Toscana

GEORGIA: I RUSSI SI RITIRANO, TRA LE POLEMICHE

“La Russia ha rispettato gli accordi del piano Medvedev-Sarkozy firmato a Mosca”: il ministro della Difesa russo Anatolij Serdjukov ha annunciato con queste parole oggi pomeriggio il completamento del ritiro militare dalla Georgia “senza incidenti”. Secondo numerose testimonianze, a partire da questa mattina almeno 120 carri armati russi avevano lasciato le posizioni occupate e si erano diretti verso le regioni separatiste dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia. Blindati e mezzi di artiglieria pesante avrebbero abbandonato anche la città di Gori, per molti giorni al centro di accuse reciproche e resoconti partigiani; a riconoscere per la prima volta che il ritiro russo era effettivamente in corso era stato lo stesso governo georgiano, per voce del presidente del Consiglio di sicurezza Alexander Lomaia. La tensione resta però alta sul piano sia militare sia politico-diplomatico. Il generale Anatolij Nogovitsyn, vice-capo dello stato maggiore russo, ha denunciato l’arrivo ieri nel Mar Nero di almeno due fregate dell’Alleanza atlantica e sottolineato che la loro presenza non contribuisce alla “stabilità” della regione. Controversa, del resto, è l’interpretazione dell’intesa per il cessate-il-fuoco raggiunta da Mosca e Tbilisi con la mediazione dell’Unione Europea; oggi la Russia ha annunciato di aver dispiegato circa 500 “peacekeeper” a garanzia di “una fascia di sicurezza” attorno all’Ossezia meridionale, uno sviluppo ampiamente previsto ma che sembra destinato ad alimentare nuove accuse da parte georgiana. Annunci e trattative rischiano di far passare in secondo piano il dramma dei civili. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, il conflitto ha causato più di 150.000 sfollati. Dai volontari della Caritas, al lavoro per garantire pasti caldi e assistenza medica di base su entrambi i versanti del Caucaso, arrivano racconti sconcertanti: “ Per tornare alla normalità – ha detto padre Witold Szulczynski, direttore di Caritas Georgia – serviranno mesi: c’è chi ha perso la casa e chi non vuole tornare indietro, le scuole semplicemente non ci sono più”. Drammatica anche la situazione in Ossezia del sud. “Non si spara più – dicono alla Caritas di Rostov – ma le infrastrutture sono distrutte e le città piene di mine”.Misna