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Tradurre le Palme in coerenza cristiana

La Domenica delle Palme, solenne apertura della Settimana Santa, costituisce, per il popolo cristiano, un appuntamento importante, che riempie le nostre chiese al pari, e talvolta più, della stessa veglia pasquale. Per certi versi esso ci riporta al cuore dell’evento cristiano, per altri evidenzia alcune ambiguità nel modo in cui esso è stato tradizionalmente accolto dalla religiosità popolare.

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Giovani con le palme nella celebrazione della Domenica delle Palme (Foto Sir)

Rientra sicuramente nel primo aspetto la dimensione festosa che caratterizza questa solenne celebrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. È la rievocazione di una spontanea esplosione di entusiasmo da parte di gente comune, semplice, e la gioia che la pervade non è paralizzata né oscurata dalla consapevolezza del suo carattere effimero – sta per iniziare la tragica vicenda della passione –, ricordandoci che la nostra storia, come quella di Cristo, conosce momenti di pienezza che non perdono il loro significato per la incombente prospettiva della croce, anzi anticipano il suo esito finale, la resurrezione. Proprio nella cultura contemporanea, così sensibile alla preziosità di ciò che è fragile ed effimero, questa umile festa, quasi una danza sull’orlo dell’abisso, trova, perciò, una inaspettata attualità, valorizzando la felicità che può esserci anche nel provvisorio.

La Domenica delle Palme è anche la festa delle emozioni. L’accorrere di un popolo festante, che alza rami di ulivo e fronde di palma inneggiando al Signore che passa in mezzo a noi, segna l’irruzione della sfera emotiva nei ritmi di una liturgia a volte un po’ ingessata. Questo spiega il posto che questa celebrazione ha nella religiosità popolare, il cui merito è proprio di accogliere e valorizzare queste istanze profondamente umane, riempiendo della sua prorompente vitalità la ieratica solennità dei nostri riti ufficiali. Con i rischi, ovviamente, che tutto ciò comporta – è il secondo aspetto di cui parlavamo – e che sono il prezzo da pagare a questa devozione dei semplici. C’è il pericolo di attribuire al ramo d’ulivo benedetto un valore quasi magico e di illudersi di riempire con esso, nella propria esistenza personale, carenze sostanziali di umanità e di spiritualità che in realtà nessun amuleto può sanare. È necessaria una purificazione, da rinnovare ogni anno, che restituisca alle cose e ai gesti esteriori il loro genuino significato di «segni», che non possono e non devono essere scambiati con la realtà di cui sono espressione.

La gioia della Domenica delle Palme dobbiamo dunque portarla a casa custodendola dentro di noi e traducendola nella coerenza di una vita autenticamente cristiana. Non è il verde perdurante del ramo d’ulivo che attaccheremo a nostro capezzale a garantirla. E la benedizione fatta con l’acqua serve solo a ricordarci quel lavacro più decisivo che è stato il nostro battesimo, a cui possiamo essere fedeli solo rivivendolo ogni giorno. Ciò che è visibile alla superficie acquista tutto il suo valore se non oscura, ma fa emergere il significato dell’Invisibile. Solo allora l’entusiasmo della folla che agita in segno di gioia i rami di ulivo e di palma sarà davvero anticipazione della grande festa della Pasqua.

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