Toscana

Da Palermo a Verona, 10 anni della nostra storia

di Andrea Fagioli

Dalla grande assise in Sicilia della Chiesa italiana sul «Vangelo della carità» all’appuntamento scaligero dell’ottobre prossimo sui «Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo». Da sud a nord per raccontare l’intreccio vivo tra l’esperienza ecclesiale e il dipanarsi della vita del mondo. Da Palermo ’95 a Verona 2006 per raccontare della Chiesa «che cammina nella storia pur essendo portatrice di una parola che la supera, di un amore che la giudica e di una speranza che apre ad un oltre». Ma cosa ci lasciano in eredità i dieci anni che abbiamo alle spalle? «Sembra quasi banale dirlo, eppure è così: sono stati anni di grandi cambiamenti», spiega Ernesto Diaco, membro designato della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna nel comitato preparatorio per il quarto Convegno ecclesiale nazionale, chiamato a Milano ad introdurre i lavori del seminario promosso dalla Federazione dei settimanali cattolici al quale la Toscana era presente con una decina di delegati tra cui il nostro direttore, Alberto Migone, che è anche presidente della Commissione cultura della Fisc.

«Tuttora – a giudizio di Diaco – continuiamo ad assistere ad un mutamento epocale, di cui non percepiamo l’approdo. Basti pensare all’esplodere della globalizzazione, in cui ci muoviamo come pesci nel mare, e allo straripare delle telecomunicazioni, con l’irrompere di internet e dei telefoni cellulari, pilastri di quel cyberspazio in cui è entrata anche la comunità cristiana. Il decennio dal 1995 ad oggi è quello spaccato in due dall’11 settembre 2001; quello reso più insicuro dal riacutizzarsi del terrorismo e dal diffuso senso di precarietà e incertezza; quello scandito dal tormentato cammino di unificazione politica ed economica dell’Europa».

È ancora in atto una svolta culturale, che vede all’ordine del giorno i grandi temi etici, un dibattito quanto mai acceso sulla laicità e sulle riforme, l’irrisolta e delicatissima questione di come affrontare il crescente pluralismo culturale e religioso, insieme al perdurare di correnti che vorrebbero confinare la fede nella sola sfera privata, senza alcuna rilevanza pubblica, o ridurla ad una «religione civile».

Nello scorrere l’album di questi dieci anni, Diaco ha ricordato «che sono stati anche gli anni a cavallo del grande Giubileo, evento di proporzione universale ma che ha inciso profondamente sul cammino delle nostre Chiese locali. Il decennio scorso ci consegna anche i frutti di due Settimane sociali (quella di Napoli sulla società civile e di Bologna sulle sfide per la democrazia), di due Congressi eucaristici nazionali (Bologna e Bari), di molti Sinodi delle Chiese locali, di quattro Gmg, simbolo di una pastorale giovanile in movimento. E infine resta consegnato in maniera indelebile alla nostra memoria il cambio di pontificato: gli ultimi passi di Giovanni Paolo II e i primi di Benedetto XVI, grandi protagonisti entrambi della storia che stiamo vivendo».

Per spiegare come questo decennio ha cambiato la Chiesa e quali prospettive ne hanno orientato le scelte, Diaco ha richiamato tre punti, «che sono chiavi di lettura fondamentali del passato ma anche direttrici aperte per il futuro».

Innanzitutto, «la scelta missionaria». Il Convegno di Verona non dovrà misurare solo «quanto la conversione missionaria si sia verificata, ma anche offrire indicazioni esemplari e prospettive, attorno a cui rinnovarsi».

Il secondo punto è la «scelta culturale»: non a caso, obiettivo del progetto culturale della Chiesa italiana è «offrire a tutti una visione cristiana del mondo, ripensata ed espressa nelle categorie di oggi, capace di entrare in dialogo con la mentalità contemporanea e mostrare così l’originalità, il fascino e la plausibilità della fede in questo nostro tempo». «La scelta del Convegno di Verona di mettere a tema le esperienze fondamentali della vita sarà il banco di prova della nostra capacità di tradurre il progetto di Dio sull’uomo e la speranza che ne scaturisce nella cultura diffusa».

La terza chiave di lettura è la «nuova soggettività del laicato italiano», da ravvisare «in una crescita dell’impegno educativo e formativo, delle forme del servizio e di presenza nel Terzo settore e nel sociale in genere, del confronto responsabile con i grandi temi della vita del Paese e dell’intero pianeta».

Gli ultimi anni hanno mostrato un’inedita disponibilità all’incontro e alla comunione. Ne sono una testimonianza, fra gli altri, alcuni frutti non episodici, quali la costituzione del «Forum delle associazioni familiari» (nato nel 1993), l’esperienza di «Sentinelle del mattino» (a Genova nel 2001 e negli anni seguenti), il Comitato «Scienza e vita», il coordinamento di «Retinopera» per una cultura e una progettualità politica dei cattolici italiani. «Certo siamo in presenza di un processo fragile, ancora per molti versi agli inizi, che dunque va costantemente alimentato, ma non è possibile pensare ad un ritorno a dinamiche ecclesiali di indifferenza reciproca o di competizione».

La Chiesa che emerge da questi dieci anni è «una Chiesa che prende la parola sulla vita, che non ha paura della pluralità, che sa di dover puntare sempre sull’essenziale della propria identità ed esperienza. Una Chiesa che certo non è immune dall’“offuscamento della speranza” che vive oggi il nostro continente, da quel clima di sfiducia e di stanchezza che potrebbe portarci a non credere nella forza del Vangelo, tanto da temere, proponendolo, di disturbare gli uomini e le donne che vivono vicino a noi. Una Chiesa però che non si è mai chiusa a guardare solo le sue dinamiche interne. I convegni ecclesiali ci mostrano proprio una comunità tutt’altro che ripiegata sui propri problemi».

«Questo ritratto però non basta – ha concluso Diaco –. Bisogna anche chiedersi quale Chiesa sogniamo dopo Verona. Diceva Giovanni Paolo II a Palermo: “Non basta aggiornare i programmi pastorali, i linguaggi, gli strumenti della comunicazione, non bastano neppure le attività caritative”. Occorre “una nuova fioritura di santità”. E cos’è la santità se non il sapersi sintonizzare col sogno di Dio sull’uomo e sulla storia? La testimonianza passa attraverso il saper mostrare il vero volto della Chiesa: non una struttura autoreferenziale di interessi o un centro di servizi, religiosi e sociali, ma una realtà che trasforma la speranza in progetto ed esperienza. Una Chiesa libera dai lacci della paura: del domani, della secolarizzazione, delle altre religioni, delle trasformazioni in atto. Una Chiesa capace di accogliere, senza giudicarle, le persone di oggi: affaticate, deluse, chiuse in un presente di piccolo cabotaggio, esposte al fascino di nuove forme di rassicurazione, siano esse quelle di leader forti, di miti superficiali, di visioni semplicistiche della realtà, di fuga in uno stordimento che distrae dall’acutizzarsi del vuoto interiore. Una Chiesa disposta a non smettere di presentare una visione alta della vita dell’uomo e che sappia affascinare con la sua proposta di una vita umana bella, intensa, gioiosa, appassionata. Una Chiesa capace di parlare il linguaggio della fiducia, della libertà, e soprattutto dell’amore».

La cornice disegnata da Diaco è stata riempita dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio per il Convegno di Verona (del cui intervento riferiamo a parte), mentre don Giorgio Zucchelli, presidente della Fisc, ha ricordato che «il contributo dei settimanali cattolici locali viene dal loro storico radicamento nel territorio e dalla loro capacità di leggere alla luce del Vangelo quanto accade in Italia, in Europa, nel mondo intero».

Il contributo della Federazione dei settimanali cattolici, frutto anche del lavoro di due gruppi di studio riunitisi a Milano dopo l’intervento del cardinale Tettamanzi, verrà definito e reso noto nelle prossime settimane.

Tettamanzi ai laici: «Offrite al mondo ragioni di speranza» Il posto e il ruolo dei laici, il rapporto tra testimonianza e speranza, le prospettive che fanno da sfondo al convegno: missionarietà, cultura, spiritualità. Sono queste le tre «puntualizzazioni» sulle quali si è soffermato il cardinale Dionigi Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio per il IV Convegno ecclesiale nazionale, parlando ai giornalisti dei settimanali cattolici riuniti il 17 marzo a Milano presso il seminario di Corso Venezia per una giornata di studio in preparazione al Convegno di Verona in programma dal 16 al 20 ottobre prossimi.

Tettamanzi, che ha illustrato «Il ruolo dei settimanali cattolici nell’“esercizio del trasmettere”», ha ribadito come i laici abbiano il compito proprio e specifico di annunciare Cristo al mondo offrendo così ragioni di speranza, una speranza «energia morale e spirituale che accende nel cuore del cristiano il dono e il compito della testimonianza. E la testimonianza cristiana è sì escatologica ma proprio perché escatologica è massimamente storica, costituisce una realtà concreta».

L’arcivescovo di Milano, dopo aver indicato ai presenti la via di «una spiritualità moderna, pasquale, laicale», ha invitato i giornalisti cattolici ad «avere il coraggio di smascherare gli idoli e smontare le false notizie, attraverso la capacità di essere seminatori e comunicatori di speranza». Quattro i «mandati» assegnati ai settimanali cattolici dall’arcivescovo di Milano: «Proseguire e sviluppare sempre più un rapporto stretto con le vostre comunità ecclesiali; far crescere sempre più e rendere sempre più evidente la caratteristica di essere strumenti di ispirazione cristiana; dare sempre un’anima alle notizie che comunicate; avere il coraggio di smascherare gli idoli e di smontare le false notizie». A proposito del quarto invito, Tettamanzi lo ha definito «un’operazione di risanamento o di purificazione certamente difficile, e tuttavia quanto mai necessaria per la deriva che molti dei grandi media oggi hanno raggiunto e per il loro massiccio imporsi all’opinione pubblica».

Non sono mancati gli esempi concreti della «deriva» dei grandi media: «Penso ai tanti pregiudizi – ha detto infatti il cardinale –, che molte volte stanno dietro alla presentazione, meglio (cioè peggio) all’enfatizzazione delle notizie. Penso alle notizie, nelle quali prevale la voglia di “emozionare” di trascinare gli umori della piazza, senza la minima preoccupazione di offrire l’aiuto di un qualche approfondimento. Penso, ancora alle notizie che tendono a creare una sorta di fanatismo collettivo, che esalta il successo e altrettanto facilmente lo smonta». In questa prospettiva, «smontare gli idoli del pregiudizio, della pura emozione, del fanatismo, significa aiutare la gente a pensare, a credere di più nella partecipazione responsabile di se stessi alla vita della comunità».

Tettamanzi ha concluso con un auspicio: «A voi, operatori dei settimanali cattolici è chiesto, in modo proprio e originale, di essere seminatori e comunicatori di speranza, di speranza cristiana: perché questa speranza è quotidianamente accesa e riaccesa nel cuore dei credenti da Gesù crocifisso e risorto e dal suo Spirito. In questo modo voi vivete una vostra specifica partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa, voi andate realizzando l’obiettivo e il contenuto del Convegno ecclesiale di Verona».

IL COMMENTO: Per i cattolici un passo avanti (di GIUSEPPE SAVAGNONE)

Il sito ufficiale del Convegno di Verona

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