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Cei, Nota pastorale per il «Dopo Verona»

Pubblichiamo il testo integrale della Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale dal titolo “Rigenerati per una speranza viva” (1 Pt 1,3): testimoni del grande “si” di Dio all’Uomo. La Nota si apre con una presentazione di mons. Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“RIGENERATI PER UNA SPERANZA VIVA” (1 Pt 1,3):TESTIMONI DEL GRANDE “SÌ” DI DIO ALL’UOMO

Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale

PRESENTAZIONE

Con questa Nota pastorale, approvata nel corso della 57ª Assemblea Generale (Roma, 21-25 maggio 2007), noi, vescovi italiani, riconsegniamo alle diocesi la ricchezza dell’esperienza vissuta nel 4° Convegno ecclesiale nazionale Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, tenutosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006. Il documento, da leggere in coerenza e continuità con gli Orientamenti pastorali per il decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, rimanda ai numerosi testi elaborati in occasione del Convegno ecclesiale e destinati alla pubblicazione: essi comprendono la sintesi dei contributi preparatori, le meditazioni e i discorsi pronunciati a Verona, fra cui spiccano le parole illuminanti del Santo Padre, i risultati dei gruppi di studio sui diversi ambiti della testimonianza e le conclusioni generali del Convegno. Tutti insieme, costituiscono un nutrito patrimonio di idee e di riflessioni di cui fare tesoro e da approfondire nel prosieguo del cammino. Pur tenendo conto dell’intero iter del Convegno, questo testo non può certo sintetizzare l’amplissima quantità delle indicazioni emerse dai diversi contributi; ci proponiamo piuttosto di far risaltare gli aspetti che paiono maggiormente fecondi e sui quali dovrà concentrarsi l’attenzione delle Chiese particolari, in vista delle scelte operative che ciascuna di esse è chiamata a compiere. Affidiamo la Nota alle comunità ecclesiali perché, alla luce del cammino condiviso, rinnovino l’impegno a sostenere l’itinerario spirituale ed ecclesiale dei singoli battezzati, chiamati ad essere in questo tempo e in questo nostro amato Paese Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo.

Roma, 29 giugno 2007, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

+ Angelo Bagnasco Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Capitolo I – Chiamati a una speranza viva

1. “Pace a voi tutti che siete in Cristo!” (1 Pt 5,14) Il saluto dell’apostolo Pietro ci sgorga dal cuore, ripensando al 4° Convegno ecclesiale nazionale, per il quale proviamo un forte senso di gratitudine e di responsabilità. A Verona, noi vescovi per primi, abbiamo fatto esperienza di una Chiesa fraterna e appassionata del Vangelo, capace di interrogarsi e porsi in ascolto, protesa al bene di ogni persona. Ringraziamo il Signore e siamo grati a tutti coloro che, sia nella lunga fase preparatoria che nel culmine dei lavori, hanno portato il loro contributo nel dialogo fraterno, illuminati dalla Parola di Dio che è consegnata nella Sacra Scrittura e che risuona nella Tradizione viva della Chiesa. 

Attraverso i suoi diversi momenti, il Convegno ha messo in luce un’immagine significativa ed esemplare della Chiesa del Risorto: un popolo in cammino nella storia, posto a servizio della speranza dell’umanità intera, con la multiforme vivacità di una comunità ecclesiale animata da una sempre più robusta coscienza missionaria. 

Abbiamo vissuto soprattutto un fecondo incontro con il Signore Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato per noi. È questo il “cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano” 1. 

È nostro desiderio portare nelle comunità cristiane, come primo frutto, la grande gioia sperimentata, la stessa della Veglia pasquale, che esprime la qualità umana e la maturità ecclesiale del nostro incontro, nel quale sono convenute tutte le componenti del popolo di Dio. Oltre ad aver costituito un’occasione di grazia per molti, è stata un’autentica parola di speranza che ha varcato i confini del Convegno e della stessa comunità cristiana.

2. Un terreno molto favorevole Nella prima Lettera di Pietro abbiamo trovato conforto e orientamento per il nostro lavoro. Essa ci ha ricordato la saldezza dell’insegnamento di fede ricevuto e la grandezza della nostra chiamata alla santità, che ci portano ad essere “concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili” (1 Pt 3,8). Come “stranieri e pellegrini” (1 Pt 2,11), abbiamo cercato “ciò che è prezioso davanti a Dio” (1 Pt 3,4) per mostrare a tutti le ragioni della nostra speranza e condividere con ogni uomo la gioia “indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8) che il Risorto infonde nei nostri cuori. È proprio la Pasqua del Signore a suggerirci la via da seguire, a svelarci l’origine e il compimento di ogni speranza. 

La presenza e la parola del Papa ci hanno accompagnato ed orientato. Indicandoci “quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia”2 , egli ci ha ricordato che il nostro Paese costituisce “un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione”3 , resa forte dal radicamento delle tradizioni cristiane nel tessuto popolare, dal grande sforzo di evangelizzazione e catechesi specialmente verso i giovani e le famiglie, dalla reazione delle coscienze di fronte a un’etica individualistica e dalla possibilità di dialogo con segmenti della cultura che percepiscono la gravità del distacco dalle radici cristiane della nostra civiltà. Abbiamo davanti a noi grandi opportunità per dare, con la forza dello Spirito Santo, “risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo, la Chiesa in Italia renderà un grande servizio non solo a questa Nazione, ma anche all’Europa e al mondo”4 .

3. Nel solco del Concilio In questi primi anni del nuovo millennio, spinta dall’eredità del grande Giubileo, che Giovanni Paolo II indicò nella contemplazione del volto di Cristo, la Chiesa italiana ha scelto di mettere al centro della sua azione l’impegno a comunicare il Vangelo in un mondo in profondo cambiamento. È questo un orientamento di cui ancora oggi siamo debitori al Concilio e il 4° Convegno ecclesiale ha costituito una nuova tappa nel cammino di attuazione del Vaticano II, nella perenne continuità della vita della Chiesa. 

È in quest’ottica che ci interroghiamo sulle modalità e sugli ambiti della nostra testimonianza, senza nasconderci le inadempienze e i ritardi, consapevoli di quanto il nostro tempo sia un’ora propizia per la diffusione dell’annuncio di salvezza nel mondo. A questo ci portano anche le scelte compiute circa la testimonianza al Vangelo della carità, le nuove prospettive missionarie della parrocchia, l’urgenza del primo annuncio, il rinnovamento dell’iniziazione cristiana, l’attenzione alla famiglia, l’accompagnamento e la proposta di senso alle nuove generazioni, il ruolo strategico della cultura e della comunicazione. 

Sono queste, infatti, le “decisioni di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale”5 esplicitamente richieste dagli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia: dare alla vita quotidiana della Chiesa una chiara connotazione missionaria, fondata su un forte impegno formativo e su una più adeguata comunicazione del mistero di Dio, fonte di gioia e di speranza per l’umanità intera. Su tali linee direttrici continua il nostro cammino. Su questi stessi punti crediamo necessario sollecitare una verifica in itinere nelle nostre comunità, aiutati dalle indicazioni per una “agenda pastorale” posta in appendice agli Orientamenti per il decennio6 . 

La grazia del Convegno non andrà sprecata se sapremo ora assumerne lo stile, continuare a elaborarne le intuizioni e le proposte, mantenere vivo quel senso di responsabilità comune che si coniuga con la gioia di appartenere alla Chiesa del Signore e di sentirsi da lui inviati a testimoniare il suo amore per ogni uomo. È ciò che deve vederci tutti all’opera negli spazi della nostra azione quotidiana.

4. Scelte di fondo Riconsegnare l’esperienza del Convegno alle nostre Chiese, perché vi possano individuare le scelte più adatte per la loro vita, è quanto ci accingiamo a fare con questo documento. In particolare, vorremmo che diventassero patrimonio comune tre scelte di fondo, che costituiscono anche un metodo di lavoro: 

il primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa, con la fede in Cristo risorto come forza di trasformazione dell’uomo e dell’intera realtà, la centralità della Parola, ribadita in questa occasione nella meditazione della prima Lettera di Pietro, l’assunzione della santità quale misura alta e irrinunciabile del nostro essere cristiani. Lo abbiamo proclamato nelle diverse celebrazioni liturgiche, in particolare in quella presieduta dal Santo Padre e vissuta in comunione con la Chiesa di Verona, che vivamente ringraziamo per l’accoglienza delle Chiese sorelle e l’esperienza condivisa (cfr capitolo secondo

– la testimonianza, personale e comunitaria, come forma dell’esistenza cristiana capace di far adeguatamente risaltare il grande “sì” di Dio all’uomo, di dare un volto concreto alla speranza, di mostrare l’unità dinamica tra fede e ragione, eros e agape, verità e carità. La scelta degli ambiti esistenziali come luoghi di esercizio della testimonianza conferma che non è possibile dire la novità che proclamiamo in Gesù risorto, se non dentro le forme culturali dell’esperienza umana, che costituiscono la trama di fondo delle esperienze di prossimità (cfr capitolo terzo

– una pastorale che converge sull’unità della persona ed è capace di rinnovarsi nel segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana. Al centro di tale rinnovamento sta l’approfondimento della comunione e del senso di appartenenza ecclesiale, con gli spazi di corresponsabilità che ne derivano e che riguardano a pieno titolo anche i laici, con l’urgenza di una nuova stagione formativa (cfr capitolo quarto).

Capitolo II – Gesù risorto è la nostra speranza

5. La risurrezione di Cristo, esplosione dell’amore Gesù è il Signore! Lo sguardo del cuore e della fede sul Crocifisso risorto è ciò che da duemila anni fonda e alimenta la speranza del popolo cristiano. La risurrezione di Cristo, ha ricordato il Papa a Verona, “non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande ‘mutazione’ mai accaduta, il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”7 . La risurrezione è una parola che il Signore rivolge a ciascuno di noi, dicendoci: “Sono risorto e ora sono sempre con te (…) La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce”8. È dunque essenziale e decisivo tener ferma e viva la centralità di questo annuncio. 

L’incontro con il Risorto e la fede in lui ci rendono persone nuove, risorti con lui e rigenerati secondo il progetto di Dio sul mondo e su ogni persona. È questo il cuore della nostra vita e il centro delle nostre comunità. Non sono le nostre opere a sostenerci, ma l’amore con cui Dio ci ha rigenerati in Cristo e con cui, attraverso lo Spirito, continua a darci vita. Da qui deriva la domanda che, anche dopo la conclusione del Convegno, continua a provocarci: in che modo nelle nostre comunità è possibile a tutti fare esperienza viva del Risorto? 

Il punto decisivo – ha richiamato ancora il Papa – è “il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra noi, lo stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc 3,13-15). La nostra vera forza è dunque nutrirci della sua parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per noi, adorarlo presente nell’Eucaristia: prima di ogni attività e di ogni nostro programma, infatti, deve esserci l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire”9. La spiritualità cristiana, infatti, a differenza di uno spiritualismo disincarnato, è lasciare che il Signore operi nella nostra vita quotidiana e la trasformi con la forza travolgente del suo amore.

6. Uomini e donne del Risorto Le caratteristiche di colui che testimonia la risurrezione e la speranza si riassumono in un’affermazione essenziale: “il testimone è ‘di’ Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farlo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza”10 . Proprio perché siamo suoi, uomini e donne di Dio, popolo che egli ama e guida, possiamo rendere le nostre comunità sacramento della risurrezione, presenze capaci di porre germi di vita nuova, convertita e perdonata. 

Come vivere, oggi, il nostro appartenere a Lui? In questa stagione difficile e complessa, occorre ritrovare l’essenziale della nostra vita nel cuore della fede, dove c’è il primato di Dio e del suo amore. Appartenere a Lui è l’altro nome della santità, misura alta e possibile del nostro essere cristiani. La vita di Dio già circola in noi, e nello Spirito ci dona la pienezza di un’umanità vissuta come Gesù: amando, pensando, operando, pregando, scegliendo come lui11. 

Per vivere come persone radicate in Gesù Cristo si devono riconoscere alcune priorità nel cammino di ogni credente e della comunità, rispetto alle quali siamo chiamati a continua verifica. È necessario riservare il giusto spazio alla Parola di Dio. La fede deriva dall’ascolto: possiamo dunque essere “sale della terra e luce del mondo” (Mt 5,13-14) se ci alimentiamo alla Parola, che dà una forma originale e unica alla vita e alla speranza. 

L’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Cristo, costituisce il centro propulsore della vita delle nostre comunità. Nell’Eucaristia, infatti, “si rivela il disegno d’amore che guida tutta la storia della salvezza. In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore, si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana”12. Per questo, l’Eucaristia domenicale è il cuore pulsante della settimana, sacramento che immette nel nostro tempo la gratuità di Dio che si dona a noi per tutti. 

L’Eucaristia conduce all’ascesi personale e al servizio ai poveri, segni dell’autenticità del nostro conformarci a Cristo e della nostra testimonianza, perché “un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata”13.

7. Il profilo dei cristiani, uomini e donne di speranza Dall’essere “di” Gesù deriva il profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di più di umanità alla storia e pronto a mettere con umiltà se stesso e i propri progetti sotto il giudizio di una verità e di una promessa che supera ogni attesa umana. 

Sant’Ignazio di Antiochia definiva i cristiani come “coloro che sono giunti alla nuova speranza”, presentandoli anche come quelli che vivono “secondo la domenica”14. Partecipe dell’umanità, di cui condivide “gioie e speranze, tristezze e angosce”15, intensamente solidale con tutti, il cristiano orienta il cammino della società verso quella pienezza che Dio ha iscritto nel cuore di ogni persona, mettendosi al suo fianco nel percorrere i sentieri del tempo. La speranza del cristiano è dono di Dio, dinamico e creativo, e si traduce in progetti che anticipano nella storia il senso della nuova umanità portata dalla risurrezione. Sono germi di “vita risorta” capaci di cambiare il presente, secondo la stupefacente abbondanza di ministeri e di carismi di cui il Signore arricchisce la Chiesa.

8. Una speranza per tutti La speranza di cui siamo testimoni è la persona stessa del Signore Gesù, il suo essere in mezzo a noi per sempre, la sua promessa di “quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza”16. Non si tratta, certo, di un ottimismo illusorio o di un’indefinita fiducia in un domani migliore. È questa speranza a dare respiro e alimento alle “certezze” della fede. Infatti, la Pasqua ci insegna che il male e la morte sono parte dell’esperienza umana, ma non sono l’ultima parola sulla nostra esistenza. “Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza”17.

La speranza cristiana non è solo un desiderio: è una realtà concreta, un esercizio storico, personale e comunitario. Essa abita e plasma l’esistenza quotidiana, riportando le attese degli uomini a contatto con l’origine stessa della vita e della giustizia, dell’amore e della pace. Sperare è essere disposti a scorgere l’opera misteriosa di Dio nel tempo. Mentre riconosce con chiarezza il peso negativo del peccato, la speranza cristiana apre il peccatore all’amore di Dio. Essa è certezza della misericordia di Dio, invito alla conversione, apertura della mente e del cuore, un dono dello Spirito che non allontana dalla vita, ma spinge ad assumere anche la fragilità e la sofferenza. 

Custodire e proporre senza timore l'”eccedenza” della speranza cristiana, portando nel cuore l’anelito di vita di ogni uomo, appartiene alla testimonianza del credente. In particolare, ci sembra urgente oggi non tacere il tratto escatologico della nostra fede, “che viene proclamato nelle ultime parole del Credo: “Credo la risurrezione della carne e la vita eterna”. Sì, sono le ultime parole, ma in qualche modo sono quelle riassuntive e decisive dell’intero Credo, proprio perché offrono la chiave di lettura e di soluzione dei problemi antropologici più complessi e decisivi per l’esistenza, a cominciare dal senso del morire e quindi dell’intera esistenza umana come tale”18.

9. Aperti all’universalità È capace di sperare chi si riconosce amato da Cristo, ma in questo sta anche l’origine della missione del cristiano, mosso ad andare verso gli altri perché raggiunto dalla grazia e sorpreso dalla misericordia. L’evangelizzazione è una questione di amore.

Attingendo a questo dono, la Chiesa italiana rilegge nella prospettiva della speranza la scelta di comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Ci interpellano gli immensi orizzonti della missione ad gentes, paradigma dell’evangelizzazione anche nel nostro Paese. La vasta tradizione dell’invio di missionari ad altre terre mostra del resto la costante vitalità della fede. Insieme ai religiosi e religiose, i fidei donum, sacerdoti e laici, hanno scritto e continuano a scrivere una pagina esemplare, testimoniando il Vangelo ed edificando nel mondo la pace in nome di Cristo. La loro generosità, giunta talora fino al martirio, spinge le nostre comunità a essere attive nella propagazione del regno di Dio. 

Desideriamo che l’attività missionaria della Chiesa italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese e, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Non solo quelle Chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi stessi abbiamo bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani, insieme alle altre realtà di animazione missionaria, di aiutare a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana. 

Ci è anche chiesto un forte impegno nel far nascere e sostenere percorsi che riavvicinino le persone alla fede, promuovendo luoghi di incontro con quanti sono in ricerca della verità e con chi, pur essendo battezzato, sente il desiderio di scegliere di nuovo il Vangelo come orientamento di fondo della propria esistenza. 

In tale contesto non può sfuggire che l’immigrazione si presenta quale nuovo areopago di evangelizzazione: ne è eloquente conferma il fatto che molti di quelli che si accostano da adulti al fonte battesimale sono di origine straniera. Lo spirito di accoglienza e la testimonianza della carità delle nostre comunità cristiane hanno in sé una forte valenza evangelizzatrice, che può produrre anche in questo campo frutti di grazia inaspettati.

Capitolo III – Rendere visibile il grande “sì” della fede

10. Il grande “sì” di Dio all’uomo in Gesù Cristo La risurrezione di Gesù non soltanto apre alla speranza di “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3,13). Essa ci mostra la vicenda storica dell’umanità nella sua intrinseca bontà, anche se ferita dalla presenza del male e nel cammino verso il suo compimento. A Verona Benedetto XVI ci ha ricordato come l’incontro con il Signore faccia emergere “soprattutto quel grande ‘sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo”19. 

Il “sì” che continuamente e fedelmente Dio pronuncia sull’uomo trova compimento nel “sì” con cui il credente risponde ogni giorno con la fede nella parola di verità, con la speranza della definitiva sconfitta del male e della morte, con l’amore nei confronti della vita, di ogni persona, del mondo plasmato dalle mani di Dio. “I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia. Non ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa fragilità della natura umana che è una minaccia per il cammino dell’uomo in ogni contesto storico; in particolare, non trascurano le tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca. Perciò l’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella ‘creatura nuova’ (2 Cor 5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito Santo”20 .

Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia ci chiede di esaminare ogni cosa per tenere ciò che è buono (cfr 1 Ts 5,21), accompagnando il nostro discernimento con una proposta profondamente positiva, incoraggiante, essenziale, carica di futuro. In tal modo, la Chiesa non cesserà di essere amica dell’uomo e allo stesso tempo “segno di contraddizione”, presenza profetica che indica una ulteriorità non riconducibile agli orizzonti mondani.

11. La testimonianza, via privilegiata della missione oggi Mostrare il “sì” di Dio tocca le fondamenta stesse della Chiesa, che di quel “sì” è figlia, discepola e responsabile. Per questo, la via della missione ecclesiale più adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri contemporanei prende la forma della testimonianza, personale e comunitaria: una testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito. 

Il testimone comunica con le scelte della vita, mostrando così che essere discepolo di Cristo non solo è possibile per l’uomo, ma arricchisce la sua umanità. Egli quando parla, non lo fa per un dovere imposto dall’esterno, ma per un’intima esigenza, alimentata nel continuo dialogo con il Signore ed espressa con un linguaggio comprensibile a tutti. La testimonianza pertanto è l’esperienza in cui convergono vita spirituale, missione pastorale e dimensione culturale. Le nostre comunità devono favorire l’incontro autentico tra le persone, quale spazio prezioso per il contatto con la verità rivelata nel Signore Gesù, perché l’esemplarità della vita non sminuisce il dovere di annunciare anche con la parola: ogni cristiano deve saper dare ragione della propria speranza, narrando l’opera di Dio nella sua esistenza e nella storia dell’umanità.

12. La vita quotidiana, “alfabeto” per comunicare il Vangelo Il linguaggio della testimonianza è quello della vita quotidiana. Nelle esperienze ordinarie tutti possiamo trovare l’alfabeto con cui comporre parole che dicano l’amore infinito di Dio. Abbiamo declinato pertanto la testimonianza della Chiesa secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana. È così emerso il volto di una comunità che vuol essere sempre più capace di intense relazioni umane, costruita intorno alla domenica, forte delle sue membra in apparenza più deboli, luogo di dialogo e d’incontro per le diverse generazioni, spazio in cui tutti hanno cittadinanza. 

La scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili. Ne scaturisce un prezioso esercizio di progettualità, che desideriamo continui e si approfondisca ulteriormente. Si tratta di cinque concreti aspetti del “sì” di Dio all’uomo, del significato che il Vangelo indica per ogni momento dell’esistenza: nella sua costitutiva dimensione affettiva, nel rapporto con il tempo del lavoro e della festa, nell’esperienza della fragilità , nel cammino della tradizione, nella responsabilità e nella fraternità sociale. 

Non intendiamo qui riassumere quanto espresso nei lavori dei gruppi e, ancora prima, nelle relazioni inviate dalle diocesi e dalle diverse realtà ecclesiali: faremmo torto alla grande ricchezza di contributi. Ci limitiamo a segnalare alcune proposte emerse nelle sintesi degli ambiti, a partire dalle quali riteniamo sia possibile realizzare un cammino condiviso nelle nostre comunità.

Vita affettiva – Comunicare il Vangelo dell’amore nella e attraverso l’esperienza umana degli affetti chiede di mostrare il volto materno della Chiesa, accompagnando la vita delle persone con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento evangelico sull’amore, reagendo al diffuso “analfabetismo affettivo” con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale fondata su relazioni profonde e curate. La famiglia rappresenta il luogo fondamentale e privilegiato dell’esperienza affettiva. Di conseguenza, deve essere anche il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. Siamo chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle famiglie disgregate e di quelle forzatamente separate a causa dell’emigrazione, prendendoci cura con tenerezza di ogni fragilità e nel contempo orientando su vie sicure i passi dell’uomo. Peraltro, la dimensione degli affetti non è esclusiva della famiglia e del cammino che a essa conduce; gli affetti innervano di sé ogni condizione umana e danno sapore amicale e spirituale a ogni relazione ecclesiale e sociale. Educare ad amare è parte integrante di ogni percorso formativo, per ogni vocazione di vita e di servizio.

Lavoro e festa – Il rapporto con il tempo, in cui si esplica l’attività del lavoro dell’uomo e il suo riposo, pone forti provocazioni al credente, condizionato dai vorticosi cambiamenti sociali e tentato da nuove forme di idolatria. Occorre pertanto chiedere che l’organizzazione del lavoro sia attenta ai tempi della famiglia e accompagnare le persone nelle fatiche quotidiane, consapevoli delle sfide che derivano dalla precarietà del lavoro, soprattutto giovanile, dalla disoccupazione, dalla difficoltà del reinserimento lavorativo in età adulta, dallo sfruttamento della manodopera dei minori, delle donne, degli immigrati. Anche se cambiano le modalità in cui si esprime il lavoro, non deve venir meno il rispetto dei diritti inalienabili del lavoratore: “Quanto più profondi sono i cambiamenti, tanto più deciso deve essere l’impegno dell’intelligenza e della volontà per tutelare la dignità del lavoro”21 . Altrettanto urgente è il rinnovamento, secondo la prospettiva cristiana, del rapporto tra lavoro e festa: non è soltanto il lavoro a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è soprattutto la festa, evento della gratuità e del dono, a “risuscitare” il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità, aiutando a sviluppare una giusta visione creaturale ed escatologica. La qualità delle nostre celebrazioni è fattore decisivo per acquisire tale coscienza. Occorre poi fare attenzione alla crescita indiscriminata del lavoro festivo e favorire una maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle relazioni umane e familiari, perché l’autentico benessere non è assicurato solo da un tenore di vita dignitoso, ma anche da una buona qualità dei rapporti interpersonali. In questo quadro, grande giovamento potrà venire da un adeguato approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, sia potenziando la formazione capillare sia proponendo stili di vita, personali e sociali, coerenti con essa. Assai significative sono in proposito le risorse offerte dallo sport e dal turismo.

Fragilità umana – In un’epoca che coltiva il mito dell’efficienza fisica e di una libertà svincolata da ogni limite, le molteplici espressioni della fragilità umana sono spesso nascoste ma nient’affatto superate. Il loro riconoscimento, scevro da ostentazioni ipocrite, è il punto di partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà relazionale. Se l’esperienza della fragilità mette in luce la precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza del fatto che l’uomo è una creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo, infatti, ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato a noi nel Mistero pasquale. All’annuncio evangelico si accompagna l’opera dei credenti, impegnati ad adattare i percorsi educativi, a potenziare la cooperazione e la solidarietà, a diffondere una cultura e una prassi di accoglienza della vita, a denunciare le ingiustizie sociali, a curare la formazione del volontariato. Le diverse esperienze di evangelizzazione della fragilità umana, anche grazie all’apporto dei consacrati e dei diaconi permanenti, danno forma a un ricco patrimonio di umanità e di condivisione, che esprime la fantasia della carità e la sollecitudine della Chiesa verso ogni uomo. Deve infine crescere la consapevolezza di quella forma radicale di fragilità umana che è il peccato, su cui si staglia l’amore redentivo di Cristo, che è dato di sperimentare in modo particolare nel sacramento della Riconciliazione.

Tradizione – Nella trasmissione del proprio patrimonio spirituale e culturale ogni generazione si misura con un compito di straordinaria importanza e delicatezza, che costituisce un vero e proprio esercizio di speranza. Alla famiglia deve essere riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita e nell’educazione alla fede e all’amore, sollecitandola a svolgere il proprio compito e integrandolo nella comunità cristiana. Il diffuso clima di sfiducia nei confronti dell’educazione rende ancor più necessaria e preziosa l’opera formativa che la comunità cristiana deve svolgere in tutte le sedi, ricorrendo in particolare alle scuole e alle istituzioni universitarie. In modo del tutto peculiare, poi, la parrocchia costituisce una palestra di educazione permanente alla fede e alla comunione, e perciò anche un ambito di confronto, assimilazione e trasformazione di linguaggi e comportamenti, in cui un ruolo decisivo va riconosciuto agli itinerari catechistici. In tale prospettiva, essa è chiamata a interagire con la ricca e variegata esperienza formativa delle associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. La sfida educativa tocca ogni ambito del vissuto umano e si serve di molteplici strumenti e opportunità, a cominciare dai mezzi della comunicazione sociale, dalle possibilità offerte dalla religiosità popolare, dai pellegrinaggi e dal patrimonio artistico. Nella valorizzazione dei diversi apporti, alle Chiese locali è chiesto di coniugare l’elaborazione culturale con la formulazione di un vero e proprio progetto formativo permanente.

Cittadinanza – Il bisogno di una formazione integrale e permanente appare urgente anche per dare contenuto e qualità al complesso esercizio della testimonianza nella sfera sociale e politica. A tale riguardo, sarà opportuno far tesoro della riflessione e delle opere maturate in cento anni dalle Settimane sociali dei cattolici italiani. Come ricorda il documento preparatorio della prossima 45ª Settimana sociale: “Agli occhi della storia non si può non riconoscere che i cattolici hanno dato un apporto fondamentale alla società italiana e alla sua crescita, nella prospettiva del bene comune. È necessario alimentare la consapevolezza, non solo fra i cattolici ma in tutti gli italiani, del fatto che la presenza cattolica – come pensiero, come cultura, come esperienza politica e sociale – è stata fattore fondamentale e imprescindibile nella storia del Paese”22. Se oggi il tessuto della convivenza civile mostra segni di lacerazione, ai credenti – e ai fedeli laici in modo particolare – si chiede di contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso, sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza cristiana. Ciò esige l’elaborazione di una seria proposta culturale, condotta con intelligenza, fedele ai valori evangelici e al Magistero, insieme a una continua formazione spirituale. Implica una rivisitazione costante dei veri diritti della persona e delle formazioni sociali nella ricerca del bene comune e deve promuovere occasioni di confronto tra uomini e donne dotati di competenze e professionalità diverse.

13. Un forte impulso all’elaborazione culturale Fede e cultura si richiamano reciprocamente. Ogni aspetto dell’esperienza cristiana possiede una forte valenza in ordine alla promozione di stili di pensiero e di vita, all’elaborazione di mentalità e di comportamenti, all’orientamento della fecondità dello spirito umano nella direzione del bello, del buono e del vero. La stessa comunicazione del Vangelo non può fare a meno di categorie e di un linguaggio capaci di raggiungere l’uomo nel suo vissuto personale e sociale, attraverso forme ed espressioni a lui comprensibili e congeniali. 

Il “Progetto culturale orientato in senso cristiano” è lo strumento che la Chiesa italiana si è data a partire dal Convegno ecclesiale di Palermo (1995) per mettere in evidenza e far crescere la dimensione culturale presente nel vissuto di fede del popolo di Dio. A distanza di dodici anni, vogliamo ribadire la necessità di alimentare la consapevolezza e la responsabilità proprie della comunità cristiana, dando un nuovo impulso al Progetto culturale attraverso il suo consolidamento e radicamento, sia in chiave formativa sia in prospettiva missionaria. L’obiettivo di fondo resta quello di un nuovo incontro tra la fede e la ragione, così che i credenti possano mostrare a tutti che “la vita cristiana è possibile oggi, è ragionevole, è realizzabile”23. 

Per questo all’interno della comunità cristiana l’elaborazione culturale deve essere curata anzitutto nelle sue forme ordinarie e popolari. In quanto dimensione costitutiva della vita ecclesiale, essa deve vedere coinvolti tutti, a partire dalle situazioni abituali dell’azione pastorale, fino alla promozione, anche a livello locale, di particolari occasioni e luoghi di confronto, secondo la “dinamica della rete” e dell’integrazione pastorale. Le pur necessarie competenze e iniziative specifiche non devono mettere in ombra la grande risorsa che il Progetto culturale costituisce per avvicinare l’esperienza ecclesiale alla vita e alle domande delle persone, rendendola maggiormente incisiva e capace di entrare in dialogo senza complessi di inferiorità con le dinamiche culturali del nostro tempo. È questo un compito non facile, ma anche “un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”24 .

14. Discernimento e dialogo L’elaborazione culturale e la formazione delle coscienze sono i primi obiettivi del discernimento ecclesiale. Esso costituisce una parte essenziale della testimonianza, oltre a essere un’espressione della comunione e l’esito di una profonda vita spirituale. 

Il discernimento dei credenti, che tende alla ricerca della volontà di Dio in ogni situazione della vita individuale e sociale, ha bisogno anche del confronto critico con le diverse forme di pensiero e di un fecondo rapporto con le presenze religiose nel nostro Paese, accresciute dalle recenti ondate migratorie. Il cristianesimo, infatti, è aperto a tutto ciò che di giusto, di vero e di buono vi è nelle culture e nelle civiltà. Il dialogo con tutti, che insieme alla fiducia nell’altro presuppone una chiara e profonda coscienza della propria identità, è condotto in nome e con gli strumenti della ragione umana, terreno comune in cui è possibile incontrarsi e collaborare in spirito di ascolto senza falsi irenismi. 

Con lo stesso atteggiamento di ricerca della comunione nella verità, è necessario che cresca nelle nostre comunità lo spirito ecumenico. Il cammino dei credenti verso l’unità voluta da Gesù costituisce un segno di speranza e un impegno irreversibile a cui non possiamo sottrarci. A tal proposito acquistano un particolare valore la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e la Giornata per la salvaguardia del creato. 

L’incontro con persone portatrici di differenti sensibilità religiose ci induce a sostenere, anche a livello popolare, una sempre più puntuale e consapevole conoscenza degli elementi fondamentali della nostra fede, come pure un’adeguata informazione circa le differenti religioni, perché non vi può essere incontro autentico, dialogo rispettoso e costruttivo tra realtà diverse nell’ignoranza o nella confusione.

15. La questione dell’uomo e della verità Tra i contenuti del Progetto culturale, spiccano due filoni particolarmente rilevanti. Entrambi si comprendono alla luce dell’invito di Benedetto XVI ad “allargare gli spazi della razionalità” 25, senza limitare la ragione entro i soli confini di ciò che è sperimentabile e controllabile. Sono problematiche che, con grande concretezza, chiamano in causa il nostro futuro. 

Il primo filone riguarda la “questione antropologica”, ossia la domanda su che cosa sia e che cosa significhi essere uomo. Da tempo assistiamo a tentativi volti a ridurre l’uomo a semplice prodotto della natura, mortificandone la dignità e la costitutiva vocazione alla trascendenza. Siamo provocati a recuperare e riproporre l’autentica unicità e grandezza della persona umana, segnata dal peccato ma non irrimediabilmente compromessa nel suo tendere a orizzonti definitivi di vita, di libertà, di amore e di gioia. L’impegno profuso in questa direzione deve continuare, per contrastare con efficacia le molteplici applicazioni di tale riduzionismo nel campo della cultura, delle scienze e della tecnologia, dell’etica e del diritto. 

La “questione antropologica” si inserisce nella più ampia “questione della verità”, con cui tutti – credenti o meno – devono confrontarsi. Il diffondersi della sfiducia verso la capacità dello spirito umano di raggiungere una verità non puramente soggettiva e provvisoria, bensì oggettiva e impegnativa, genera non raramente la messa in questione dell’esistenza stessa di tale verità, con la conseguenza di ritenere assurda ogni posizione, a cominciare da quella cristiana, che indichi la via per guadagnarla e ne prospetti le prerogative e le esigenze. È quanto mai necessario, quindi, saper mostrare lo stretto legame esistente tra verità e libertà e come la coscienza umana non esca mortificata, ma anzi arricchita, dal confronto con la verità cui la fede ci fa rivolgere.

16. Le possibilità offerte dalla comunicazione e dall’arte Sul fronte della comunicazione, si devono registrare i notevoli passi compiuti negli anni recenti, ma anche la necessità che non si attenui l’impegno alla formazione. Resta obiettivo non trascurabile l’immettere nel circuito della comunicazione la voce della Chiesa, costruendo ponti di comprensione tra l’esperienza ecclesiale, nelle sue forme quotidiane e peculiari, e la mentalità corrente. È doveroso, in questo ambito, prendere atto dei progressi compiuti a partire dalle scelte maturate dopo il Convegno ecclesiale di Palermo, grazie alla crescita di Avvenire, dell’agenzia SIR, dei settimanali diocesani e di numerose altre testate cattoliche, ma anche grazie all’avvio di Sat 2000 e del circuito radiofonico InBlu, realtà che favoriscono nel rispettivo ambito il coordinamento fra le emittenti d’ispirazione cristiana. Inoltre è cresciuta la capacità della comunità cristiana di essere presente in internet e di animare il mondo del cinema e del teatro. In questi vasti campi resta fondamentale l’apporto che può venire dalle case editrici e dalla rete delle librerie cattoliche. Una presenza efficace nell’areopago contemporaneo comporta un sapiente investimento da parte delle nostre comunità sui carismi comunicativi di tante persone, come sulla qualità e la diffusione dei media ecclesiali, nazionali e locali, ma anche su iniziative che prevedono la valorizzazione di altri linguaggi, come quello artistico e musicale, raccordati in esperienze qualificate e significative. 17. La sfida educativa L’impegno educativo della Chiesa italiana è ampio e multiforme: si avvale della crescente responsabilità di molte famiglie, della vasta rete delle parrocchie, dell’azione preziosa degli istituti religiosi e delle aggregazioni ecclesiali, dell’opera qualificata delle scuole cattoliche e delle altre istituzioni educative e culturali, dell’impegno profuso nella scuola dagli insegnanti di religione cattolica. 

L’appello risuonato in tutti gli ambiti ci spinge a un rinnovato protagonismo in questo campo: ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti. La formazione, a partire dalla famiglia, deve essere in grado di dare significato alle esperienze quotidiane, interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di molti. Nello stesso tempo, le persone devono essere aiutate a leggere la loro esistenza alla luce del Vangelo, così che trovi risposta il desiderio di quanti chiedono di essere accompagnati a vivere la fede come cammino di sequela del Signore Gesù, segnato da una relazione creativa tra la Parola di Dio e la vita di ogni giorno. 

Il tempo presente è straordinariamente favorevole a nuovi cammini di fede, che esprimano la ricchezza dell’azione dello Spirito e la possibilità di percorsi di santità. Tutto questo però potrà realizzarsi solo se le comunità cristiane sapranno accompagnare le persone, non accontentandosi di rivolgersi solo ai ragazzi e ai giovani, ma proponendosi più decisamente anche al mondo adulto, valorizzando nel dialogo la maturità, l’esperienza e la cultura di questa generazione. Rilevante sarà, in proposito, il contributo delle scuole cattoliche, dei centri universitari e delle facoltà e degli istituti teologici. 

Per rendere maggiormente efficace questa azione, non va sottovalutata l’importanza di un migliore coordinamento dei soggetti educativi ecclesiali, le cui originalità potrebbero trovare un luogo di collegamento e valorizzazione in un forum nazionale delle realtà educative.

18. La sollecitudine per il bene dell’uomo e della società Alla testimonianza che la Chiesa è chiamata a rendere al Vangelo appartiene a pieno titolo l’interesse per il rispetto della dignità della persona umana in ogni momento della vita, per il sostegno alla famiglia fondata sul matrimonio, per la giustizia e la pace, per lo sviluppo integrale e il bene della comunità civile, nazionale e internazionale. Le “ragioni della speranza” comprendono infatti alcune istanze etiche che, fondate sulla natura stessa dell’uomo, possono costituire un terreno di incontro e di dialogo anche con coloro che appartengono a tradizioni ideali o spirituali diverse. 

Tale sollecitudine per il bene della società umana fa sì che la Chiesa, senza rischiare sconfinamenti di campo, parli e agisca non per preservare un “interesse cattolico”, bensì per offrire il suo peculiare contributo per costruire il futuro della comunità sociale in cui vive e alla quale è legata da vincoli profondi. Ciò è vero anche quando i credenti si trovano a dover “fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano”26. Compito della fede cristiana, infatti, è quello di purificare la ragione e aiutarla a essere veramente se stessa. 

Allo stesso tempo, la comunità cristiana considera suo dovere, attraverso una capillare opera formativa, contribuire a radicare nelle coscienze quelle “energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato”27 . Se la Chiesa in quanto tale “non è e non intende essere un agente politico”, come ha ricordato a Verona Benedetto XVI, risalta in modo particolare il compito dei fedeli laici nella ricerca di strade praticabili e condivise per trasformare, umanizzandoli in senso pieno, gli spazi della convivenza. Quei cristiani che responsabilmente scelgono di impegnarsi in politica sanno che “operano come cittadini sotto propria responsabilità”, che devono essere animati da competenza e onestà e che sono chiamati a essere protagonisti di uno stile politico virtuoso, guidati da una coscienza retta e informata, illuminata dalla fede e dal Magistero della Chiesa. 

Senza restringere i suoi orizzonti, la speranza cristiana fonda e orienta l’impegno storico dei credenti, animati dallo stesso amore di Dio per il mondo. In particolare, essi sanno che il Vangelo chiede di mettersi dalla parte degli ultimi, senza i quali non potrà realizzarsi una società più giusta e fraterna. Accanto all’impegno per la giustizia, a cui sono riconducibili numerose problematiche sociali, economiche e politiche, la testimonianza cristiana è costantemente chiamata a percorrere la via della carità. Essa si articola in diverse forme e mantiene uno stretto legame con l’evangelizzazione, costituisce non solo una risposta ai bisogni delle persone nella loro integralità, ma anche il segno della progressiva assimilazione della nostra vita all’amore di Cristo e la trasposizione in noi del suo stesso modo di vivere.

19. Insieme responsabili del futuro Cogliendo con sguardo d’insieme la realtà del nostro Paese, dell’Europa e dello scenario internazionale, non possiamo tacere la profonda crisi, che si trascina da tempo e interessa tragicamente aspetti fondamentali della vita di ciascuno e dell’intero pianeta. È peraltro vero che l’Europa, con la sua storia recente di conflitti oggi superati e di cammini di riconciliazione, è motivo di speranza ed esempio di quella unione nella diversità che può favorire una globalizzazione rispettosa delle persone. Perché il processo di integrazione avviato sia veramente fecondo, occorre tuttavia che l’Europa non rinneghi le proprie radici cristiane, dando spazio a quei principi etici che costituiscono parte integrante e fondamentale del suo patrimonio spirituale. 

Consapevoli dei segni di speranza presenti nel nostro tempo, rafforziamo il senso di responsabilità e la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, per le generazioni future, senza trascurare nessuna delle energie che possono contribuire a farci crescere insieme. La speranza cristiana comporta il dovere di abbattere muri, sciogliere catene, aprire strade nuove, anche mediante la promozione e la tutela dei diritti fondamentali di ogni persona, incluso lo straniero. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, nell’ottica della promozione del bene comune, esortiamo ad affrontare con sapienza e coraggio la questione demografica, i problemi e le risorse dell’immigrazione, le sfide della questione giovanile. È parimenti necessario evidenziare la centralità della persona nelle scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della famiglia, contrastare il dilagare dell’illegalità, farsi carico delle future generazioni con una doverosa cura del creato, superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine più giusto tra gli Stati. 

In questo cantiere aperto il contributo dei credenti, sul piano etico e spirituale, culturale, economico e politico è essenziale per concorrere ad orientare il cammino dell’umanità. Sappiamo bene che non ci sono soluzioni a buon mercato o scorciatoie che sollevino dalla fatica e cancellino lo smarrimento. Di ciò è segno anche il crescente numero dei cristiani martirizzati. 

Questo è il nostro programma: vivere fino in fondo la Pasqua di Gesù. Da essa deriva una forza profetica dalla quale noi per primi dobbiamo continuamente lasciarci plasmare. Il nostro unico interesse è infatti metterci a servizio dell’uomo perché l’amore di Dio possa manifestarsi in tutto il suo splendore.

Capitolo IV – La Chiesa della speranza

20. Una Chiesa e una santità “di popolo” La Chiesa comunica la speranza, che è Cristo, soprattutto attraverso il suo modo di essere e di vivere nel mondo. Per questo è fondamentale curare la qualità dell’esperienza ecclesiale delle nostre comunità, affinché esse sappiano mostrare un volto fraterno, aperto e accogliente, espressione di un’umanità intensa e cordiale. Parla al cuore degli uomini e delle donne una Chiesa che, alla scuola del suo Signore, pronuncia il proprio “sì” a ciò che di bello, di grande e di vero appartiene all’umanità di ogni persona e della storia intera. 

Nella Chiesa particolare è possibile incontrare un simile volto: nella comunità diocesana raccolta intorno al vescovo e innestata in una tradizione viva, che accompagna lo svolgersi dell’esistenza e rappresenta la possibilità per tutti di una fraternità concreta, di un rapporto intimo e condiviso con la Parola di Dio e il Pane della vita; nella parrocchia, Chiesa che vive tra le case, vicina alla gente; nella preghiera e nella liturgia, che ci rende partecipi della bellezza che salva. In questo modo, le nostre Chiese continuano a mostrare il loro tratto più originale: essere una famiglia aperta a tutti, capace di abbracciare ogni generazione e cultura, ogni vocazione e condizione di vita, di riconoscere con stupore anche in colui che viene da lontano il segno visibile della cattolicità. 

Appartiene alla nostra tradizione il patrimonio di una fede e di una santità di popolo: un cristianesimo vissuto insieme, significativo in tutte le stagioni dell’esistenza, in comunità radicate nel territorio, capace di plasmare la vita quotidiana delle persone, ma anche gli orientamenti sociali e culturali del Paese. Il carattere popolare del cattolicesimo italiano, ben diverso da un “cristianesimo minimo” o da una “religione civile”, è una ricchezza e una responsabilità che dobbiamo conservare e alimentare facendo brillare davanti alla coscienza di ragazzi e giovani, adolescenti e adulti, la bellezza e la “vivibilità” di una vita ispirata dall’amore di Dio, da cui nessuno è escluso.

21. Per una pastorale rinnovata L’ascolto della vita delle comunità cristiane permette di cogliere una forte istanza di rinnovamento. Se negli ultimi anni è parso sempre più evidente che il principale criterio attorno al quale ridisegnare la loro azione è la testimonianza missionaria, oggi emerge con chiarezza anche un’ulteriore esigenza: quella di una pastorale più vicina alla vita delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersa e più incisivamente unitaria. 

Secondo queste linee occorre impegnarsi in un “cantiere” di rinnovamento pastorale, al quale sono dedicati i paragrafi che seguono. Le prospettive verso cui muoversi riguardano la centralità della persona e della vita, la qualità delle relazioni all’interno delle comunità, le forme della corresponsabilità missionaria e dell’integrazione tra le dimensioni della pastorale, così come tra le diverse soggettività, realtà e strutture ecclesiali.

22. La persona, cuore della pastorale L’attuale impostazione pastorale, centrata prevalentemente sui tre compiti fondamentali della Chiesa (l’annuncio del Vangelo, la liturgia e la testimonianza della carità), pur essendo teologicamente fondata, non di rado può apparire troppo settoriale e non è sempre in grado di cogliere in maniera efficace le domande profonde delle persone: soprattutto quella di unità, accentuata dalla frammentazione del contesto culturale. 

Da questo punto di vista, l’esperienza del Convegno ecclesiale è stata esemplare. La scelta di articolare i lavori in alcuni ambiti fondamentali intorno a cui si dispiega l’esistenza umana, in qualsiasi età, ha messo in luce l’unità della persona come criterio fondamentale per ricondurre a unità l’azione ecclesiale, necessariamente multiforme. Questo sguardo dalla parte della persona è stato radicato in una solida visione teologica, che prende le mosse dal Risorto che ci precede e ci insegna a rinnovare le forme dell’annuncio nei diversi tempi e luoghi. È stata così tracciata una via, che occorre percorrere per portare lo stesso metodo e le medesime attenzioni nella vita ordinaria delle comunità. 

Mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre comunità. Ciò significa anche chiedere alle strutture ecclesiali di ripensarsi in vista di un maggiore coordinamento, in modo da far emergere le radici profonde della vita ecclesiale, lo stile evangelico, le ragioni dell’impegno nel territorio, cioè gli atteggiamenti e le scelte che pongono la Chiesa a servizio della speranza di ogni uomo. Non si intende indebolire la dimensione comunitaria dell’agire pastorale, né si tratta di ideare nuove strutture da sostituire a quelle attuali, bensì di operare insieme in maniera più essenziale. A partire da queste attenzioni, le singole Chiese particolari sono chiamate a ripensare il proprio agire con sguardo unitario.

23. La cura delle relazioni Durante il Convegno tre parole sono risuonate come una triade indivisibile: comunione, corresponsabilità, collaborazione. Esse delineano il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera. 

In un contesto sociale frammentato e disperso, la comunità cristiana avverte come proprio compito anche quello di contribuire a generare stili di incontro e di comunicazione. Lo fa anzitutto al proprio interno, attraverso relazioni interpersonali attente a ogni persona. Impegnata a non sacrificare la qualità del rapporto personale all’efficienza dei programmi, la comunità ecclesiale considera una testimonianza all’amore di Dio il promuovere relazioni mature, capaci di ascolto e di reciprocità. 

In particolare, le relazioni tra le diverse vocazioni devono rigenerarsi nella capacità di stimarsi a vicenda, nell’impegno, da parte dei pastori, ad ascoltare i laici, valorizzandone le competenze e rispettandone le opinioni. D’altro lato, i laici devono accogliere con animo filiale l’insegnamento dei pastori come un segno della sollecitudine con cui la Chiesa si fa vicina e orienta il loro cammino. Tra pastori e laici, infatti, esiste un legame profondo, per cui in un’ottica autenticamente cristiana è possibile solo crescere o cadere insieme28. 

Lo stile di comunione che si sperimenta nella comunità costituisce un tirocinio perché lo spirito di unità raggiunga i luoghi della vita ordinaria. Il dono della comunione che viene da Dio deve animare, soprattutto attraverso i laici cristiani, tutti i contesti dell’esistenza e contribuire a rigenerarne il tessuto umano.

24. La corresponsabilità, esigente via di comunione Accogliere la comunione che viene da Dio richiede disciplina, concretezza, gesti coerenti che coinvolgono non solo le persone, ma anche le comunità. La corresponsabilità infatti è un’esperienza che dà forma concreta alla comunione, attraverso la disponibilità a condividere le scelte che riguardano tutti. Questo comporta che si rendano operativi quei luoghi in cui ci si allena al discernimento spirituale, all’ascolto reciproco, al confronto delle posizioni, fino a maturare, secondo le responsabilità di ciascuno, decisioni ponderate e condivise. Gli organismi di partecipazione ecclesiale e anzitutto i consigli pastorali – diocesani e parrocchiali – non stanno vivendo dappertutto una stagione felice. La consapevolezza del valore della corresponsabilità ci impone però di ravvivarli, elaborando anche modalità originali di uno stile ecclesiale di maturazione del consenso e di assunzione di responsabilità. Di simili luoghi abbiamo particolarmente bisogno per consentire a ciascuno di vivere quella responsabilità ecclesiale che attiene alla propria vocazione e per affrontare le questioni che riguardano la vita della Chiesa con uno sguardo aperto ai problemi del territorio e dell’intera società. La partecipazione corale e organica di tutti i membri del popolo di Dio non è solo un obiettivo, ma la via per raggiungere la meta di una presenza evangelicamente trasparente e incisiva. 25. Una pastorale sempre più “integrata” Una strada da percorrere con coraggio è quella dell’integrazione pastorale fra i diversi soggetti ecclesiali. È lontana da noi l’idea di attuare “un’operazione di pura ingegneria ecclesiastica” . Siamo invece davanti a un “disegno complessivo”, richiesto dal ripensamento missionario in atto nelle nostre comunità. Siamo chiamati a verificare il rapporto delle parrocchie tra loro e con la diocesi, le forme con cui viene accolto il dono della vita consacrata, la valorizzazione delle associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. Si tratta in primo luogo di un’espressione e di una verifica concreta della comunione, che non si riduce mai a un’azione indifferenziata e accentrata, ma – in un contesto di effettiva unità nella Chiesa particolare – riconosce il valore delle singole soggettività e fa leva sulla loro maturità ecclesiale. Tutto ciò non è possibile se non nasce ed è alimentato dalla consapevolezza che la comunione è dono di Dio, opera della sua iniziativa che rigenera la persona in Cristo e pone gli uomini in una nuova relazione tra loro. Alla base della pastorale “integrata”, dunque, sta quella “spiritualità di comunione” che precede le iniziative concrete e purifica la testimonianza dalla tentazione di cedere a competizioni e personalismi. 

Una pastorale “integrata” mette in campo tutte le energie di cui il popolo di Dio dispone, valorizzandole nella loro specificità e al tempo stesso facendole confluire entro progetti comuni, definiti e realizzati insieme. Essa pone in rete le molteplici risorse di cui dispone: umane, spirituali, culturali, pastorali. In tal modo, una pastorale integrata, con le differenze che accoglie e armonizza al proprio interno, rende la comunità in grado di entrare più efficacemente in comunicazione con un contesto variegato, bisognoso di approcci diversificati e plurali, per un fecondo dialogo missionario. 

Vediamo crescere un forte impulso a far convergere esperienze pastorali diverse su temi comuni, per uscire dalla settorialità e rispondere efficacemente ai problemi concreti delle persone. Sempre più si sta diffondendo l’esperienza delle “unità pastorali”: una scelta che non è riducibile alla mera esigenza di fronteggiare la carenza di sacerdoti, né alla costituzione di “super-parrocchie”, ma va nella direzione di un rapporto nuovo con il territorio, di una corresponsabilità pastorale diffusa, di un’azione più organica e missionaria. 

Essenziale per un’autentica integrazione pastorale di tutte le risorse vive è anche uno stretto collegamento con le realtà missionarie e con le comunità pastorali di immigrati presenti nel nostro Paese, in collaborazione con gli uffici e le associazioni che operano in tale campo.

26. Dare nuovo valore alla vocazione laicale L’ottica della testimonianza e della corresponsabilità permette di mettere meglio a fuoco le singole vocazioni cristiane, senza cadere in una visione puramente funzionale dei carismi. La vocazione laicale, in modo particolare, è chiamata oggi a sprigionare le sue potenzialità nell’annuncio del Vangelo e nell’animazione cristiana della società. 

A Verona abbiamo sentito echeggiare l’insegnamento del Vaticano II sul laicato, arricchito dal Magistero successivo e dall’esperienza di tanti laici e comunità che in questi anni si sono impegnati a vivere con passione, talvolta con sofferenza, tali insegnamenti. Il Convegno ha rivelato il volto maturo del laicato che vive nelle nostre Chiese. Le comunità cristiane devono trarne conseguenze capaci di farle crescere nella missione, individuando scelte pastorali che esprimano una conversione di atteggiamenti e di mentalità. 

Per questo diventa essenziale “accelerare l’ora dei laici”, rilanciandone l’impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Un ruolo specifico spetta agli sposi cristiani che, in forza del sacramento del Matrimonio, sono chiamati a divenire “Vangelo vivo tra gli uomini”30 . Riconoscere l’originale valore della vocazione laicale significa, all’interno di prassi di corresponsabilità, rendere i laici protagonisti di un discernimento attento e coraggioso, capace di valutazioni e di iniziativa nella realtà secolare, impegno non meno rilevante di quello rivolto all’azione più strettamente pastorale. 

Occorre pertanto creare nelle comunità cristiane luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull’essere cristiani nel mondo. Solo così potremo generare una cultura diffusa, che sia attenta alle dimensioni quotidiane del vivere. Perché ciò avvenga dobbiamo operare per una complessiva crescita spirituale e intellettuale, pastorale e sociale, frutto di una nuova stagione formativa per i laici e con i laici, che porti alla maturazione di una piena coscienza ecclesiale e abiliti a un’efficace testimonianza nel mondo. Questo percorso richiede la promozione di forme di spiritualità tipiche della vita laicale, affinché l’incontro con il Vangelo generi modelli capaci di proporsi per la loro intensa bellezza.

27. Una forma della comunione: la convergenza tra le aggregazioni Negli ultimi tempi i fedeli laici sono stati protagonisti di un’intensa esperienza ecclesiale, che ha permesso alle diverse realtà aggregative – associazioni, movimenti e comunità di antica o di recente origine – di sperimentare la ricchezza di un percorso che avvicina le esperienze e le sensibilità, facendo scoprire a tutti il valore che l’essere insieme aggiunge alle proprie iniziative, condotte come espressione corale di una testimonianza cristiana che, pur nelle molteplici forme, attinge all’unico Vangelo ed è animata dalla stessa volontà di manifestarlo nel mondo. 

Occorre accelerare il cammino intrapreso, che porta a una fisionomia laicale non omologata né uniforme, non dispersa né contrapposta, ma animata da uno spirito di comunione che sa generare una testimonianza unitaria, benché differenziata nelle sensibilità e nelle forme. Al di fuori della comunione, infatti, non si dà autentica testimonianza cristiana. 

Questo processo di convergenza e di reciprocità si manifesta in modi diversi, che vanno dalle occasioni informali che permettono la conoscenza e l’incontro fraterno, al diffondersi di prassi stabili di confronto e di collaborazione. Un ruolo importante nel perseguire questo obiettivo spetta alle consulte delle aggregazioni laicali, promosse a livello diocesano, regionale e nazionale, a cui chiediamo di impegnarsi a rinnovare la propria fisionomia. 

Un segno interessante in questa direzione è dato anche dal sorgere di alcuni organismi di coordinamento del laicato intorno a obiettivi specifici o di collegamenti promossi dai cattolici a sostegno di valori umani, come il Forum delle Associazioni familiari, l’associazione “Scienza e Vita”, “RetinOpera”, il Forum del Terzo Settore di Associazioni di ispirazione cristiana, il Forum delle Associazioni socio-sanitarie e il Forum delle Associazioni degli studenti universitari.

28. Una nuova proposta vocazionale Tutte le vocazioni e i ministeri, anche se in modi diversi, sono chiamati a testimoniare la speranza cristiana in mezzo a una società in rapido cambiamento. Da questa varietà nell’unità scaturisce il segno vivo di una comunità che si mostra come una cosa sola perché il mondo creda. 

Chi si consacra al Signore per il Regno e quanti accolgono la chiamata al sacerdozio ministeriale e al diaconato permanente offrono in modo speciale la loro esistenza perché altre persone possano essere aiutate a “vedere” e “toccare” in certo modo quel Gesù che essi hanno accolto. Perché il mondo e la Chiesa non si impoveriscano di tale presenza, occorre una nuova capacità di proposta vocazionale ai giovani, per la quale è necessario riscoprire l’esperienza della guida spirituale. 

In un mondo in cui tutto è misurato secondo valori materiali, l’umanità ha bisogno di presbiteri, consacrate e consacrati che siano sempre più conformi al dono ricevuto. Se in una vita sacerdotale o consacrata si perdesse la centralità di Dio, si svuoterebbe anche l’agire e verrebbe meno il centro che dà senso a tutto. Benediciamo il Signore e lo invochiamo per coloro che danno alla propria esistenza la forma della contemplazione e del servizio ai poveri, della carità pastorale e della configurazione a Cristo sacerdote: con la loro vita essi annunciano il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo.

Conclusione – Comunità credenti e credibili

29. Uomini toccati da Dio Il Convegno di Verona ha posto al centro della nostra attenzione il messaggio trasformante della Pasqua di Cristo, insieme alla condizione dell’uomo d’oggi, alla ricerca di un futuro personale e comunitario rinnovato. 

Il cammino percorso insieme ci dice che questa ricerca avrà un esito positivo se ognuno potrà incontrare cristiani e comunità credibili, dallo sguardo attento e profondo, sintesi tangibili della fecondità che scaturisce dall’incontro tra l’esistenza umana e la sapienza di Dio. “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia – ricordava il cardinale Ratzinger poche settimane prima della sua elezione alla cattedra di Pietro – sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini” .

30. Guardiamo al futuro con gioiosa speranza Camminiamo verso il futuro con gioiosa speranza. Il nostro messaggio di fiducia si indirizza alle famiglie, ai fedeli laici, ai presbiteri e ai diaconi, ai consacrati, ai missionari. Sono queste le “pietre vive” della speranza, poste dal Signore come segnali indicatori sulla strada verso un’umanità nuova. 

Al mondo giovanile, impegnato in un triennio particolare denominato “Agorà dei giovani” va tutto il nostro incoraggiamento a proseguire con tenacia: mettersi in ascolto con gratuità è una forma di testimonianza e di evangelizzazione, ma è anche necessario condividere con i propri coetanei percorsi di ricerca della verità, alla sequela di Gesù. 

A portare una parola di speranza agli uomini e alle donne, stretti nella morsa dell’inquietudine e del disorientamento, più delle attività e delle iniziative saranno la saldezza della nostra fede, la maturità della nostra comunione, la libertà dell’amore, la fantasia della santità. La nostra speranza si sostiene con la preghiera, che in molte occasioni ha raccolto i convegnisti di Verona: sarà la preghiera, anzitutto quella liturgica, il luogo privilegiato dell’incontro col Risorto e la fonte dell’impegno dei credenti. 

In questo cammino non siamo soli. Lo Spirito del Risorto continua a spingere i nostri passi, ad attenderci nel cuore degli uomini, ad allargare gli orizzonti ogni volta che prevale la stanchezza o l’appagamento. Ci sostiene l’intercessione di innumerevoli santi e beati, testimoni dell’amore di Dio seminato nella nostra terra, autentiche luci per il futuro dell’Italia, e ci accompagna la presenza amorevole di Maria, Madre della Chiesa, invocata con mille nomi nei tanti santuari a lei dedicati nel nostro Paese, vera testimone del Risorto e modello autentico per il nostro cammino di speranza.

NOTE

Benedetto XVI, Omelia alla Messa nello stadio comunale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 249.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 232.

Ibidem, 234.

Ibidem.

Conferenza Episcopale Italiana, Orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 29 giugno 2001, n. 44.

Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Appendice.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 232.

Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 7 aprile 2007, in “Il nostro Dio ha un cuore di carne”. Pasqua 2007 nelle parole del Papa, Città del Vaticano 2007, p. 32.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 241

Benedetto XVI, Omelia alla Messa nello stadio comunale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 250.

Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 25.

Benedetto XVI, esort. ap. Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007, n. 8.

Benedetto XVI, lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 14.

Cfr Benedetto XVI, esort. ap. Sacramentum caritatis, n. 72.

Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes, n. 1.

IV Convegno ecclesiale nazionale, Messaggio alle Chiese particolari: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 287-288.

Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 7 aprile 2007, in “Il nostro Dio ha un cuore di carne”. Pasqua 2007 nelle parole del Papa, cit., p. 36.

Dionigi Tettamanzi, Prolusione al Convegno ecclesiale di Verona, 16 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 257; cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 2.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 235; cfr Concilio Vaticano II, cost. dogm. Lumen gentium, n. 42.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 235.

Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 319, Città del Vaticano 2004, p. 175.

Comitato scientifico e origanizzatore dele Settimane Sociali dei cattolici italiani, Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano. Documento preparatorio della 45ª Settimana sociale, febbraio 2007, n. 2.

Benedetto XVI, Discorso ai preti della diocesi di Roma, 22 febbraio 2007: «Avvenire», 23 febbraio 2007, p. 11.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 236.

Ibidem.

Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2006, 240.

Ibidem.

Cfr Concilio Vaticano II, cost. dogm. Lumen Gentium, n. 9.

Conferenza Episcopale Italiana, nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30 maggio 2004, n. 11.

Rito del Matrimonio, n. 88.

Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Siena 2005, pp. 63-64.