Toscana

I giovani? Andiamo a cercarli

Se Francesco è, con tutta probabilità, il santo più caro ai giovani, La Verna è certamente il luogo ideale per affrontare le problematiche di pastorale giovanile. Così i vescovi della Toscana, recentemente riuniti presso il Santuario, hanno ascoltato gli spunti offerti loro da Giovanni De Vivo, vescovo di Pescia e delegato Cet per il laicato. Senza la pretesa di indicare linee che spettano ad ogni singola Chiesa locale, monsignor De Vivo ha evidenziato le problematiche del caso: dalle difficoltà dei sacerdoti (e non solo di quelli più anziani), alla mancanza di figure di riferimento nelle parrocchie, all’abitudine di «giocare in difesa» («si aspettano i giovani, non si va a cercarli»), alla dispersione di forze. Ed ha offerto alcune indicazioni – o «attenzioni», come ha preferito definirle – a cominciare dal superamento del «mito del dopo-cresima», problema spesso enfatizzato «senza coglierne il senso».

«Si continua dopo se si è seminato prima», ha infatti precisato, sottolineando con forza che «la pastorale giovanile non è un problema di soli giovani ma di comunità». Tuttavia proprio la comunità non fa molto in questo senso: i giovani sono magari cercati per cantare, per animare, ma sono affidati in non poche parrocchie a «cirenei» poco più che coetanei, magari senza il pieno appoggio del sacerdote e della comunità stessa, dando così luogo a «una pastorale zoppa ed episodica». Non meno importante, l’attenzione alla famiglia, perché «lavorare per la pastorale familiare è mettere premesse per la pastorale giovanile». In parrocchia, poi, va favorita la presenza «di laici impegnati e preparati su questo versante». La formazione, in particolare, appare come «un punto debole anche nelle migliori aggregazioni», vista la mancanza «di forti impegni educativi e spirituali» e, specialmente, la «carenza di una formazione al senso di Chiesa». Si ha insomma «paura di chiedere troppo»; c’è la tendenza a proteggere invece che ad aprire e preparare i giovani per un impegno di vita e, anche sul fronte del volontariato, c’è magari impegno ma anche un po’ di appiattimento, «senza apertura e proposta per un impegno sociale-politico».Un quadro così complesso richiede dunque un impegno adeguato: se si vogliono i giovani, insomma, bisogna «spendere tempo per loro». «L’impegno della pastorale giovanile – sottolinea il vescovo di Pescia – ha bisogno di entusiasmo, ma anche di grande sacrificio. La mania del risultato immediato fa fare brutti scherzi». «Il fatto che in alcune diocesi – commenta monsignor De Vivo – passi dalle parrocchie il 90% dei giovani e alla fine ne resti solo il 3% dà un’idea del problema. Magari alcuni sono attratti da momenti particolarmente forti, come la Gmg, ma poi non si rivedono più. Certo, si può fare un discorso di qualità e vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, ma il problema della “quotidianità” rimane. Le percentuali che dicevo prima sono un dato di cui bisogna assolutamente tenere conto. Occorre quindi che in tutte le comunità al problema della pastorale giovanile sia data la risonanza che merita».M.L.Appuntamento a Pisa per i «Toronto boys»Una Toronto sulle Apuane