Toscana
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Dal n. 8 del 23 febbraio 2003

Dimitri, il giovane russo senza gambe ora cammina

Un gioco, forse un po' cattivo, tra bambini a pochi metri dai binari della ferrovia di San Pietroburgo. Una spinta, uno scivolone, e Dimitri non riesce a evitare l'impatto con il treno. Si risveglierà, da sopravvissuto, in un letto d'ospedale dopo qualche giorno. Gli hanno amputato entrambe le gambe quando aveva dodici anni. Oggi ne ha 26 e ci viene incontro, dallo sfondo di un luminoso corridoio del Centro Don Gnocchi di Pozzolatico, sulle colline di Firenze, con uno slancio e una sicurezza che cozzano con il suo lieve e scarno modo di parlare e di farsi conoscere. Fa leva con misura sulle stampelle, eppure i suoi passi hanno un che di robusto (come il suo torace e le sue spalle) nel sollevarlo e proiettarlo in avanti, come se avanzasse verso di noi un guerriero. Evidenti le protesi «alte», che si congiungono al bacino.
DI MARCO VIANI

Dimitri, il giovane russo senza gambe ora cammina

di Marco Viani

Un gioco, forse un po' cattivo, tra bambini a pochi metri dai binari della ferrovia di San Pietroburgo. Una spinta, uno scivolone, e Dimitri non riesce a evitare l'impatto con il treno. Si risveglierà, da sopravvissuto, in un letto d'ospedale dopo qualche giorno.

Gli hanno amputato entrambe le gambe quando aveva dodici anni. Oggi ne ha 26 e ci viene incontro, dallo sfondo di un luminoso corridoio del Centro Don Gnocchi di Pozzolatico, sulle colline di Firenze, con uno slancio e una sicurezza che cozzano con il suo lieve e scarno modo di parlare e di farsi conoscere. Fa leva con misura sulle stampelle, eppure i suoi passi hanno un che di robusto (come il suo torace e le sue spalle) nel sollevarlo e proiettarlo in avanti, come se avanzasse verso di noi un guerriero. Evidenti le protesi «alte», che si congiungono al bacino.

Questi suoi passi arrivano da lontano, ma una solidarietà tutta nostra o, meglio, un modo tutto italiano di voler bene, riducono e quasi azzerano più di una distanza.
Tutto inizia quando un operoso signore fiorentino, Sergio Bertusi, «scopre» Dimitri nell'ospedale di San Pietroburgo. Più che una scoperta, è uno choc. Lui è in quelle corsie per lavoro nella sua veste di rappresentante di articoli sanitari. L'incontro con quel corpicino ridotto ad una sola metà lo strazia, ma non lo annienta. Si ribella alle parole dei medici («Per questo bambino non c'è nulla da fare») e si mette all'opera. È l'avvio di un'impresa. A sei mesi dall'incidente, nel gennaio 1990, Dimitri Nikolaev viene così accolto dal Centro ortopedico umbro di Foligno per una riabilitazione al buio, tanto grave, straordinaria e unica è la sua mutilazione.

Bertusi non è il solo a tentare il bene ed a impegnarsi per raggiungerlo. A mettere Dimitri e la sua provata famiglia al riparo da ogni genere di costo, se non quello (sarà mai quantificabile?) della più diffusa e acuta sofferenza, concorrono un'associazione culturale di Terranova Bracciolini, la Gropina, e le Officine ortopediche riunite, la Orot, una delle migliori ditte italiane del settore delle protesi. Il loro sostegno, che fa capo ad Antonio Pisanelli e Sandro Raspini, si accompagna ad un altro, tanto conseguente quanto a suo modo rivoluzionario. È quello della Confederazione nazionale delle Misericordie d'Italia la cui idea, sotto l'impulso dell'allora presidente Francesco Giannelli e sulla scia della perestrojka di Gorbaciov, si è a suo tempo diffusa nell'Unione sovietica. Un intervento particolare è stato rivolto dalla Confederazione proprio ai militari russi mutilati nella guerra dell'Afghanistan.
L'ingresso di Dimitri nel Centro ortopedico di Foligno è infatti accompagnato da due reduci che hanno subìto amputazioni e necessitano di cure e protesi adeguate. Saranno compagni in una riuscita che per quel «piccolo» racchiude i contenuti del sogno. Medici, fisioterapisti e tecnici lo applaudiranno (e un po', crediamo, si applaudiranno) quando lo vedranno entrare in sala pranzo non più in sedia a rotelle, ma in piedi con l'ausilio di un deambulatore.

Foligno sarà per lui un ricorrente approdo per adeguare il processo di riabilitazione e rinsaldare affetti. Una famiglia gli offre da sempre tutto ciò che lo può riempire di vita: una cameretta nei giorni di cura; un biglietto aereo per un periodo di vacanza da godere con i ragazzi di casa. Con i Mottanelli ha festeggiato quei suoi primi «nuovi» passi e le sue ultime conquiste a San Pietroburgo: una laurea in legge e un conseguente impiego in una società di ricerca di personale.

Ci piace credere alla gratuità di ogni dono, ma anche alla grazia di chi si fa trovare o scoprire bisognoso e riesce lui stesso, in maniera naturale, a fare e farsi dono. È quindi altrettanto naturale vedere Dimitri venirci incontro dallo sfondo di un corridoio del Centro Santa Maria agli Ulivi di Pozzolatico e sapere che questa sua nuova ospitalità è il frutto congiunto di rinnovate esperienze solidali.

La necessità di una più funzionale protesi, e di tutto ciò che serve per la sua messa a punto, ha unito un centro della Misericordia dell'Antella(alla periferia fiorentina), il Lions Giotto di Firenze, la Chiesa russa e la Fondazione Don Gnocchi. Un nutrito e intimo concerto, diretto da Francesco Giannelli che oggi, dalle stanze dell'Associazione insieme per la civiltà dell'amore di cui è presidente, cerca, come allora, di dare risposta alle voci del bisogno.
Non mancherà a Dimitri neanche questa volta il tepore di una cameretta e l'abbraccio di una famiglia, alla maniera dei Mottanelli, quando inizierà il day hospital e dovrà salire quasi quotidianamente sulla collina di Pozzolatico. Da San Pietroburgo a questi ambulatori, da quel treno che gli passa sopra a queste palestre.

«Il mio progetto guarda al dolore e lo cerca ovunque si trovi»: ci penetrano queste parole di Don Carlo Gnocchi quando ripensiamo a tutta la storia di Dimitri Nikolaev, amputato a dodici anni. Diciamo a noi stessi che non è affatto un caso che lui sia qui, in un centro nato da una laboriosa profezia («Vorrei recuperare e intensificare, con la riabilitazione, la vita che non c'è ma che potrebbe essere») e creato tenendo stretto al petto quel che era rimasto di tanti bambini straziati nel corpo e nell'anima dalla guerra.

Pensiamo anche alla straordinaria capacità dell'amore ordinario, al profondo bene che sgorga da semplici atti, compiuti da persone comuni, nel normale susseguirsi di tutti i giorni: aprire la porta a chi bussa, prendere la mano di chi sta male, condividere un sorriso o un pianto. I Bertusi, i Giannelli, i Mottanelli, i Pisanelli, i Raspini e altri ancora, nel loro essere a loro modo buoni samaritani, non sono andati oltre se stessi.

Facciamo qualche passo accanto a Dimitri prima di salutarlo. Il suo sorriso come ultimo regalo, sullo sfondo ma anche come riflesso di una esortazione che San Paolo lascia come cadere nella Lettera agli Ebrei: «Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».

Dalla toscana le protesi per i ragazzi algerini
La storia di Dimitri non è la sola che coinvolge la solidarietà dei toscani nell'aiutare chi per gravi menomazione tenta di tornare a camminare. Una delle vicende in questo senso più emblematiche (e di cui anche il nostro giornale si è occupato nel marzo scorso) riguarda un gruppo di algerini vittime delle mine antiuomo, probabilmente di fabbricazione italiana disseminate dai guerriglieri della Gia (Gruppo islamico armato).

Tutto è iniziato alla fine del 1997 quando vennero in Toscana l'arcivescovo di Algeri Henri Teissier e il monaco Robert Fouquez a pochi giorni dal massacro di 450 persone in una sola notte e a poca distanza dall'uccisione di sette monaci trappisti in un monastero ad una decina di chilometri dalla città di Medea. Monsignor Teissier, nell'occasione, invitò in Algeria alcuni toscani tra cui il lucchese Massimo Toschi, che poi sarebbe diventato il consigliere del presidente della Regione Toscana per la pace, la cooperazione e i diritti umani.

Di ritorno dall'Algeria, Toschi parlò all'allora assessore regionale alla sanità, Claudio Martini (oggi presidente della Regione), dei tanti ragazzi vittime del terrorismo e privati spesso delle gambe.

Da quel momento ebbe inizio una lunga trattativa con le autorità algerine che si concretizzò con la firma di un protocollo che consentiva ad alcuni giovani nordafricani di seguire terapie riabilitative in Toscana. Il testo entrò nell'accordo tra governo italiano e governo algerino.
A giugno 1999 arrivarono in Toscana i primi cinque pazienti: quattro ragazzi e una ragazza. Ad agosto 2000 un secondo gruppo, sempre di cinque, e all'inizio del 2002 un altro ancora.

I giovani algerini, tutti sotto i trent'anni, alcuni dei quali hanno dovuto subire l'amputazione di entrambe le gambe, sono stati curati nel reparto di riabilitazione dell'ospedale di Seravezza, in provincia di Lucca, dopo aver ricevuto le protesi dal Centro ortopedico di Campiglia Marittima, in provincia di Livorno.

Ma la novità di questi giorni è che, come ci conferma Massimo Toschi, sta per essere inaugurato un Centro protesico in Algeria, a Medea. I sanitari della Toscana stanno infatti lavorando per allestire in Algeria un centro specializzato in grado di realizzare protesi e curare la riabilitazione degli oltre 200 amputati a causa delle mine. La nuova struttura nasce dalla collaborazione con Emergency e l'impegno congiunto della Asl di Viareggio e di quella di Livorno in accordo con la sanità pubblica algerina.

L'ortopedia di Campiglia
A Campiglia Marittima, lo stupendo borgo medievale che domani la Val di Cornia, esiste dal 1992 un importante Centro clinico di riabilitazione e un laboratorio ortoprotesico dato in gestione alla «Ortopedia sanitaria Bindi». Dal centro campigliese, come detto, arrivano anche le protesi destinate ai giovani algerini menomati dalle mine antiuomo.

Riabilitazione a Seravezza
A Seravezza, invece, dal 1991 opera nella sua nuova funzione l'ospedale «Campana», che da generico è stato trasformato in ospedale di medicina riabilitativa. Vi operano una dozzina di medici specialisti in medicina riabilitativa, neurologia e malattie dell'apparato respiratorio, 40 infermieri professionali e 30 terapisti della riabilitazione. Al «Campana», visitato anche dal console algerino in Italia, Sidi-Mohamed Gaovar, sono stati ospiti fino all'anno scorso alcuni giovani algerini con gravi amputazioni agli arti inferiori.

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