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Pasqua, card. Betori: troppa enfasi su eutanasia; carceri disumani

«Ma è troppo chiedere a questa società un soprassalto di umanità e considerare la vita un bene, senza stabilire una scala di accettabilità?». Se lo è chiesto l'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nella sua omelia di Pasqua, nella quale ha toccato con forza molti temi «caldi», dai minacciosi venti di guerra all’enfasi dei media sui suicidi assistiti, da chi specula sui migranti alla situazione dei carcerati.

Il Cardinale Giuseppe Betori

Osservando come la speranza che scaturisce dalla «vittoria, in Cristo, della vita sulla morte», si scontri «ai nostri giorni con molti scenari in cui la vita è minacciata, rifiutata, disprezzata, abbandonata», l’Arcivescovo è partito dallo «scenario più inquietante agli occhi di tutti», ovvero «il perdurare sul nostro pianeta di numerosi contesti di guerra».

«Gli scenari di guerra - ha aggiunto nell'omelia pronunciata nella cattedrale di Firenze - si intrecciano poi con quelli del sottosviluppo e ne scaturiscono stati di miseria, in cui la vita delle persone è gravemente minacciata e da cui moltitudini sempre più rilevanti di uomini e donne cercano di fuggire in cerca di una qualche garanzia di futuro per sé e per i loro cari. Imponenti migrazioni si riversano sulla vita di altri popoli e invocano accoglienza, con processi di interazione sociale e culturale complessi e pieni di incognite, che a loro volta generano nuovi squilibri sociali e faticano a imporsi alla coscienza collettiva come un fatto consolidato della storia contemporanea e non un'emergenza da ricacciare con timore».

Da qui la denuncia: «C'è chi specula su una lotta tra poveri, che rischia di innescarsi se le migrazioni non vengono governate e se non si affronta l'altro grave problema della crisi del lavoro innescata dalla globalizzazione e dalla trasformazione delle forme della produzione, una crisi che tocca soprattutto le generazioni più giovani, fronte d'impegno, questo, non meno rilevante per chi voglia affermare le ragioni della vita».

«Negli scenari di guerra, che si nutrono di violenza e disprezzo della vita umana, si inseriscono - ha proseguito Betori - i funesti atti di terrorismo che, rivestendosi spesso di richiami religiosi, vorrebbero indurci a credere che stiamo nel mezzo di una guerra di religioni e non invece, come è, di una guerra tra il volto autentico delle religioni - che non può che essere la pace - e il pervertimento religioso operato e propagandato da centrali politiche che si nutrono di eversione sanguinaria. A questo fronte del terrorismo, di matrice religiosa diabolicamente pervertita, che miete ovunque nel mondo tante vittime innocenti, si affianca il diffondersi dell'intolleranza da parte di gruppi religiosi che fomentano persecuzioni verso chi professa un'altra fede, dalla limitazione dell'esercizio della libertà religiosa fino ad azioni repressive e a veri e propri eccidi», ha rilevato il cardinale tornando ad invocare «giustizia, e cioè libertà», per Asia Bibi.

«Ma la vita dell’uomo – ha osservato - appare messa in pericolo anche in altri contesti, che se non possiedono le tinte forti del sangue della violenza di guerre, terrorismo e persecuzioni, non sono tuttavia meno lesive del valore della vita umana». Di questi si è soffermato in particolare su due. Il primo «è la deformazione che sta subendo, nella cultura diffusa, il concetto di qualità della vita, il quale, da orizzonte di crescita proposto al singolo e alla società, sta diventando una discriminante, per cui, a certe condizioni, la vita non sarebbe più vita e quindi meriterebbe di essere soppressa».

«Pensiamo davvero che sia vera civiltà rimuovere la sofferenza - impresa impossibile, a meno che non si intenda farlo compiutamente e quindi non arrestandosi di fronte a morti senza fine -, e non invece soccorrerla? È davvero compatire, cioè soffrire con l'altro, come dice l'etimologia, risolvere ogni problema eliminando la sofferenza e non sostenendola con chi soffre?», ha proseguito Betori aggiungendo: «Vogliamo essere amati e non abbandonati a noi stessi, alle nostre fragilità e alle nostre imperfezioni! E dobbiamo tutti interrogarci su come possiamo sostenere la sofferenza e l'impegno di chi lotta per una vita dignitosa, rifiutandosi di pensare che una vita umana possa non avere dignità perché non raggiunge un certo livello di qualità. E non si sa poi chi un giorno misurerà questo livello qualitativo della vita, magari tenendo conto di qualche risparmio sociale, economico e soprattutto di investimento in rapporti umani».

L’Arcivescovo ha anche denunciato «L'enfasi di cui i casi di suicidio assistito e di eutanasia godono sui mezzi di comunicazione sociale», un’enfasi che «dovrebbe preoccupare, perché comincia a somigliare a una propaganda, non tanto occulta, per indurci a ritenere che così ormai deve essere: quando la vita non ha più la qualità adeguata, va soppressa!».

 «A stento, a volte per nulla, invece - devo pensare responsabilmente e quindi colpevolmente -, viene data voce – ha aggiunto il cardinale - ai tanti che, nelle medesime condizioni penose di vita, vanno avanti con grande fatica, grazie al sostegno di istituzioni, associazioni, familiari e amici, che non fanno mancare soccorso, solidarietà, vicinanza e amore. Perché qui sta la differenza: essere amati o essere abbandonati; e non si amano le persone lasciandole andare alla morte o addirittura favorendo questo passo, ma accompagnandole nella vita con l'affetto che dice che ognuno è importante per noi, e non vogliamo perderlo, fino all'ultimo».

«Sono riflessioni - rileva ancora il cardinale - che non si disgiungono da sentimenti di comprensione, vicinanza e misericordia verso coloro che, in situazioni di sofferenza lancinante, giungono a tali scelte non condivisibili e verso i loro familiari; qui non sto giudicando le persone, ma un'atmosfera culturale che ci vorrebbe convincere dell'impossibile: che cioè la morte, e non la vita, sia un bene!».

«Un altro fronte su cui va misurato il nostro rapporto con la vita, su cui oggi sollecito, infine, maggiore attenzione, - ha detto infine l’Arcivescovo - è quello delle vite di chi ha sbagliato e a cui giustamente la società chiede di rendere conto degli errori commessi. Subire le conseguenze dei crimini di cui ci si è macchiati è giusto, ma è altrettanto giusto che a chi ha sbagliato sia offerta una strada di recupero, che non si stabilisca soltanto una pena ma anche un itinerario di correzione e di offerta di una nuova possibile vita. Tali non sono oggi le nostre carceri, per come è pensata la pena e la carcerazione e per come di fatto in esse si vive, troppo spesso in condizioni non umane». «Pensare che dalle carceri oggi possano uscire vite rinnovate è illusione», ha aggiunto. «Ricominciamo anche da qui a ripensare le persone, buone o cattive che siano, nella loro dignità umana. Creiamo percorsi di concreta riabilitazione. E voglio qui ricordare che, da parte del volontariato soprattutto, non mancano segnali in questa direzione; se ne fanno carico anche non poche presenze ecclesiali. Solo così diminuirà la recidività. Ne guadagnerà la società tutta», ha osservato il cardinale.

Scoppio carro: volo perfetto della «Colombina». Migliaia di persone hanno assistito oggi, in piazza del Duomo, a Firenze, al tradizionale Scoppio del carro. L'innesco a forma di colomba ha percorso tutto il cavo steso tra l'altare maggiore del Duomo e il «Carro» sistemato tra la cattedrale e il Battistero, accendendo i giochi pirotecnici e tornando indietro. Il volo senza intoppi da sempre e' considerato di buon auspicio per il raccolto. 

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