Toscana

Psichiatria in Toscana/1: Per una cura che abbia al centro la persona

di Marco Lapi

Centomila pazienti, pari al 2,7% della popolazione: in altri termini, una città come Arezzo. Questo il dato complessivo dei toscani che risultano in cura nei servizi di salute mentale della regione, secondo i dati forniti dalle Asl. Nel dettaglio, circa 70 mila adulti e ben 30 mila adolescenti, a evidenziare il peso specifico che le problematiche psichiche hanno purtroppo in età giovanile. Un problema sia sanitario che sociale per il quale certamente molto è stato fatto, ma molto resta da fare. Questo infatti, in sintesi, il bilancio emerso nel settimo convegno di programmazione e verifica sui servizi integrati per la salute mentale in Toscana, svoltosi a Firenze lo scorso 29 novembre, presso l’Auditorium del Gruppo Mps di via Panciatichi, sul tema «Quanto la persona è al centro della sua cura». Un appuntamento ormai tradizionale, promosso dal Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale insieme alla Regione, con il patrocinio del Ministero della Salute e la collaborazione del Cesvot, della Provincia di Lucca e della Asl 2, sempre di Lucca. Un punto della situazione ampio e qualificato dal quale intendiamo prendere le mosse per poi proseguire ad affrontare attraverso successivi approfondimenti una tematica già di per sé delicata che, in tempi di crisi, può rischiare ulteriori difficoltà in termini di disservizi e risposte parziali se – come è stato a più riprese sottolineato durante i lavori – non verranno ottimizzate le risorse a disposizione, poche e sempre più incerte.

Vera e propria «anima» dell’iniziativa è stata, ancora una volta, la presidente del Coordinamento Gemma Del Carlo, che nel suo intervento introduttivo, pur ribadendo la totale condivisione, da parte di familiari e utenti, delle leggi e disposizioni in materia di salute mentale emanate dalla Regione Toscana, nonché l’ottimo rapporto instaurato con l’attuale Giunta, in particolare con gli assessori alla Sanità e alle Politiche Sociali, non ha mancato di evidenziare un certo disappunto per il mancato coinvolgimento diretto nella stesura della bozza del nuovo Piano socio sanitario integrato, contrariamente alla promessa formulata nel precedente convegno dall’assessore Daniela Scaramuccia. Tuttavia il Coordinamento, oltre ad aver avuto modo di offrire un contributo nell’ambito della consultazione che ha preceduto la messa a punto del testo provvisorio, ha poi operato per presentare sullo stesso le proprie valutazioni in merito ed eventuali proposte di modifica.

È però nei confronti delle Asl, coinvolte da Coordinamento e Regione in 12 incontri sul territorio in preparazione al convegno, che si sono indirizzati numerosi rilievi, puntalmente riassunti dalla presidente. A cominciare dai dati forniti, risultati quest’anno nel complesso «più completi, ma poco significativi». Ci sono cioè i numeri generali ma mancano dettagli tutt’altro che secondari chiesti dai familiari dei pazienti, quali la specifica delle diagnosi, la precisazione su quanti utenti possano contare su un progetto personalizzato e su quale sia il loro percorso di cura, l’indicazione di quante persone siano peggiorate, migliorate, stazionarie o guarite. Precisazioni essenziali, com’è evidente, per una corretta valutazione dell’efficacia del servizio.

Ma il cahier de doléance continua. Per quanto riguarda la spesa, in diverse realtà «è emersa la richiesta di maggiori dettagli per capire come vengono gestite le risorse». E ancora, come si legge nella sintesi riportata anche nel sito del coordinamento, «altra grave lacuna registrata durante gli incontri riguarda le problematiche dell’età evolutiva: infatti in tutte le Aziende si annota una lunga lista di attesa per la presa in carico di questi bambini e in alcune aziende essa supera pure l’anno»; pertanto «è emersa con forza la necessità di interventi di prevenzione e di intercettazione precoce del disturbo».

Un altro capitolo riguarda i rapporti critici tra le diverse figure professionali, ossia tra Dipartimenti di salute mentale e medici di medicina generale da un lato, e dall’altro – in diverse realtà territoriali – tra Dsm e Sert per quanto riguarda le «aree di sovrapposizione» con il problema delle dipendenze, «in particolare per la gestione dei pazienti in fase acuta e a doppia diagnosi», per cui «è emersa scarsa comunicazione tra i professionisti dei due servizi con gravi difficoltà per gli utenti e i familiari».

Questioni strutturali. Su questo fronte troviamo in diverse Asl l’«elevato numero di posti letto» in psichiatria, per cui «si ricovera di più», anche quando non è strettamente necessario, anziché «ridurre i posti in esubero e reinvestire aumentando l’assistenza sul territorio»; ma da monitorare con attenzione sono anche le strutture abitative riabilitative, sia in azienda che fuori, «dove i costi sono elevatissimi in particolare per i minori». Per questo «è necessario verificare con attenzione se hanno i requisiti per favorire la riabilitazione», anche perché «si registra che molte volte le persone tornano come quando sono entrate o addirittura peggio».Il problema più grave emerso in tutti gli incontri e per tutte le aziende è comunque quello dell’integrazione sociale e lavorativa. «Infatti ad un certo punto del percorso di cura – si legge ancora nella sintesi – sarebbe opportuno avviare la persona verso una maggiore autonomia attraverso il lavoro e un’abitazione. Purtroppo, non essendoci i tavoli di concertazione integrati con i Comuni e Province, il problema permane. Dai dati forniti dai Comuni per la salute mentale è risultato, eccetto qualche eccezione, che essi spendono molto poco e non è emerso un metodo comune di progettare insieme alle Società della Salute o alle Conferenze zonali dei Sindaci». È risultata tra l’altro la scarsa conoscenza e, conseguentemente, l’ancor minore applicazione della disposizione legislativa che prevede la possibilità di destinare «una quota non superiore al 5% di alloggi di edilizia residenziale pubblica al soddisfacimento dei bisogni abitativi di soggetti fruenti di intervento socio-terapeutico o assistenziale»; così come «della delibera n. 204 del 25 febbraio 2010 – Protocollo d’intesa “Promuovere i rapporti tra le Istituzioni pubbliche, gli Estav e la Cooperazione sociale di tipo B per l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” con una percentuale di assunzione maggiore per le persone con disagio mentale, emessa dalla Regione a seguito dei nostri convegni e del progetto Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, ndr)». Infine, «in tutti gli incontri è stata ribadita l’importanza del Progetto individuale e personalizzato previsto dalle normative, il quale necessita di una valutazione e di una diagnosi, è una rilevazione dei bisogni, definisce a chi spettano le competenze, prevede interventi sociosanitari, condivisi con l’utente e con la famiglia, mirati alla riabilitazione e integrazione sociale e lavorativa».L’intervento introduttivo della Del Carlo ha quindi fornito un quadro di riferimento ampio e dettagliato cui si sono aggiunte la sollecitazione della chiusura dell’Opg di Montelupo Fiorentino, come previsto per legge, e la richiesta di risposte sul problema dell’autismo. Al termine, un duplice invito: «alle Aziende Usl e agli enti locali a integrare i servizi che a loro competono come previsto dalle leggi ribadendo l’importanza della programmazione e della valutazione degli interventi», e «alle famiglie e agli utenti per impegnarsi a ritrovare il proprio ruolo e, al tempo stesso, per coinvolgere la cittadinanza nell’integrazione sociale, poiché ogni soggetto non può sostituire l’altro».

Su questa base si è svolto il successivo dibattito, che ha visto tra gli altri gli interventi dell’assessore regionale al Welfare Salvatore Allocca – che, ricordando la riduzione del 60% subita negli ultimi anni dal sociale, ha sostenuto la necessità di lavorare su come spendere al meglio le risorse a disposizione, coinvolgendo anche le associazioni nella stesura dei piani e delle leggi regionali – e della sua collega al Diritto alla Salute Daniela Scaramuccia. La sfida più importante portata avanti dal nuovo piano sanitario regionale, ha sostenuto quest’ultima, è quella di superare la barriera della malattia e provare invece a rispondere ai bisogni dell’individuo. Manca però l’integrazione con le altre istituzioni, ha aggiunto, e le Società della Salute non stanno funzionando come dovrebbero. Anche da parte dell’assessorato, inoltre, c’è il desiderio di avere più dati e per questo la Regione sta premendo sulle Asl.

Un allarme particolare è stato lanciato dal presidente dell’Uncem Toscana Oreste Giurlani, che ha messo in risalto la contraddizione vissuta dalle zone montane che, a fronte di un rischio più elevato di suicidio rispetto alla media nazionale e regionale e alla presenza di altri disagi particolari come l’alcolismo e la violenza sulle donne, si trovano a far fronte a tagli in proporzione ancora più drastici rispetto alle zone meno svantaggiate.

Nelle successive tavole rotonde delle tre «aree vaste» della Toscana è stata particolarmente apprezzata la comunicazione di Andrea Fagiolini, docente di psichiatria a Siena e a Pittsburgh, in merito all’esperienza del Dipartimento interaziendale di salute mentale nato lo scorso giugno nell’area senese e da lui diretto: ma su questo avremo occasione di tornare, così come sui contenuti specifici del nuovo Piano socio sanitario integrato (presentato dalla Giunta il 21 dicembre; vedi servizio a pagina 8). Da registrare comunque, da parte delle direzioni Asl, la generale volontà di migliorare il servizio di salute mentale e anche i criteri di fornitura dei dati, mentre il Coordinamento si è dichiarato «molto soddisfatto per la grandissima partecipazione di circa 300 persone e per il consenso avuto nel convegno», apprezzando anche le parole del presidente Enrico Rossi nella sua lettera di saluto in merito al rapporto di collaborazione instaurato.

Insieme da quasi vent’anni per tutelare i diritti di utenti e famiglie    on c’è salute senza salute mentale». Questo lo slogan del Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale, che si è costituito il 29 aprile 1993 e che attualmente ha l’adesione di 35 associazioni di familiari e di utenti, 32 delle quali formano il coordinamento toscano Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale). Completano il quadro le due sezioni Diapsigra (Difesa ammalati psichici gravi) di Firenze e Prato e l’Aisme, Associazione italiana per la salute mentale di via Forlanini 164 a Firenze.

Iscritto all’Albo regionale delle associazioni di volontariato con D.P. n. 3 del 2 gennaio 2007, il suo scopo principale è quello di tutelare i diritti delle persone con disturbi mentali e delle loro famiglie, facendosene portavoce con la Regione Toscana, con la quale ha da sempre costanti contatti.

Il Coordinamento è impegnato nella promozione umana e nell’integrazione sociale e lavorativa di queste persone; organizza inoltre convegni e iniziative per informare e orientare positivamente l’opinione pubblica su queste tematiche, tuttora poco seguite – come ha confermato nel corso del convegno del 29 novembre Manuela Sassi, ricercatrice dell’Istituto di linguistica computazionale «Antonio Zampolli» del Cnr di Pisa – dagli stessi mezzi di comunicazione.

«È attraverso la conoscenza che si abbatte il pregiudizio, e lo speriementiamo ogni giorno», affermano i membri del Coordinamento, che condivide pienamente le leggi della Regione Toscana per la salute mentale e vorrebbe vederle applicate uniformemente su tutto il territorio regionale.

La sede del Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale è a San Vito di Lucca, in via F. Simonetti 32, telefono e fax 0583-440615, sito internet www.coordinamentotoscanosalutementale.it, indirizzo e-mail info@coordinamentotoscanosalutementale.it