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Evangelizzare la Cina, una missione difficile: la testimonianza di padre Antonio Sergianni

Padre Antonio Sergianni, missionario del Pime, è tornato a Cigoli, in Toscana, dopo aver trascorso trent’anni in Cina: «È stato difficile rimanere me stesso davanti all’altro, completamente diverso». Oggi il problema è la trasmissione della fede alle nuove generazioni. Una Chiesa che ha vissuto momenti drammatici: «Molti vescovi, sacerdoti, suore e leader cattolici, sono stati veramente eroici: hanno trascorso gran parte della loro vita in prigione o nei campi di lavoro»

Percorsi: Cina - Missioni
Padre Sergianni

Padre Antonio Sergianni è un missionario del Pime, il «Pontificio istituto missioni estere»: preti e laici che dedicano la loro vita all’annuncio del Vangelo e alla promozione umana presso altri popoli e culture. Una scelta missionaria che l’ha portato a svolgere il suo ministero di prete in Cina, per trent’anni.
Anche adesso che è tornato in Toscana, a Cigoli, nei luoghi in cui è nato, non ha ha perso la sua passione per le vicende, belle e difficili, della Chiesa cattolica in terra cinese. In Cina ha anche accompagnato due anni fa, nel 2018, il vescovo di San Miniato Andrea Migliavacca, durante un viaggio missionario per incontrare alcune comunità.
Cosa l’ha spinta a partire per la Cina?
«Fra i fatti principali che mi orientarono alla Cina ricordo la testimonianza di due missionari espulsi dal Paese. Eravamo negli anni 1955-56. Il primo fu un missionario che aveva passato alcuni mesi nelle carceri cinesi. Era ancora deluso, amareggiato, pieno di astio e rancore. Poco dopo passò padre Amelio Crotti, del Pime. Aveva conosciuto le stesse carceri cinesi del missionario di cui sopra. Ci parlò del periodo di carcere con molta serenità. Era in pace, contento e orgoglioso di aver sofferto per Cristo e il suo Vangelo. Fu questa testimonianza che  innescò in me il sogno di andare in Cina».
Quali sono state le difficoltà e quali le ricchezze di questa esperienza?
«Durante la malattia del pancreas che ritardò il mio partire per la Cina, mi sostenne la preghiera, anche se a momenti ero molto ribellato; nel contatto con la Bibbia alcune parole penetrarono nel mio spirito come delle frecce, e mi sostennero. Le difficoltà esterne, di cibo, l’apprendimento della lingua, l’adattamento al clima, ecc, si superano facilmente, per me è stato più difficile accettare e superare le difficoltà provenienti dall’interno dell’ambiente in cui vivevo. E poi c’è stata la difficoltà di rimanere me stesso davanti all’altro, cinese, che si presenta completamente diverso. Rimanere me stesso, accettando l’altro diverso. Questa è stata un’esperienza che mi ha arricchito molto. Alla fine ti trovi diverso, ma non perché tu sei cambiato: perché ti trovi arricchito dai tanti valori dell’altro».
Com’è cambiata negli anni la situazione della Chiesa cattolica in terra cinese?
«La chiesa cattolica dopo la Rivoluzione Culturale aveva l’urgenza di ricostruire le sue strutture. Hanno ricostruito molte chiese, grandi e belle, organizzato la vita delle parrocchie, a questo livello la situazione è molto diversa da zona a zona. In generale si può dire che sono fieri di aver vinto la sfida con la storia: la Chiesa è ancora viva, il futuro è loro, il maoismo è morto. Adesso è piuttosto necessario sviluppare una cura pastorale di qualità per affrontare sia nelle campagne sia nelle città un’iniziazione cristiana seria e profonda. Oggi possiamo dire che la fede dei cattolici cinesi si è ben radicata e che la maggior parte di loro sono stati fortificati da cinquanta anni di difficoltà e persecuzione. In un certo senso la Cina è ancora in una fase iniziale di evangelizzazione e la Chiesa Cattolica in Cina è un piccolo gregge nella società cinese. È una comunità fragile e vulnerabile. Per i più anziani esiste la paura di fare errori, a volte proprio perché rigidi nel modo in cui vivono la fede che hanno ricevuto nel passato sono visti dagli altri come degli emarginati, perdendo l’impatto sui non-cristiani. Occorrono una grande attenzione e sensibilità nel lavoro pastorale in questo momento di transizione».
Qual è attualmente il contesto sociale e culturale?
«La Cina sta vivendo un cambiamento epocale non solo in campo economico ma anche a livello sociale. Specialmente fra i giovani si nota un crescente interesse verso la dimensione spirituale e trascendente della persona umana, con conseguente interesse nella religione, specialmente verso il Cristianesimo. Non mancano intellettuali che sostengono i valori cristiani e cattolici nella società, tuttavia l’impatto del pensiero cattolico sull’intera società cinese è molto debole.
Diverse diocesi hanno servizi sociali, cliniche, scuole materne, case per anziani e per bambini portatori di handicap. Altre riescono a organizzare programmi, campeggi per studenti universitari durante le vacanze estive e invernali quando gli studenti tornano a casa. Queste esperienze fra giovani universitari sono molto positive: nelle città, dove studiano, facilmente interagiscono fra loro, andando di là dalle differenze dei loro luoghi d’origine, aiutando a risolvere in qualche modo incomprensioni e pregiudizi. La cultura dei giovani cinesi è apertamente patriottica e i giovani in Cina sono orgogliosi del “drago che si risveglia”, che è la loro nazione. La nuova generazione, sempre più presa dallo sviluppo dell’informazione tecnologica e dell’economia è la più esposta alle nuove sfide. La cultura del consumo si è diffusa ovunque. Questa tendenza si manifesta in tutte le forme deteriori come il materialismo, l’avidità, l’invidia, il culto del denaro e la corruzione. Le nuove generazioni sono esposte al consumismo e nel debole clima spirituale del presente si trovano con una vita spirituale arida. In questo guazzabuglio sociale, alcuni trovano conforto nella religione, altri, anche cattolici, si sentono persi sotto una pressione materialista e una forte competizione. Il materialismo e il consumismo sono legati al successo dell’economia di mercato della Cina. Soprattutto i giovani, sono presi dalle teorie del relativismo. Anche in Cina, la modernizzazione e la secolarizzazione stanno ponendo una sfida alla fede e alla sua pratica».
Come risponde la Chiesa cinese di fronte a questi cambiamenti?
«Molte diocesi in Cina hanno cominciato a rilevare l’importanza dell’evangelizzazione. Ci sono continui appelli all’urgenza dell’evangelizzazione nella Chiesa Cattolica in Cina. Molti vescovi, sacerdoti, suore e leader cattolici, sono stati veramente eroici: hanno trascorso gran parte della loro vita in prigione o nei campi di lavoro. Hanno sopportato molte sofferenze e hanno dato tutto per la loro fede in Cristo. Come un chicco di grano che cade in terra e muore, essi porteranno molto frutto al momento giusto. Le loro virtù e la loro incrollabile fede vivono nella memoria dei fedeli. I loro sacrifici porteranno un cambiamento senza precedenti in Cina e stanno effettivamente già portando frutto».  
Cosa è cambiato dopo i recenti accordi tra Santa Sede e governo cinese?
«Il problema di cui si parla più spesso riguardo ai cattolici cinesi è quello della divisione: da una parte la comunità riconosciuta dal Governo e dall’altra quella non riconosciuta; a questi due estremi va aggiunto un numero, per altro sempre più in crescita, di cattolici che appartengono alla zona grigia di mezzo. Pur divisi i fedeli hanno in comune l’asfissiante controllo del governo. Sia quelli riconosciuti, ufficiali, sia quelli non riconosciuti, i cosiddetti clandestini, sono tutti ben conosciuti, controllati e spesso perseguitati, in maniera diversa ma condizionante. L’accordo tra Santa Sede e governo cinese sulla nomina dei vescovi, con la legittimazione degli ultimi sette vescovi illegittimi, ha segnato un passo importante nel cammino verso la comunione interna dei cattolici e l’unità con Roma e tutta la Chiesa universale. È un passo fondamentale ma la strada rimane scabrosa e piena di ostacoli e di insidie. La Chiesa cinese rivive il cammino del popolo d’Israele nel deserto: la direzione indicata da Mosè non eliminò le difficoltà, alcuni caddero per mancanza di fede, ma la potenza dell’Altissimo operò nella loro debolezza».
Quali sono secondo lei le prospettive?
«Il serio problema è quello della trasmissione della fede alle nuove generazioni, ai figli delle famiglie cattoliche. La Lettera del Papa rivolta ai cattolici cinesi nel 2018, davanti alla secolarizzazione che dalle città sta penetrando all’interno, indica nella formazione dei cristiani e dei sacerdoti uno dei principali impegni della Chiesa cattolica in Cina oggi. L’apertura economica e lo sviluppo sociale hanno portato in Cina tanti aspetti positivi ma al tempo stesso ha messo alla prova la fede di tanti cattolici. Nell’entusiasmo della "ricostruzione", si è data più importanza agli aspetti esterni che alla formazione, e non tutti hanno resistito alle sfide della secolarizzazione. La trasmissione della fede ai figli in queste condizioni è stata difficile anche per Il sorgere di sette sincretiste e di gruppi religiosi "fai da te". La politica religiosa del Governo ha creato poi una divisione nella chiesa, condizionandone la sua crescita; legge del figlio unico, quella della registrazione, l’interferenza del Governo nella disciplina ecclesiastica fino alla nomina dei vescovi da parte delle autorità civili, hanno reso molto difficile la vita della Chiesa e la sua azione pastorale e di evangelizzazione. In alcune zone i cattolici per difendere la loro fede e i diritti umani si sono arroccati in posizioni di forte chiusura. In altre zone la difesa ha assunto toni di rivendicazione sociale, giusti ma portati avanti con metodi troppo umani, per cui alla testimonianza radiosa e gioiosa dei martiri del periodo duro dei primi anni della Nuova Cina, è subentrata una testimonianza di fedeli amareggiati, lamentosi, a volte arrabbiati per quanto subivano, che non è stata capace di attirare nuovi fedeli».
Oggi lei è tornato a vivere il suo ministero di sacerdote in Toscana, nel territorio in cui è nato. Riesce a trasmettere alla gente quello che ha vissuto?
«Per essere sincero le devo dire che non riesco affatto trasmettere alla gente quello che ho vissuto. Sì, quando dico che ho passato 30 anni fra i cinesi, vedo qualche segno di stima e apprezzamento, ma tutto finisce li. Parlare della Cina oggi, anche nella Chiesa, provoca sempre una reazione di chiusura, se non di paura».

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