Toscana
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Dal n. 23 del 16 giugno 2002

Padre Pio santo a furor di popolo

Si calcola che la canonizzazione del cappuccino di Pietrelcina richiami a Roma almeno mezzo milione di persone. In occasione di questo evento abbiamo sentito mons. Giancarlo Setti, il primo responsabile nazionale dei «Gruppi di preghiera di Padre Pio» e gli altri «amici» toscani del santo.

Padre Pio santo a furor di popolo

Il 16 giugno 2002 padre Pio da Pietrelcina viene proclamato santo in Piazza San Pietro a Roma. Sono già prenotate 250 mila persone per accedere alle zone riservate, ma i fedeli saranno 400 o forse 500 mila. Dalla Toscana parte un treno speciale con 500 pellegrini, ma tanti altri arriveranno a Roma in pullman o con mezzi propri. Alle 8,30 inizierà il collegamento televisivo su RaiUno per la trasmissione dell'intera cerimonia con la Messa presieduta da Giovanni Paolo II e collegamenti in diretta con San Giovanni Rotondo e Pietrelcina. Alle 20, nell'aula Paolo VI, la rappresentazione «Padre Pio, santo della speranza» e alle 22,30 spettacolo pirotecnico dal Gianicolo. Sabato 15, alle 20,40 RaiUno trasmette la replica di «Padre Pio: tra cielo e terra». Per informazioni ci si può rivolgere allo 0882/418045 (centro di coordinamento di San Giovanni Rotondo) o al numero verde dei Gruppi di preghiera 800011011.

Parla il sacerdote che per primo si occupò dei gruppi di preghiera
La chiesa di San Remigio, nel centro storico di Firenze, tra le strade care a Pratolini, è un po' il cuore toscano (e non solo) dei Gruppi di preghiera intitolati a padre Pio. All'incontro del primo giovedì del mese, c'è anche chi non riesce a trovare posto sotto le navate millenarie di uno degli edifici sacri più antichi e più belli della città. Qui è parroco monsignor Giancarlo Setti, il primo responsabile nazionale dei «Gruppi»: «Se ti occupi dei Gruppi di preghiera – gli disse padre Pio –, io mi occupo dell'anima tua». Nacque così un rapporto intenso che si concluse solo con la morte del frate proprio nei giorni di un convegno nazionale dei «Gruppi» a San Giovanni Rotondo. «Fu una combinazione – racconta don Setti – avere “organizzato” in qualche modo la sua morte o quantomeno l'ultimo giorno della sua vita».

Oggi, il sacerdote fiorentino tradisce una certa emozione al solo pensiero che da questa domenica potrà ufficialmente dire: «Santo padre Pio da Pietrelcina». «È un dono di Dio – ripete don Setti –, ma adesso sta a noi cercare di capire la grandezza di quest'uomo che accettò, condivise e comunicò il valore sostanziale della Croce. Padre Pio, che sembra conosciuto da tutti, è in realtà un mistero. È ancora tutto da scoprire l'aspetto mistico, il suo rapporto personale con Dio. Il tanto parlare non serve. Rimango sconcertato – dice ancora don Setti – per tutto quello che si legge e si dice su padre Pio, che molte volte non risponde a verità. Di padre Pio si è fatto una specie di mago. Non è vero nulla. Al contrario, era un sacerdote molto concreto, che più ancora che predicare, visse la Messa, la confessione e il rosario. Non giova al messaggio di padre Pio – ribadisce il sacerdote toscano – la “strombazzatura” che viene dai giornali, dalla televisione e dai divi in coda a San Giovanni Rotondo. I veri prodigi sono i Gruppi di preghiera e l'ospedale Casa sollievo della sofferenza, una struttura sanitaria all'avanguardia in Europa. La santità, comunque, va oltre, è una dimensione universale come universale è il messaggio di padre Pio». E a questo proposito, don Setti ci presenta una delle tre suore indiane che collaborano con il Centro fiorentino padre Pio, che ha sede proprio di fronte alla chiesa di San Remigio e che funziona come centro di ascolto e di assistenza con alcuni servizi particolari come la «compagnia», i «restauri», il «medico», il «legale», l'«economico», tutti modi concreti per combattere la solitudine e aiutare soprattutto gli anziani nelle piccole necessità domestiche.

Quasi per contraccambiare il lavoro delle tre Orsoline francescane, il Centro padre Pio sta costruendo un orfanotrofio nell'estremo sud dell'India, nella regione di Bijapur, una delle più povere del grande Paese asiatico. Sono già 57 i bambini assistiti in attesa di una struttura tutta per loro che, manco a dirlo, prenderà il nome di «Padre Pio».

Infine, anche don Setti qualche sassolino dalla scarpa se lo toglie: «La canonizzazione di padre Pio ci riempie di gioia, anche se era da tempo scritta nei nostri cuori, ma come non pensare in questo momento di trionfo alle polemiche, ai dubbi e alle calunnie di un non lontano passato?».
Ma ormai è tempo di guardare avanti e la canonizzazione arriva come «un suggello, viene a blindare un giudizio in eterno: non ci possono essere revisionismi per la santità. Siamo tutti chiamati a vedere in questo atto non solo un riconoscimento, ma anche una manifestazione del mistero della santità della Chiesa, che rifulge nella santità delle sue membra. I santi sono le pietre miliari di indiscussa affidabilità sulla strada della salvezza».

Gli amici Toscani
Sono tanti i legami tra padre Pio e la gente di Toscana, a partire da monsignor Giancarlo Setti, a cui il frate santo affidò i Gruppi di preghiera. Ma la cosa più interessante è quella che oggi si potrebbe definire la «trasversalità» di questi rapporti. Tra gli amici toscani di padre Pio figurano industriali e contadini, giudici e gestori di ristoranti. Una delle figure più interessanti è l'umile e silenziosa donna della zona di Cecina che per lungo tempo, nell'anonimato, cucì i guanti senza dita che padre Pio portava a protezione delle mani stimmatizzate.
Tante anche le figure di sacerdoti: padre Massimo da Porretta, che anticipò nel Mugello la «Casa sollievo della sofferenza»; padre Carlo Naldi, amico di padre Pio fin dal lontano 1919; monsignor Mario Gonnelli, fiorentino, che diventò testimone e figlio spirituale di padre Pio dopo aver pubblicamente dichiarato: «Quel frate lassù non mi torna e non ci andrò mai».

Ma padre Pio, come racconta don Setti, «era amato dai toscani anche per un aspetto particolare: la battuta pronta, spiritosa e l'accoglienza amichevole e paterna». Lo conferma Antonio Lucchesi, industriale di Prato, componente di una famiglia molto legata al frate di Pietrelcina tanto che una zia, una volta rimasta vedova, si fermò dieci anni a San Giovanni Rotondo (era partita con l'idea di starci qualche giorno).

«Padre Pio – dice Lucchesi – era affabile, raccontava anche qualche barzelletta, di quelle antiche, magari un po' vecchie, ma ci faceva ridere. Non era sempre burbero come viene descritto da molti. C'era in lui un mistero che si rivelava. I suoi occhi avevano un'intensità straordinaria, erano espressivi, dolci e burberi al tempo stesso. La spiritualità prorompeva come da una fonte che ti investiva e ti raggiungeva sino nel profondo dell'animo».

Padre Pio, una devozione che si credeva persa -- DI CARLO LAPUCCI

Le tappe della sua vita

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