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Qualcosa di pulito

di Marco Bonatti
direttore “La Voce del Popolo” – Torino
Cortina 1956, Roma 1960, e adesso Torino 2006. Il grande spettacolo delle Olimpiadi invernali sbarca ancora in Italia e porta il capoluogo piemontese e le sue montagne sotto gli occhi del mondo intero. È una grande occasione per la città, ex capitale dell'automobile e ora in procinto di reinventare una propria identità. Questa dei Giochi è una scommessa modernissima, globale e virtuale insieme. Globale perché i Giochi portano qui tutto il mondo (o quasi) e contemporaneamente offrono al pianeta l'immagine di una città che ha saputo costruire di se stessa. Virtuale perché tutto (o quasi) delle Olimpiadi è spettacolo che passa sulle tv, sui satelliti, su Internet; e lo stesso investimento di immagine che la città compie si gioca sul "gradimento" via etere da parte dell'esercito di 12mila giornalisti e operatori che sta sbarcando qui, insieme con un congruo numero di "vip" annunciati e attesi.

A terra, in città e nelle valli olimpiche, rimangono aperte le questioni del "dopo". Il treno ad alta velocità prima di tutto: la contestazione dei valsusini è diventata un caso nazionale e sta provocando divisioni e lacerazioni che non sarà facilissimo sanare. E poi, il riuso degli impianti e il rientro delle spese sostenute: è ormai tradizione delle città olimpiche che i grandi templi dello sport decadano poi a cattedrali nel deserto, se viene a mancare un adeguato e oculato impegno di programmazione.

Ancora, il problema dei conti economici, che fino all'ultimo sembravano non quadrare nelle casse del Toroc, il comitato organizzatore. Per altro è innegabile che la macchina delle Olimpiadi riesce a smuovere burocrazie, ignavie e ritardi quasi secolari: per il 10 febbraio a Torino sarà in funzione la prima linea di metropolitana, che si attendeva da almeno 70 anni; interventi rilevanti sono stati compiuti sulle vie di comunicazione e nel sistema di trasporti della città e della cintura, si lavora al passante ferroviario…

È il paradosso delle Olimpiadi moderne: il Comitato Olimpico internazionale è un gruppo privato (come privata è la Formula 1 automobilistica, o altre grandi organizzazioni internazionali) che, in nome dello spettacolo, del prestigio, e dei "valori olimpici" porta la fiera più grande del mondo in un certo posto, ricavandone indubbi benefici economici ma innescando anche meccanismi di promozione e autosviluppo che altrimenti sarebbe più difficile avviare. Al di là delle questioni concrete, le Olimpiadi rimangono però, per i torinesi (e anche per tutti gli italiani) come un sogno che si avvera, un "grande gioco" da affrontare a tutto campo: tant'è che agli sport invernali si affiancano le para-Olimpiadi dei disabili (in marzo) e un ciclo amplissimo di "Olimpiadi della cultura", con spettacoli, mostre, dibattiti, iniziative di promozione culturale e turistica. E religiosa: il "Comitato interfedi" ha lavorato in questi anni per organizzare la logistica dei servizi religiosi ma ha scoperto che, come ad Assisi, come a Graz, anche le Olimpiadi possono essere l'occasione per "aprire un discorso" su quella fraternità tra le persone e i popoli che va ben oltre gli orizzonti del circo bianco.

Anche perché lo "spettacolo del corpo" ha i suoi limiti: lo sport agonistico e professionistico spinto all'eccesso ci ha fatto conoscere in questi anni ogni genere di doping, e ha prodotto "culti" di dubbio valore, dalle palestre ai palestrati. Sulle montagne olimpiche si vorrebbe vedere, soprattutto, qualcosa di pulito.

Qualcosa di pulito
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