Voglio dire: lo spazio del dibattito pubblico – condizione per lo sviluppo di una democrazia – non è regolamentato da leggi dello Stato. I suoi criteri non sono stabiliti attraverso un confronto politico. Lo spazio del dibattito pubblico è invece colonizzato, o addirittura sostituito, da ambienti virtuali che impongono determinati comportamenti. Si tratta di comportamenti che rispecchiano le abitudini medie degli utilizzatori occidentali di certe piattaforme e che le piattaforme confermano e prolungano. Si tratta di comportamenti dettati dagli interessi commerciali dei proprietari delle piattaforme stesse.

Su tutto ciò l’Unione Europea comincia a interrogarsi. S’interroga su come regolamentare le attività di quelle grandi Companies che, attraverso i loro servizi, dettano le regole nei mondi digitali che sempre più abitiamo. È la dimensione pubblica che vuole riprendere il controllo di ciò che aveva abbandonato al privato. È l’offline che chiede conto all’online. Magari è troppo tardi, o forse no. Bisogna vedere se noi, che vogliamo esprimerci nello spazio pubblico, sia offline che online, siamo disposti ad appoggiare questa battaglia. Oppure se, ciecamente, continuiamo ad accettare le regole imposte da qualche piattaforma, nel timore di non poterla più usare.

Fonte: Tog
Informazione e conformismo, il potere delle grandi Companies
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