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Prostituzione e case chiuse: fronte aperto sul piano educativo e dei diritti umani

Qualche riflessione a partire dall'ordinanza anti-prostituzione varata dal Comune di Firenze. Uno dei temi che è tornato nel dibattito è stato quello della riapertura delle cosiddette «case chiuse».

Parole chiave: Prostituzione (16)
Prostituzione per strada (Foto Sir)

Chiunque in Italia tocchi il tema della prostituzione finisce con lo scottarsi. Neanche il tempo di rallegrarsi per l’ordinanza anti-tratta del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che multa e punisce i clienti delle prostitute nel tentativo di spezzare le catene della schiavitù che legano le ragazze ai loro sfruttatori, che lo stesso primo cittadino è costretto ad affrontare la domanda più insidiosa: «Vuole forse riaprire le case chiuse?». La risposta del sindaco, purtroppo, non lascia spazi interpretativi: «Non dobbiamo essere ipocriti, nessuno e tantomeno un sindaco può pensare di debellare dalla faccia della terra la prostituzione. Il punto è che per contrastare gli aspetti più degradanti e criminosi dovremmo sperimentare nuove soluzioni. Purtroppo in Italia non si possono affrontare temi del genere perché c’è troppo scontro ideologico e ipocrisia». Eppure lo stesso sindaco di Firenze, come tanti consiglieri comunali, ha ormai maturato la convinzione che la vicenda della prostituzione, con il suo mercato prosperoso di ragazze e ragazzi sempre più giovani, sia sempre più una delicatissima questione di diritti umani. Proprio perché la prostituzione è nella quasi totalità dei casi il frutto della condizione di schiavitù, ormai accertata a livello giudiziario come sociale, delle persone che cadono nella rete degli sfruttatori.

In Italia, stando a recenti rilevazioni, le donne coinvolte nella prostituzione sarebbero oltre 18mila, di cui il 20% minorenni. E ben il 65% di tutte loro sarebbe costretto a prostituirsi per strada sotto l’occhio vigile dei magnaccia di turno. Del resto, non diciamo nulla di nuovo, perché i racconti delle ragazze e le cronache più oneste ormai restituiscono una narrazione concorde e senza alibi per nessuno. Amministratori, politici, investigatori, magistrati e clienti...

Piuttosto ci piacerebbe che una grande inchiesta sociologica e magari giornalistica, andasse senza alcuno scrupolo a indagare e raccontare quell’universo maschile che rende prospero il mercato della prostituzione. Perché gli italiani continuano a finanziare il sesso a pagamento? Basterebbe ascoltare certe trasmissioni radiofoniche anche di reti apprezzatissime, in piena fascia di tutela per i minori, per assistere un giorno sì e l’altro pure alla difesa (a prescindere) della prostituzione, alla richiesta di riapertura delle case chiuse (sul modello di alcuni Paesi europei), all’elogio della libera scelta di prostituirsi. Magari portando ad esempio quello delle squillo di alto bordo o quelle delle prostitute (sempre poche) che si gestiscono in proprio senza la protezione dello sfruttatore. O ancora peggio, andando a cercare le testimonianze di anziane prostitute italiane che ancora esercitano. Così da dimostrare che non c’è via d’uscita e che in fondo non si fa del male a nessuno. Purché… tutti gli operatori del "settore" paghino le tasse. Naturalmente senza una parola sulle responsabilità dei clienti, assolti a prescindere. Insomma, una gigantesca foglia di fico posta su un enorme problema di rispetto della persona umana e del suo corpo.

A noi tocca riaffermare, anche a costo di scottarci, che il tema della prostituzione (insieme con quello della diffusione degli stupri) pone una domanda gigantesca sul fronte educativo. E su questo piano ci tocca tutti, come famiglie, come genitori, come educatori, come insegnanti, come cittadini e come credenti. Insomma, non è un problema altrui. Voglio citare, a questo proposito, un’esperienza vissuta come giornalista. Molti anni fa mi capitò (allora ero caporedattore di un giornale locale) di avere notizia diretta della frequentazione di prostitute da parte di un giovane collega, al tempo peraltro sposato. Forte della sua conoscenza personale, non potei esimermi, pur con tutto il garbo e la delicatezza che la situazione comportava, dal mostrargli la mia personale riprovazione. Mi permisi anche di suggerirgli un percorso di accompagnamento psicologico per uscire dal tunnel nel quale si era infilato. Qualche tempo dopo, quello stesso collega incappò in un’intercettazione telefonica nell’ambito di un’indagine sulla prostituzione: la sua vita personale finì persino sui giornali e ne fu sconvolta. Credo che quella brutta vicenda giudiziaria sia servita di lezione a lui e non solo a lui. Con questo cosa voglio dire? Che innanzitutto noi, uomini, abbiamo il dovere di vigilare sui comportamenti dei nostri fratelli, dei nostri amici e dei nostri figli. Senza voltare lo sguardo altrove o cavarcela con una battuta di dubbio gusto. Dobbiamo intervenire sempre, con carità ma anche con la  necessaria fermezza. Innanzitutto chiedendoci se siamo noi i primi a credere, senza alcun tentennamento, che mai si debba o si possa comprare una donna. E che anzi, il rifiuto di comprare il sesso, debba diventare un titolo di onore e di acquisita maturità personale e sociale. Non è chiedere troppo.

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