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Mass media in clausura. Un uso sobrio, discreto e a favore della formazione

Nella recente Istruzione vaticana dedicata alle claustrali («Cor Orans») c'è un intero paragrafo dedicato ai mezzi di comunicazione e che è stato interpretato dalla stampa come un «via libera» all'uso dei social nei monasteri di clausura. Ecco cosa dice in realtà…

Clausura e mass media © Daniel Ibáñez/CNA

Nei giorni scorsi è stata presentata in Vaticano l’Istruzione Cor Orans sulla vita contemplativa femminile. Si tratta di una serie di norme applicative di una precedente Costituzione apostolica di Papa Francesco, la Vultum Dei quaerere, risalente a due anni fa, nella quale si invitavano le suore di clausura a riflettere e discernere sui diversi contenuti legati alla loro vita monastica.

La recente Istruzione rende chiare le disposizioni di legge del documento pontificio, sviluppando e determinando i procedimenti nell’eseguirla. Si va ad esempio dalla fondazione di un monastero, alla sua erezione canonica, ai casi in cui la Santa Sede è chiamata a supplire eventuali situazioni precarie di gestione, ecc.

Nel capitolo dedicato alla cosiddetta «separazione dal mondo», che si realizza plasticamente nell’obbligo della clausura, c’è un intero paragrafo dedicato ai mezzi di comunicazione.

Molti hanno pensato - e scritto - che si trattasse di un «via libera» del Vaticano all’uso dei social da parte delle suore di clausura. In realtà, il documento non parla esplicitamente di Facebook, Twitter, Instagram o WhatsApp, ma più genericamente di mezzi di comunicazione, e riporta la discussione sul loro utilizzo, finalizzandola in maniera molto specifica all’ambito della formazione e della comunicazione.

Pensando comunque ai social, a nessuno sfugge come anch’essi siano oggi «la vita», e alla vita si devono adeguare, come insegna Papa Francesco a più riprese. La vita delle suore di clausura è di essere «separate dal mondo» ed è per questo che il documento parla di un utilizzo sobrio e discreto, conformemente allo stato della loro vocazione, che liberamente hanno scelto.

Non a caso, al n. 164 si afferma che questa «separazione» deve intendersi come «una vita domestica, familiare», all’interno della quale si vive una fraternità in maniera più intima. La Chiesa ci tiene dunque a salvaguardare le caratteristiche specifiche della clausura, il raccoglimento e il silenzio, al fine di non riempirla «di rumori, di notizie e di parole» (n. 168).

Non si tratta di un’accusa né verso i social né verso le religiose. Piuttosto, è un prendere consapevolezza del ruolo che ciascuno deve svolgere/occupare negli ambiti del proprio vissuto e della propria azione. Lo ribadiamo, è il «chi sei» a decidere «come» (devi) vivere sia offline che online.

In fondo, se vogliamo, queste normative vanno anche in un certo senso a supplire un vuoto legislativo, dal punto di vista canonico, che è stato reso ancora più urgente dalla velocità con cui la società moderna ha saputo adeguarsi all’interconnessione.

La Cor Orans chiarisce, tuttavia, che lo scopo dell’uso dei media da parte delle monache deve essere soprattutto formativo, evitando che un uso smodato possa convertirsi in «occasione di dissipazione o di evasione». Ciò creerebbe, evidentemente, un danno per la vocazione e un ostacolo per una vita interamente dedicata alla contemplazione (n. 169).

Pur chiamate a vivere la «comunione spirituale con Dio ed il prossimo», limitando spazi e contatti (n. 162), l’Istruzione ritiene comunque un bene per le religiose curare «la doverosa informazione sulla Chiesa e sul mondo» (n. 171); ciò non significa moltiplicare le notizie o le fonti, ma imparare a coglierne «l’essenziale alla luce di Dio», per poi portarlo nella preghiera personale.

Si diceva della necessità della formazione per quante vivono nei monasteri. Come ciò debba avvenire, è approfondito nel capitolo dedicato in modo specifico alla formazione permanente. Oltre alla vita di preghiera, ai sacramenti, alla formazione intellettuale, alle relazioni fraterne, al lavoro vissuto come servizio sereno e gioioso, e ai mezzi ascetici, il n. 249 parla anche della «debita informazione di ciò che accade nel mondo» come uno degli strumenti di formazione permanente, appunto.

Anche qui quello che colpisce è il fatto che ciò debba avvenire in maniera opportuna, adeguata («debita») e servire come motivo per ravvivare la consapevolezza e la responsabilità del proprio apostolato. L’uso dei mezzi di comunicazione si deve perciò caratterizzare - è detto ancora una volta - per «prudenza e discrezione», proprio per non creare un danno al tipo di vita che si è scelte.

In fondo, tutti questi accorgimenti erano già stati formulati da Papa Francesco nella sua Costituzione apostolica del 2016, quando al n. 34, qui sì riferendosi alla «cultura digitale» che caratterizza la nostra epoca, aveva richiamato a riflettere sul fatto che tutto ciò «influisce in modo decisivo nella formazione del pensiero e nel modo di rapportarsi con il mondo e, particolarmente, con le persone».

La Cor Orans non ha fatto altro che esplicitare meglio queste preoccupazioni del Santo Padre e la materna premura della Chiesa per una vocazione che è da sempre considerata «cuore orante» che arricchisce tutti «con frutti di grazia e di misericordia».

* Docente di comunicazione alla Pontificia Università della Santa Croce

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