Vita Chiesa

BETORI ALL’OMELIA: LA PORPORA “UNA DISPONIBILITA’ A LOTTARE PER LA VERITA’ E PER IL BENE”

Tutta incentrata sul significato della porpora l’omelia del cardinale Betori in S. Maria del Fiore, circondato dai fedeli fiorentini, da quasi tutti i vescovi della Toscana oltre al cardinale Silvano Piovanelli e all’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti. La porpora, ha spiegato Betori, implica soprattutto “una disponibilità a lottare per la verità e per il bene”. Ecco il testo integrale che il Cardinale ha appena letto.

“Al centro delle pagine bibliche proclamate nell’odierna liturgia domenicale si pone il mistero della riconciliazione, che Cristo attua e comunica tra gli uomini e che si prolunga nei secoli mediante il ministero della Chiesa. Nonostante le debolezze, i peccati e le iniquità del suo popolo, Dio non cessa di amarlo: «Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati» (Is 43,25). Dio invita ad affidarsi alla sua fedeltà e a nutrire sentimenti di speranza: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Non se ne accorgono gli scribi nella casa di Cafarnao: posti di fronte all’adempimento della promessa di Dio nella persona di Gesù, si fanno domande che non toccano la realtà d’amore che egli esprime nel perdono dei peccati – «Figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc 2,5) – e nella piena reintegrazione di un uomo alla vita, rimesso in cammino e restituito alla comunione dei suoi affetti: «Àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (Mc 2,11). In Cristo Dio riconcilia l’umanità.La missione della Chiesa è il prolungamento della missione riconciliatrice di Gesù: essere germoglio di riconciliazione degli uomini con Dio e tra di loro. Per questo motivo così la definisce il Concilio Vaticano II: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Cost. dogm. Lumen gentium, 1). All’interno di questa missione si colloca il ministero dei vescovi, che, con l’annuncio della Parola, la celebrazione del culto e il governo pastorale del popolo a loro affidato, sono al servizio della edificazione nella comunione. Nell’omelia della celebrazione eucaristica in occasione del mio ingresso come arcivescovo in questa cattedrale, ebbi a dire: «Passano le figure umane, ma sempre lo stesso è il “Pastore grande delle pecore” (Eb 13,20), Cristo Signore. Di questo unico Pastore i vescovi sono il segno, ciascuno con la propria umana limitatezza, tutti con l’aspirazione, che è un dovere, di rendere concretamente percepibile l’amore di Dio per ogni uomo». Sono parole che sento di poter ripetere con la stessa intensità anche oggi, che torno in questa cattedrale con il segno della porpora cardinalizia che il Santo Padre, per la sua benevolenza, ha voluto affidarmi. È un segno che non dice cose diverse rispetto a quelle che dissi allora, ma le sottolinea e le precisa in modo nuovo. Vorrei darne una lettura lasciandomi guidare da ciò che nelle sacre Scritture troviamo sul significato delle vesti di porpora. Due linee principali, che vanno tra loro integrate. La prima trae origine dalla fondazione del culto in Israele, in cui la porpora, che nell’antichità era il segno della regalità, diventa uno degli emblemi del sommo sacerdozio: «Faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l’esercizio del sacerdozio in mio onore […]. Useranno oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso» (Es 28,4-5), è il comando di Dio, tramite Mosè, agli artigiani più esperti del popolo. A distanza di secoli così il Siracide immagina Aronne: «Con una veste sacra d’oro, violetto e porpora, opera di ricamatore, con il pettorale del giudizio, con i segni della verità» (Sir 45,10). La porpora avvolge il corpo di Aronne e dei suoi successori, unita al bianco splendore del bisso, il lino finissimo, all’oro e alle pietre preziose, espressione della dignità con cui l’uomo può e deve porsi davanti a Dio, condizione per un dialogo degno e per un’offerta gradita. Ma la veste di porpora del culto degno ha una prosecuzione drammatica in un’altra veste del medesimo colore, la veste rossa posta sulle spalle di Gesù durante la sua passione: «Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo» (Mc 15,17). Colui che viene sbeffeggiato come un re da burla, prima di essere innalzato sulla croce del sacrificio, è colui che dà compimento al sacerdozio antico, egli è il vero unico sommo sacerdote della storia umana, colui che nella sua carne celebra l’unico sacrificio capace di portare salvezza al mondo. E quella veste purpurea di ignominia è in realtà la veste del vero onore e della vera gloria, quella dell’amore.Se l’accostamento dell’attuale porpora cardinalizia alle vesti del sommo sacerdote d’Israele esalta la funzione mediatrice del sacerdozio, anche del mio, tra Dio e il popolo – con la conseguente responsabilità di portare a Dio la voce del popolo e, prima ancora, di testimoniare al popolo la voce di Dio –, riconoscere la pienezza di quella veste d’onore nella veste di Cristo nella passione mi coinvolge nella consapevolezza che la piena verità della porpora è nella partecipazione alla Croce, l’unico onore agli occhi di Dio. C’è poi una seconda linea di significato che i testi biblici offrono a riguardo della porpora, questa volta legata non al tema della dignità ma a quello del sangue di cui essa nel colore riproduce l’aspetto. Il punto di partenza può essere individuato nel testo che apre il capitolo 63 del libro di Isaia, dove Dio stesso si presenta in vesti di porpora. Si chiedono le sentinelle di Gerusalemme: «Chi è costui che viene da Edom, da Bosra con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?». «Sono io, che parlo con giustizia, e sono grande nel salvare», risponde Dio, i cui vestiti appaiono macchiati dal sangue dei nemici del popolo di Dio, e quindi nemici suoi, di cui si mostra vincitore. La storia della salvezza non è una vicenda innocua: essa implica un confronto, una lotta, un agone in cui ci si misura con i nemici dell’umano e in cui Dio non è un arbitro che sta a guardare, ma è schierato dalla parte dell’uomo, si compromette per noi e con noi, fino a sporcarsi di sangue. E qui la veste rossa di «colui che viene da Edom», di Dio, mostra il medesimo colore della «porpora» di cui è rivestito Gesù, quella veste che si confonde con il sangue sgorgato dalla flagellazione e anticipa il sangue che scorrerà sulla croce. Così lo presenta l’Apocalisse di Giovanni: egli è il «Fedele e Veritiero», che cavalca un cavallo bianco, «avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: Verbo di Dio» (Ap 19,13). E lo stesso libro dell’Apocalisse ci dice che in quello stesso sangue vengono immerse le vesti bianche dei redenti, in particolare dei martiri: «Quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). Con una immagine ardita, la porpora del sangue è presentata come la fonte del bianco che simboleggia la partecipazione alla vita di Dio.Anche la lotta contro il male, nella fedeltà al Vangelo di Gesù, così come è trasmesso nella verità dalla Chiesa, raccolta attorno al Successore di Pietro, è dunque simboleggiata nella porpora. Essa implica una disponibilità a lottare per la verità e per il bene, senza compromessi, «usque ad sanguinis effusionem» – come mi ha ricordato il Papa al momento della imposizione della berretta –, ma anche senza temere di incidere con forza sulle situazioni, sempre però nella carità. A quest’ultima simbologia vorrei fare appello per completare i lineamenti dell’immagine della porpora. La ritrovo direttamente non nelle pagine bibliche, ma nel magistero del cardinale Elia Dalla Costa. Così egli ne parlò settantanove anni fa in questa cattedrale, al ritorno dal Concistoro in cui era stato creato cardinale: «Il rosso vivo della porpora simboleggia la carità che è regina di tutte le virtù. Ora, se a nessun cristiano deve far difetto l’amor di Dio, come dovrà essere vivo e bruciante nel cuore di un sacerdote, di un vescovo, di un cardinale? Il rosso dell’abito cardinalizio adunque nel suo muto ma eloquente linguaggio mi ripeterà assiduamente il precetto divino: “Amerai Iddio”; il fiammeggiante rosso della porpora mi ripeterà perennemente con insistente voce: “Ama il tuo prossimo e soprattutto ama il popolo fiorentino che è il popolo tuo”» (Omelia del 17 marzo 1933). Mi ha commosso sentire queste stesse parole, quasi alla lettera, dalla bocca di Benedetto XVI nella sua omelia di ieri mattina:«Ai nuovi cardinali è affidato il servizio dell’amore: amore per Dio, amore per la Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all’effusione del sangue, se necessario».Nel ripetere queste parole di fronte a voi, sento tutta la mia inadeguatezza e per questo, come recita il motto del mio stemma episcopale, chiedo che le vostre preghiere mi affidino «a Dio e alla parola della sua grazia» (At 20,32): solo Dio e la sua parola possono infatti edificare la comunità dei salvati, perché essa sia germe di riconciliazione per tutti, e possono dare fondamento alla mia promessa di fedeltà e al mio ministero di riconciliazione tra voi e per voi. Il segno della porpora mi collega poi più intimamente alla missione del Successore di Pietro, facendomi suo collaboratore nel governo della Chiesa universale. Ieri il Santo Padre,introducendo il rito della creazione dei nuovi cardinali, ne ha illustrato il ministero nella Chiesa dicendo di averli scelti «perché siano uniti alla Sede di Pietro con più stretto vincolo, divengano membri del clero di Roma, cooperino più intensamente al nostro servizio apostolico». Faccio appello al vostro sostegno nella preghiera per essere all’altezza di così grave compito; ma al tempo stesso esorto anche la nostra Chiesa fiorentina a scorgere in questa mia funzione uno stimolo a rafforzare la propria unità di fede e di carità con la Chiesa di Roma e a dare rinnovato impulso alla cooperazione con tutte le Chiese diffuse nel mondo. A concludere queste mie parole voglio ricordare a me, e condividere con voi, alcune delle parole che il Santo Padre ha rivolto ai nuovi cardinali. Mi ha molto colpito anzitutto l`appello a «servire la Chiesa con amore e vigore, con la limpidezza e la sapienza dei maestri, con l`energia e la fortezza dei pastori, con la fedeltà e il coraggio dei martiri». Ideali da vivere con l’atteggiamento del servitore, cosciente di doverli esprimere in un mondo che cerca invece potere e gloria: «Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo», ci ha avvertito il Papa. Sono ideali altissimi che incutono timore, se non fossimo certi, per la fede, che è Dio stesso a operare tutto ciò nelle nostre povere vite. Aiutatemi a far sì che io lo lasci agire in me. Aiutatemi, in particolare, ad accogliere con generosità l`altro invito che Benedetto XVI ha rivolto ai nuovi cardinali: «Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, stimolo e forza per una fede che opera nella carità […]. I nuovi cardinali, nel loro servizio, sono chiamati a rimanere sempre fedeli a Cristo, lasciandosi guidare unicamente dal suo Vangelo». È l’impegno che assumo solennemente di fronte a voi e per voi. Accoglietelo come un servizio alla verità nella carità, perdonate le mie fragilità, sostenetemi con la vostra collaborazione e preghiera, per condividere la «mite fermezza» con cui il Successore di Pietro guida saggiamente la Chiesa, in un servizio al Vangelo che è contributo decisivo a un mondo per tutti più umano. Così l`agire della Chiesa incrocia le attese più vere degli uomini e, testimoniando Cristo, collabora a rendere più autentico il loro volto. Per questo la mia porpora, il mio servizio si estende oltre i confini della comunità dei credenti in Cristo e si fa responsabilità per tutta la città degli uomini, a cominciare da questa amata città di Firenze”. Giuseppe card. BetoriArcivescovo di Firenze