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Dal n. 18 del 14 maggio 2006

Rubare a Cesare non è peccato?

La vita fiscale è un settore davvero poco studiato in campo cattolico, anche dagli specialisti. padre Salvini, Direttore de «La Civiltà Cattolica» ha fatto notare, per esempio, che negli oltre 2.800 numeri nei quali è diviso «Il Catechismo della Chiesa Cattolica» non c'è nessuna menzione sul dovere di pagare le tasse e sul fisco in genere; se ne parla, invece, nel «Compendio di dottrina sociale della Chiesa», che dedica appena un numero alla raccolta fiscale e alla spesa pubblica.
DI MARCO DOLDI

DI MARCO DOLDI
La vita fiscale è un settore davvero poco studiato in campo cattolico, anche dagli specialisti. padre Salvini, Direttore de «La Civiltà Cattolica» ha fatto notare, per esempio, che negli oltre 2.800 numeri nei quali è diviso «Il Catechismo della Chiesa Cattolica» non c'è nessuna menzione sul dovere di pagare le tasse e sul fisco in genere; se ne parla, invece, nel «Compendio di dottrina sociale della Chiesa», che dedica appena un numero alla raccolta fiscale e alla spesa pubblica. Più forza ha avuto il Concilio, che nella costituzione pastorale «Gaudium et spes», ha insegnato il dovere sociale di contribuire al bene comune secondo le proprie possibilità e ha denunciato che «non pochi non si vergognano di evadere, con vari sotterfugi e frodi, alle giuste imposte o agli altri obblighi sociali».

Il silenzio su un aspetto importante della dottrina sociale della Chiesa vige, di conseguenza, nella vita di tanti cristiani: facilmente si accusano di non essere onesti nella professione, di non rispettare la deontologia professionale, di aver cercato di estorcere qualcosa. Quasi mai si accusano di aver evaso le tasse, per esempio non emettendo la fattura per le proprie prestazioni.

Rubare a Cesare è un atteggiamento che non suscita particolari problemi e neanche drammi in confessionale; così, non viene avvertito come colpa il danno provocato alla cosa pubblica: vandalismi, sfregi ai monumenti, utilizzo abusivo dei servizi pubblici, etc. Insomma, davanti allo Stato è più facile sentirsi creditori che non responsabili; probabilmente, perché esso non è sempre ben rappresentato, ma si sa, sfruttatori e onesti servitori esistono ovunque.
Per la verità, non c'è nessuno che neghi oggi il dovere di pagare le tasse, ma tutti lo giudicano estremamente doloroso! Già i Padri della Chiesa insegnavano che «ciò che mi avanza non è mio, ma è del povero»; detto in altre parole: il superfluo, quello che va al di là di un onesto sostentamento, è per il bene comune.

Il problema nasce nel quantificare l'eccedente, perché nessuno è giudice imparziale in casa sua e nessuno è disposto a riconoscere come «degli altri» quanto ha faticato per guadagnare e possiede. Non è, pertanto, fuori luogo che esista un arbitro – lo Stato – a determinare la misura del superfluo e la partecipazione del singolo all'impresa comune. Questo non esclude che debba esistere un meccanismo democratico di verifica per appurare se la tasse imposte siano eque e, quindi, sia doveroso il pagamento.

Un'obiezione al pagamento delle tasse è che lo Stato sprechi i soldi dei cittadini, rubando con eleganza ciò che si guadagna con il sudore. Questo può succedere, perché lo Stato è un enorme colosso con spese proporzionate; tuttavia, il cattivo uso da parte della pubblica amministrazione non dispensa nessuno dai propri doveri, in quanto la qualità di vita del Paese dipende dalla risoluzione che solo lo Stato può affrontare. Resta l'obbligo morale del cittadino di pagare le tasse nella misura richiesta dalle leggi e c'è il dovere sociale di rendere il sistema fiscale sempre più equo e di punire l'evasione.

Tasse e diritti dell'uomo

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