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Una crisi morale prima ancora che politica od economica

L'Occidente è in crisi. E la sua crisi si chiama soprattutto debito pubblico. Non solo l'Italia da questo punto di vista è uno dei paesi nelle condizioni peggiori, ma perfino gli Stati Uniti, la prima potenza economica mondiale, devono lottare contro l'incubo più o meno lontano del fallimento, cioè della possibilità che lo stato non sia più capace di pagare.
DI ROMANELLO CANTINI

Parole chiave: democrazia (5), mondo (165), crisi economica (372), politica (409)

di Romanello Cantini

L'Occidente è in crisi. E la sua crisi si chiama soprattutto debito pubblico. Non solo l'Italia da questo punto di vista è uno dei paesi nelle condizioni peggiori, ma perfino gli Stati Uniti, la prima potenza economica mondiale, devono lottare contro l'incubo più o meno lontano del fallimento, cioè della possibilità che lo stato non sia più capace di pagare. In ogni caso anche nella ipotesi migliore che lo stato riesca sempre ad emettere le sue obbligazioni e a riscattarle noi lasceremo ai nostri figli non solo un lavoro peggiore del nostro e una pensione che sarà metà della nostra, ma anche un debito che diviso individualmente sarà di molte decine di migliaia di euro. Si discute da tempo sulle origini e sulle cause del debito pubblico. Chi l'attribuisce alle troppe spese e chi alle poche tasse del passato. Ma a guardare ancora più in profondità le cause dell'indebitamento sono politiche e forse prima ancora morali.

Sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia ha notato che il debito inizia la sua grande crescita a partire dagli Anni Ottanta del secolo scorso quando cominciano a declinare i grandi valori di libertà e di giustizia legati alle grandi ideologie che da sole bastavano a giustificare una appartenenza politica e i governi cominciano a rincorrere il consenso esclusivamente con i piccoli e i grandi favori alle categorie e con la resa anche di fronte ai più sfacciati privilegi.

In un sistema politico in cui in media c'è una elezione ogni due anni e in un mondo in cui ciò che per tutti conta è l'hic e il nunc, quello che si consuma e si gode nel nostro paese e in questo momento, è crollata non solo quella responsabilità sociale della cui irrilevanza ci accorgiamo quando si difendono con i denti stipendi da quattrocentomila euro all'anno, ma anche quella «giustizia e solidarietà intergenerazionale» di cui parla il Papa nella Caritas in veritate. Viviamo tutti concentrati sul proprio io. Non esistono gli altri e naturalmente non esistono quelli che una volta si chiamavano i posteri. Facciamo pochi figli e ci comportiamo come se ne non avessimo punti.

Abbiamo cancellato dai nostri pensieri non solo l'eternità ma anche il futuro semplice. A parole crediamo sempre nel progresso mentre nei fatti stiamo facendo tutto il possibile perché il domani sia peggiore dell'oggi. Se il problema riguardasse solo il debito pubblico potremmo comunque affidarlo con qualche speranza ancora alla economia e alla politica. Ma questa mancanza di prospettiva per il futuro diventa drammatica se pensiamo al nostro esaurire le risorse energetiche, al nostro inquinamento dell'atmosfera, al nostro rischio di lasciare un pianeta in preda alla siccità, alla riduzione dei terreni coltivabili, alle cosiddette catastrofi naturali.

In fondo per gli stessi motivi per cui abbiamo creato il debito pubblico corriamo il pericolo di distruggere in cento anni una creazione vecchia di milioni se non di miliardi di anni. E poiché il debito pubblico così come il saccheggio delle risorse è soprattutto una caratteristica dell'Occidente e l'Occidente si identifica bene o male con la democrazia, era inevitabile che a questo punto, insieme all'individualismo e al consumismo dell'Occidente, entrasse in discussione il suo sistema politico. Da più parti si teme ormai che il fallimento nel dominare il debito e nel frenare i consumi porti anche al fallimento della democrazia. Alcuni hanno ricordato che in passato i sostenitori dello stato etico criticavano la democrazia proprio per la sua incapacità di rappresentare le generazioni future oltre che le generazioni passate.

Ma una crisi che è soprattutto morale non si risolve cambiando un sistema politico. I vecchi dell'antica Roma avevano l'abitudine di piantare un fico o un ulivo, alberi dalla crescita lenta, per dimostrare che lasciavano dei frutti a chi sarebbe venuto dopo di loro. Senza la responsabilità morale, soprattutto di chi più ha e di chi più può anche in termini di potere, nessun sistema politico e tanto meno la democrazia funziona. Proprio il potere affidato ai cittadini e ai loro rappresentanti non può fare a meno dell'etica degli uni e degli altri. Tocqueville descrivendo la prima democrazia del mondo, cioè quella americana, scrisse che «mentre la legge consente al popolo americano di fare tutto, la religione gli impedisce di tutto concepire ed osare». E più vicino a noi Giovanni Paolo II ci ricordava: «Più di qualunque forma di regime, la democrazia esige avvertito senso di responsabilità, autodisciplina, rettitudine e misura in ogni espressione e rapporto sociale».

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Luigi Giani 20/09/2011 00:00
Se sai deve fare di ogni erba un fascio, continuiamo, continuaiamo.
Non è poco che leggo Romanello, è dal 1968, quando era ai fasti della protesta.
Mi è bastato allora e non mi aspetto più nessuna lezione.

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