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Firenze, è morto mons. Corso Guicciardini, successore di don Facibeni. Era stato colpito dal Covid

Mons. Corso Guicciardini, 96 anni, aveva maturato la sua vocazione al fianco di don Giulio Facibeni, con cui condivise l’impegno di assistenza agli orfani di guerra. Betori: "Una vita trasformata dalla fede e diventata testimonianza viva e concreta di carità". I funerali sabato alle 10 nella cattedrale di Firenze.

Don Corso Guicciardini

Il sacerdote è morto oggi dopo aver contratto il Covid-19. Don Corso Guicciardini, nato il 12 giugno del 1924, era l'erede spirituale di don Facibeni, da lui stesso scelto per proseguire nella guida dell'Opera Madonnina del Grappa, di cui era diventato successore nel 1958.

"Una vita trasformata dalla fede e diventata testimonianza viva e concreta di carità - dice l'Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori -. Questo è stato don Corso prete buono, umile, che si è fatto povero per servire i poveri, portatore di quella mitezza e povertà che stanno al centro del Vangelo.  E' stato vero e giusto erede del Venerabile don Giulio Facibeni di cui è stato interprete esemplare dello spirito e del progetto di carità, guidando per molti anni l'Opera Madonnina del Grappa. Don Corso occupa un posto particolare nel cuore della Chiesa fiorentina e di tutta Firenze perché si unisce agli altri grandi testimoni che hanno dato forma all'anima della carità e della solidarietà che la nostra città porta nella sua identità come una delle caratteristiche più rilevanti della storia del passato e recente".

Ieri don Vincenzo Russo, suo stretto collaboratore alla Madonnina del Grappa, aveva fatto girare questo messaggio: "Stasera ho pregato molto accanto a lui. Sono vicino a lui e gli ho dato l’unzione degli infermi e la comunione. Quanto amava i sacramenti come oggettiva presenza e azione del Signore vivo. Questo grande servo buono e fedele che si è donato totalmente al servizio dei poveri è fortemente amato dal Signore particolarmente in questo momento forte di croce. Veramente un dono averlo incontrato e aver passato con lui tantissimi anni della mia vita. Il Signore si è servito di lui per rompere la mia durezza di cuore. Grazie Signore per questo dono grande.”

Le esequie di don Corso, presiedute dall'Arcivescovo, si svolgeranno sabato prossimo alle 10 nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Parroco per sedici anni di San Giovanni Evangelista, a Empoli, era tornato nuovamente a Firenze nel 2006 per guidare ancora l'Opera, di cui era presidente. Da allora aveva avviato una lunga stagione di apostolato nel penitenziario di Sollicciano insieme al cappellano don Vincenzo Russo. La sua era una presenza amata, avvertita come autorevole e confidente: “La conoscenza di Cristo non si fa in un secondo – ha detto in alcune omelie a Sollicciano – ma il Signore crea in noi un'attesa e si fa incontrare dove siamo più preoccupati. Dentro di noi siamo spesso come non vorremo essere ma, come dice Sant'Agostino, Gesù è più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi”. E in questo solco alimenta in tanti la speranza e la possibilità di una nuova vita.

Nel 2013 aveva ricevuto il Fiorino d’Oro, massima onorificenza del Comune di Firenze.

Nel 2018 era stato pubblicato il libro «Don Corso Guicciardini, passare dalla cruna dell’ago» - a cura di Carlo Parenti e pubblicato da Gabrielli editore con la prefazione dei Cardinali Gualtiero Bassetti e Giuseppe Betori - nel quale, attraverso la diretta testimonianza di don Corso, si ripercorreva gran parte della storia della città di Firenze negli ultimi cento anni.

Lo scorso dicembre, in occasione della notizia del riconoscimento di Venerabile a don Giulio Facibeni, don Corso Guicciardini 95 anni aveva dichiarato: "Quello che posso dire con le mie parole è niente in confronto a ciò che don Facibeni ha vissuto con sofferenza, immolandosi nella storia del suo tempo per stare accanto ai più sofferenti e ai più poveri: dai soldati al fronte, agli orfani, ai giovani in difficoltà con la forza della sincerità dei sentimenti e senza compromessi. Si può dire che conquistava gli animi con tutto se stesso e senza offrire mezzi materiali se non per qualcosa di estremamente essenziale come un letto e come un pane. Fisso lo sguardo del cuore sulla eccezionalità della sua testimonianza trasmessa come sacerdote e cappellano di guerra, come 'Padre' carico di responsabilità e di immedesimazione nel sacrificio compiuto momento per momento. Con il ricordo, fisso lo sguardo a quel fulgore della Divina Provvidenza che portava a una misteriosa partecipazione all’Amore divino del Cristo che veniva a contatto con tante creature fragili e dolenti. Don Facibeni ha parlato poco di se stesso, molto di più ha fatto comprendere l’immane sofferenza di Dio che vuole dare la sua vita e tutto se stesso per restare presente in mezzo a quei fratelli uomini che Facibeni incontrava passo passo nei camminamenti delle trincee di quel tempo".

Fonte: Tog
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